Alle diciannove di mattina

Un altro appuntamento con la letteratura slovena per l’infanzia.
Questa storia si trova qui.
Alle diciannove di mattina
di

Milan Dekleva

Miro è un ragazzetto moderno. Con una mamma e un papà moderni, vive in un appartamento moderno, naturalmente, in una città altrettanto moderna. Miro non riesce a immaginare che l’elettricità sia giunta nella sua città solo novant’anni fa. Adesso vi si trovano studi televisivi e radiofonici, cinematografi e teatri, case editrici e sedi giornalistiche, istituti di ricerca e centri di elettronica, telegrafi, telefoni, insomma tantissime società che ogni minuto ricevono e trasmettono migliaia di dati e di informazioni. Il papà dice che la vita si è automatizzata e che siamo schiavi della tecnica. La mamma replica che la gente, a furia di studiare, è diventata completamente idiota. Queste cose Miro non le capisce del tutto, ma quando non ha voglia di andare all’asilo dice alla mamma che ha paura di diventare troppo furbo. Un’altra cosa non entra nella testolina di Miro: visto che tutto è automatizzato, come mai la gente ha così poco tempo per giocare al pallone, a nascondino, e per raccontare le favole?
“Sapresti spiegarmi”, chiese Miro un mattino al padre, “perché guardi sempre l’orologio quando ti faccio una domanda e dici di non aver tempo?”.

“Non ho tempo”, gli rispose il paparino.

“Odio il tempo”, stabilì testardamente Miro. Il papà smise di annodarsi nervosamente la cravatta e lo guardò con tenerezza: “Sai, il tempo ci domina, ho fretta di andare in ufficio, manca solo un quarto alle otto.”

“Se manca un quarto alle otto,” disse Miro, “significa che hai ancora tre quarti d’ora a disposizione, prima di dover filare in ufficio. È un bel po’ di tempo.”

“No, no”, sorrise il papà, “quando manca un quarto alle otto, vuol dire che sono le sette e tre quarti, ossia è pochissimo tempo.”

“Queste cose io proprio non le capisco e non le capirò mai”, ribatté Miro.

“Certo che le capirai”, disse il papà. “Te le spiegherò stasera.”

“Alle sette?” chiese Miro.

“Beh, diciamo alle diciannove”, gli rispose il papà. “Le sette di mattina sono di sera le diciannove.”

Quando il papà se ne andò, la mamma condusse Miro all’asilo e cercò, strada facendo, di spiegargli perché il telegiornale cominciava alle venti e non alle otto.

“Cosa succederebbe”, chiese Miro, “se cominciasse alle otto?”

“Allora andrebbe tutto alla rovescia”, gli rispose la mamma.

Ed infatti dopo andò tutto alla rovescia. Innanzi tutto nella testolina di Miro, e di sera quando andò a dormire, nei suoi sogni. Alle diciannove, il papà non rientrò e quindi non trovò il tempo di spiegargli come era complicata tutta questa storia.

Alle ventiquattro, cioè a mezzanotte, Miro sognò che nella sua città moderna e automatizzata qualcuno aveva commesso uno sbaglio. All’alba, nel centro per la regolamentazione elettronica del tempo, una pulitrice aveva sbadatamente interrotto il commutatore principale. Il tecnico di turno, dopo aver schiacciato un pisolino, si era svegliato di soprassalto e aveva guardato l’orologio digitale constatando che erano le sette. Poiché faceva ancora buio, aveva pensato che fuori fosse sera e che l’orologio avrebbe dovuto segnare le diciannove. Aveva ordinato al cervellone di fissare l’ora esatta sul suo orologio. Dopo un istante, in tutte le case, le scuole e le fabbriche, erano le sette di sera, invece delle sette di mattina. Gli operai che stavano per mettere in moto i macchinari, si erano sentiti prendere da una grande stanchezza e filarono a casa per cenare. I bambini, che si stavano affollando davanti alla scuola, avevano visto che lì non c’era nessuno e, di corsa, tornarono a casa, per non perdere il cartone animato alla TV. Gli annunciatori televisivi, già pronti per leggere i notiziari del mattino, e per riposare poi un pochino durante la trasmissione di agricoltura già registrata, si misero a cercare febbrilmente gli spezzoni dei film della settimana, i quiz e le interviste. Il redattore del programma radiofonico, mentre telefonava all’ufficio, dalla rabbia stava per divorare il filo del telefono. A casa, proprio quando si infilava il pigiama, gli avevano telefonato dalla Radio avvertendolo che tra un paio di minuti, in mattinata avrebbe avuto inizio una riunione straordinaria del governo.

