Storie dell’anno Mille

 

Copertina

Titolo: Storie dell’anno Mille
Autori: Luigi Malerba e Tonino Guerra
Disegnatore: Adriano Zannino
Editore: Bompiani – Edizione scolastica 1972
Pagine: 182

La serata de “I libri in testa”del 6 marzo scorso, dedicata a Luigi Malerba e al suo romanzo “Salto mortale”, mi ha fatto venire voglia di andare a frugare tra gli scaffali della mia libreria per riprendere in mano il vecchio volume “Storie dell’anno Mille”, che Malerba scrisse con Tonino Guerra, sicuramente divertendosi molto.

È una vecchia edizione scolastica che ritengo abbia contribuito in buona parte ad accrescere il mio interesse per il Medioevo, facendomi scoprire che la vita all’epoca non era fatta solo di dame e di cavalieri, di castelli e di tornei, di pazienti amanuensi dediti al lavoro nei bellissimi scriptoria dei monasteri, ma soprattutto di povera gente che si arrabattava per sopravvivere e per mettere insieme il pranzo con la cena.

Accomunava i due autori la predilezione per la vita e  per le storie legate alla campagna emiliano-romagnola, unite a un gran gusto per l’avventura picaresca, qui narrata con un fuoco d’artificio linguistico, che però non fa mai soffrire d’incredulità il lettore.

Protagonisti di questa serie di avventure, perché non si tratta di una vera e propria vicenda che si snoda coerentemente, sono il cavaliere Millemosche (che si dà arie di superiorità rispetto ai compagni di sventura, ma è un loro pari) e i soldati Pannocchia e Carestia. Li troviamo in un campo di battaglia in cui regnano morte e desolazione e il problema comune, la fame, li spinge a unirsi e a partire insieme. Durante il loro peregrinare non si risparmiano nulla pur di sbarcare il lunario e mettere qualcosa in pancia, ma le avventure che vivono spesso finiscono con il mettere in pericolo le loro vite più della stessa, cronica fame.

La loro visione del mondo è quindi elementare e fatta di saggezza spicciola, quella saggezza che serve a preservarli dai pericoli e a scampare una brutta fine. La loro vita è un veritiero spaccato dell’esistenza che conduceva la povera gente nel Medioevo; per capirsi non i cavalieri e le loro belle dame; i castelli, se ci sono e sono assediati, si rivelano solo un’opportunità per saziarsi arruolandosi nelle fila dell’esercito assediante; il latino dei dotti, dei signori e dei religiosi è un qualcosa di magio e nubiloso nella sua incomprensibilità.

E poi siamo nell’anno Mille, crocevia di superstizioni e paure legate all’imminente fine del mondo, eppure le caste continuano a vivere le loro vite separate da quelle del volgo: nobili e cavalieri nei castelli, religiosi nei monasteri, mercanti dediti ai loro traffici. Il tutto sommato alla paura delle continue e improvvise pestilenze e al terrore delle incursioni piratesche saracene.

Per me che ho sempre amato molto il medioevo, questo libro è stato un’immersione nella sua vita più autentica e tangibile, immersione corroborata dal piacere di una lettura assai gradevole per la lingua di facile comprensione, logica conseguenza del livello socio-culturale dei tre protagonisti, eppure mai povera o banale, anzi così spontanea e viva da apparire ricca. La bravura di Malerba e di Guerra si è rivelata tutta nel saper dare uno spessore e una credibilità linguistica e caratteriale ai loro personaggi, i quali vivono l’immediato e la quotidianità e si occupano marginalmente dei loro pensieri, se non quando scaturiscono dalla necessità di saziare bisogni immediati e assai materiali.

“Di chi è stata l’idea di entrare qua dentro?”
“Era l’unico modo per salvare la vita.”
“E che cosa ce ne facciamo della vita se non riusciamo a portarla fuori dal pozzo?”
“È sempre meglio di niente.”
“Ci voleva una scala una corda qualcosa per uscire. Morti per morti allora era meglio morire in battaglia.”
“Per me è lo stesso, io non ho preferenze sulla morte.”
“Ti sbagli. Altro è morire in un letto con il materasso di lana e altro è morire annegato. Oppure scorticato infilzato bruciato strozzato scannato sbudellato. Oppure di fame di sete di febbre di lebbra che ti venga la lebbra.” (pag.26)

Disegno di Adriano Zannino

Non va dimenticato anche il taglio “cinematografico” della storia, altra caratteristica dovuta all’esperienza dei due autori, e che ha un impatto di immediata presa e di coinvolgimento sul lettore anche più giovane.

Locandina del film

Infatti da questo libro è stato tratto anche un gran bel film nel 1971 dal titolo “Tre nel Mille”. Io invece rammento con piacere, per quanto avessi solo quattordici anni, la versione in forma di sceneggiato in quattro puntate del 1973. Protagonisti sempre Franco Parenti (Millemosche), Carmelo Bene (Pannocchia) e Giancarlo Dettori (Carestia).

I tre protagonisti

Su YouTube potrete trovare i quattro episodi dello sceneggiato

Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata

Quarta puntata

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