Alle otto i rivenditori di generi alimentari in giro per la città a far consegne si erano accorti esterrefatti di aver fatto nientemeno che dodici ore di straordinario. Basta per oggi, esclamarono, chiudendo gli sportelli dei camion. Allo stesso tempo si potevano vedere per le vie molti frettolosi violinisti, ballerini e attori, ancora in costume, e qualche fornaio con le borse sotto gli occhi per la stanchezza. Gli artisti correvano ai concerti e alle recite con sensibile ritardo, senza sapere il perché. I panettieri che avevano appena smesso il lavoro notturno, si erano resi conto all’improvviso che si era fatta nuovamente sera e se n’erano tornati al lavoro, completamente distrutti dalla fatica.
Alle dieci del mattino le vie erano deserte. Solo qualche guardia notturna pedalava in bici verso il posto di lavoro, anche se le pareva eccessivo il chiarore, data la stagione in corso. I beoni ritardatari, bussavano invano alle porte delle osterie e dei buffet chiusi. La gente chiudeva le imposte e nonostante le severe norme di economia energetica, aveva acceso le luci in pieno giorno. Tutta la città era in procinto di andare a dormire, gli aerei che sorvolavano il territorio nazionale e i treni internazionali alle stazioni di frontiera si erano accorti, per la prima volta nella storia del traffico, di essere arrivati a destinazione con dodici ore di anticipo.

Alle quattro, quattro e mezzo pomeridiane, erano cominciati ad arrivare nelle fabbriche i primi operai, alquanto sorpresi a causa degli autobus vuoti. Il caos era totale, così totale da svegliare Miro. Nella sua stanzetta però c’era un gran silenzio e buio pesto.

“Mamma, papà, vi siete dimenticati di venire a prendermi all’asilo”, strillò Miro. Dalla stanza accanto si sentirono dei brontolamenti assonnati.

“Sei impazzito a svegliarci nel cuore della notte?” borbottò il papà che era rincasato alle ore piccole, facendo tardi in un convegno. Al lettino di Miro si avvicinò pian piano la mamma, gli accarezzò i capelli e gli domandò: “Cosa hai sognato? Hai combinato di nuovo qualche pasticcio? Questo succede perché papà non ha mai abbastanza tempo per spiegarti le cose per filo e per segno.”

Per un po’ Miro rimase zitto, poi bisbigliò: “Sai, mamma, stavolta è andato tutto liscio. Come in un film.” E si mise a ridere.

“Vuoi saperne di più?”

“Dimmi.”

“Adesso mi è tutto chiaro riguardo al tempo. Ti spiegherò domattina alle diciannove come stanno queste cose.”

Titolo del testo originale “OB DEVETNAJSTIH ZJUTRAJ”
Mladinska knjiga, Ljubljana 1985Traduzione dallo sloveno di Jolka Milič

Note biografiche di Milan Dekleva a cura di Jolka Milič

Milan Dekleva, poeta, prosatore, saggista e traduttore è nato nel 1946 a Ljubljana, dove vive e lavora. Laureato in letteratura comparata e teoria letteraria. Per un certo periodo ha insegnato musica, poi ha fatto il giornalista, infine – da moltissimi anni – è redattore alla TV Slovenija. Era membro del gruppo musicale Salamander e compositore di musica da scena. Scrive poesia e prosa per l’infanzia, scenari televisivi e pubblicistica letteraria e musicale, traduce dall’inglese e dall’italiano. Ha pubblicato 18 raccolte di poesia, 5 libri di narrativa, 2 volumi di saggi, 8 lavori teatrali e radiofonici e 2 scenari televisivi. Per le sue opere di poesia, prosa e saggistica ha vinto tutti i premi nazionali più importanti. Inoltre ha dato alle stampe otto libri-racconti per l’infanzia: Ob devetnajstih zjutraj (Alle diciannove di mattina), 1985; Totalka odštekan dan (Un giorno del tutto svitato), 1992; Bučka v Broodwayu (Zucchina a Broodway), 1993; A so kremšnite nevarne (Sono pericolosi i pasticcini?), 1997; Virus za smeh (Virus per ridere), 1997; Naprej v preteklost (Avanti nel passato), 1997; Kako so nastale ZDA (Come sono sorti gli Stati Uniti d’America), 1998 e Rahlo pegaste sanje (Sogni leggermente lentigginosi), 2003. È stata messa in scena una dozzina di suoi lavori per l’infanzia: musical, recite teatrali e rappresentazioni con le marionette, tra cui: Zgodba o Ferdinandu (Storia di Ferdinando), 1978; Sanje o govoreči češnji (Il sogno del ciliegio parlante), 1982; Magnetni deček (Il ragazzino magnetico), 1982; Zveza diamantnega čuka (Unione della civetta di diamante), 1989; Igra o strašnem volku (Recita sul terribile lupo); Mi se ne damo (Noi teniamo duro), 1995; Od ene do nič (Da uno a zero), 1999 e Tri prašičji prašički (I tre maialeschi maialini), 2006.
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I micicani

Torno a proporvi un tuffo nella letteratura slovena per l’infanzia con questa simpatica storia dell’amicizia tra un bambino e un cane speciale.
Mi fa piacere ricordarvi che la troverete anche qui.

I micicani
di Marjeta Novak

Oltre la ringhiera del balcone sbuca la testa rotonda di Lentigginino. Il bambino, in punta di piedi, è già grandicello. Ieri la mamma l’ha portato a una mostra canina e, da allora, non si dà pace. Alla mostra gli è venuto un terribile desiderio, così espresso: “Vorrei avere un cane.” Sembra un desiderio comunissimo, ma non è così. Ogni desiderio deve trovare l’orecchio giusto per poter realizzarsi, ma per il desiderio di Lentigginino di orecchi giusti non ne esistevano proprio. Al contrario nelle sue orecchie entrano già i profondi sospiri del padre: “Ma non vedi che da noi non c’è spazio?” E gli strilli indignati della mamma: “Che altro ti verrà in mente!”
Mentre Lentigginino meditava tristemente, perfino le sue efelidi diventarono livide.
“Bau, bau, bau,” sentì allora abbaiare sotto il balcone. Lentigginino stentava a crederci, sotto c’era un’enorme bestiaccia simpatica e accattivante, aveva una coda lunghissima. Arrivava certamente fino in fondo alla via e perfino dietro l’angolo. Mamma mia, che spavento per tutti. Lentigginino però non si perse d’animo, anzi, armandosi di coraggio filò come una freccia giù per le scale. Giunto in strada, dovette camminare cinque minuti da una zampa all’altra e altri cinque in senso inverso.
“Cosa stai curiosando, pulce canina’!” abbaiò a piena gola il cane pieghevole Elastico. “Bau, op là!” e subito si restrinse diventando un normale cane di piccola taglia. A Lentigginino non incuteva più paura. “Assomiglia a una vecchia e buona fisarmonica”, pensò tra sé.
“Bau, op là, allungati. Bau, op là, acciambellati”, saltellava Elastico. Teneva la testa in su e la coda in giù, tutto come si deve. Solo il corpo era ad un tratto cortissimo.
“Posso diventare più piccolo del più piccolo orsacchiotto di pezza”, si vantava Elastico. “Sono un cane moderno per un appartamento moderno. Mi arrotolo e, op là, puoi nascondermi nella scatola dei giocattoli. Domenica hai gente in visita e, op là, mi stiro e allungo per tutto il corridoio, così gli ospiti vedono che bel cane sono. Pratico, no?
“Sei davvero un portento’“ bisbigliò Lentigginino con ammirazione.
“Le giraffe avevano il collo pieghevole molto prima dei cani a fisarmonica”, spiegò modestamente Elastico. “Ma purtroppo un giorno il collo si guastò e da allora nessuno è più capace di piegarlo per quanti sforzi faccia”.
Elastico sembrava molto saggio ma anche un po’ triste.
“Che preoccupazione ti sta rodendo!” gli chiese Lentigginino gentilmente.
“Mi sento terribilmente solo. Sono l’unico cane pieghevole al mondo mugolò malinconicamente e questa volta arrotolò in fretta solo la coda. “Mi piacerebbe trovare qualcuno per andare a spasso di notte, qualcuno che sappia cacciare le ombre variopinte e per giunta acciuffare la stella cometa per la coda.”
Lentigginino posò il dito sulla sua più grande efelide e si mise a pensare, a pensare. “Ecco,” disse dopo qualche minuto,”credo che Micetta sarebbe il tipo ideale per vagabondaggi di questo genere.”
“E che razza di gatta è Micetta” si interessò Elastico.
“Ha il coraggio dei cani in genere e la cortesia dei gatti in particolare.” “Bau-miao”, si sentÌ allora miagolare sul tetto vicino.
“Cosa sono queste smancerie?” si stupì Elastico.
“Ecco che arriva la nostra Micetta,” disse compiaciuto Lentigginino. “La gatta più istruita del luogo, puoi convincerti da solo che cocuzza ha. Parla tutte le lingue canine e feline, e quando le vien voglia di qualche coscia di merlo sa anche fischiare. Eh, sÌ, Micetta è in gamba!”.
“Bau, ap – cì!” starnutì Elastico. Questo gli succedeva sempre quando qualcosa di bello stuzzicava i suoi occhi. Ma non si lasciò adescare dal tenero e scintillante sguardo di Micetta. Neanche per sogno. Si arrotolò ancora più stretto per contemplarla con tutto comodo da lontano.
“Miao, miao”, Micetta si tirò il pelo più lungo dei suoi baffi d’argento e cominciò a suonare su di esso in modo struggente.
Sapeva anche tutte le vecchie melodie canine ed Elastico finì per trovarsi a proprio agio, come in famiglia, dimenticò perfino di ripiegare il suo grande cuore canino sentendosi irresistibilmente attratto lassù, verso il comignolo di Micetta. Lentigginino fu preso da spavento temendo per lui. Lo afferrò subito per la coda, ma era troppo tardi. Elastico cominciò ad allungarsi a non finire, finchè non raggiunse il tetto. Micetta aveva una bella pelliccia grigia, però agli occhi lucenti di Elastico pareva tutta d’argento. Accettò anche il suo regalo. Un regalo? Sì. Il gustoso osso pieghevole di un prosciutto cotto in casa. Era stata Micetta a prepararlo alla canina. Elastico non aveva altra scelta. Vuoi non vuoi, lui stesso e spontaneamente ammise alla fine a Lentigginino:
“Sì, Micetta è proprio in gamba!” Insomma si degnò di stringere amicizia con lei e non è il caso di commiserarlo per questo o di tenergli il muso.
Da allora in poi, tutte le notti erano piene di latrati e di miagolii, finché… finché… un bel giorno non nacquero – piegati alla perfezione – dei piccolissimi micicani. Proprio sei. Per precisare: tanti quanti erano i bambini del caseggiato. Lentigginino naturalmente decise di tenersi Elastico, preferendolo a tutti. Fino a quando i micicani erano piccoli si piegavano a fatica, dopo però se la cavarono discretamente, Avreste dovuto vederli! Erano vari e multiformi, con la nobile testa canina e il soffice corpo felino, con un’altissima coda canina e tenere zampette di gatto. Tip – tap, tip – tap, a passettini felpati i micicani giravano e se la spassavano con i bambini davanti al caseggiato, lasciandosi accarezzare da chiunque.
“Bau, miao, bau, miao”, dicevano di tanto in tanto, a seconda dell’umore. Gironzolavano a testa alta con spavalderia. Perfino il ringhioso cagnaccio di un vicino non interessava più nessuno.
“Uffa! come mi annoio,” sbadigliò mettendo in mostra le zanne.
“Suvvia, mettiti a baumiagolare un pochino con noi,” gli proposero magnanimi i micicani.
Avreste dovuto vedere con quanta pazienza imparava a baumiagolare il feroce bestione. Non ringhiava più con tanta arroganza. Ripeteva umilmente. Da principio pareva che prendesse in giro se stesso:
“Biau, biau, mau, mau”. Alla fine però riuscì a spuntarla.
“Bau, miao, bau, miao”, echeggiava da una casa all’altra.
Solo ogni tanto si sentiva:
“Biau, mau, biau, mau”, quando insomma il cane del vicino sbagliava e faceva una stecca.
“Cagnone stupido e presuntuoso”, lo motteggiavano i micicani, ma con simpatia, senza guardarlo in
cagnesco.

Titolo del testo originale “KUŽMUCKE”
Mladinska knjiga, Ljubljana 1984

Traduzione dallo sloveno di Jolka Milič

Biografia (a cura di Jolka Milič)
Scrittrice, redattrice, giornalista, traduttrice e adesso consigliere del ministro al Ministero della cultura in Slovenia, Marjeta Novak Kajzer è nata nel 1951 a Ljubljana, dove generalmente vive e dove si è anche laureata alla Facoltà di filosofia in lingua e letteratura slovena e in lingua e letteratura francese, ottenendo qualche anno dopo il dottorato di ricerca in letteratura francese a Parigi all’INALCO. Nello stesso istituto parigino si è laureata in seguito in lingua ungherese.
Prima di approdare al Ministero ha svolto molte cariche importanti e di grande responsabilità nel campo della cultura, giornalismo ed editoria. Ha intervistato importanti scrittori francesi, tra cui L. Aragon, I. Ionesco, A. R. Grillet, N. Sarraute, R. Gary e altri presentandoli ai lettori sloveni. Ha tradotto anche qualche libro, prevalentemente dalla letteratura francese. Ha pubblicato quattro romanzi: Vrtiljak (La giostra), 1983; Kristina, 1985 (premio Kajuh, tradotto anche in serbocroato); Vila Michel (Villa Michel), 1987 e Posebne nežnosti (Tenerezze particolari), 1990. Nel 1993 è uscito il suo libro di colloqui con gli scrittori sloveni dal titolo Kako pišejo (Come scrivono) e nel 1994 è coautrice dell’almanacco Noc v Ljubljani (Notte a Ljubljana).
Ha scritto cinque libri per l’infanzia: Sova v pižami (La civetta in pigiama), 1982; Kužmucke (I micicani),1984; Nepovabljeni rožnati gost (Il non invitato ospite rosa), 1990; Mama gre trikrat okrog sveta, 1993 (nel 2005 esce anche l’edizione italiana: La mamma fa tre giri intorno al mondo) e Arne na potepu (Arne a zonzo), 1995, quest’ultima opera anche in audiocassetta e tradotta in cinese e coreano.
 

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(foto di Sašo Trupej)

Chi prende in giro la mamma?

Eccoci al terzo appuntamento con la letteratura slovena per l’infanzia.
Oggi vi propongo la storia di un ragazzino terribile, che troverete anche qui. 

Chi prende in giro la mamma?
di Branko Hofman

Chi si lava senz’acqua e si pettina senza pettine?
Niko.
Chi butta qua e là i giocattoli e si ficca le dita nel naso?
Niko.

Chi non ce la fa a inghiottire un cucchiaio di minestra ed è capace di mettersi in bocca tre tavolette di cioccolato?
Niko.

E chi è Niko?
Un ragazzo eccezionale:

Quando corre per le scale tutta la casa sussulta e gli inquilini credono che ci sia il terremoto. Quando gioca al pallone abbassano le tapparelle per salvare i vetri. Quando fischia si tappano le orecchie con l’ovatta per timore di assordarsi. Quando si piazza davanti al televisore corrono al telefono per avvertire lo zoo che dalla camera di Niko si sentono i ruggiti delle tigri. Inoltre il ragazzo mastica il chewing-gum a quattro palmenti, fa scoppiare i palloncini e sputacchia dal balcone. Fa i dispetti alle ragazzine, parla a bocca piena e ne combina tante che la sua mammina non immagina nemmeno.

Ma soprattutto Niko è così ingegnoso da far venire il capogiro a chi l’ascolta. Sa ogni cosa e s’intende di tutto. Se per caso non sa qualche cosuccia se la inventa e così sa sempre qualcosa che gli altri non sanno.

Per lo più è la mamma a non sapere. Perciò Niko la erudisce:
“Secondo me bisogna mantenere le promesse.”
“Davvero?” si meraviglia la mamma.
“Verissimo,” risponde Niko dirigendosi verso la porta. “Dove vai’?” Gli chiede la mamma.
“In cortile.”
“Ma guarda! E senza chiedere il permesso?”
“Mi avevi promesso di poter andarci dopo aver messo a posto i giocattoli.” Niko fa il broncio perché a suo giudizio non bisogna dimenticare cose così importanti.
“Li hai messi davvero a posto?”
Niko le assicura che tutto è okay. La mamma però non capisce l’inglese e quindi le deve ripetere che i giocattoli sono tutti in ordine.
“Vado proprio a dare un’occhiata,” dice la mamma e si avvia verso la stanza di Niko.
Sulla soglia si ferma di botto. Guarda in giro e non riesce a staccare gli occhi da ciò che vede:
cinque automobiline sparpagliate per la camera e la sesta giace capovolta sotto il letto. I dadi sono disseminati sotto l’armadio e il tavolo, dappertutto. L’orsacchiotto senza un orecchio prende il sole sul davanzale. La giraffa ha una sciarpa al collo, le sue gambe però sporgono da sotto la coperta di Niko. Il vigile è appeso al lampadario e osserva col cannocchiale l’orizzonte. Il brigante Bibi guarda feroce dal comodino e tre gattini bianchi sbirciano intorno sul calorifero. Per terra in un angolo c’è un libriccino illustrato malconcio sul quale galleggia la nave di Niko.

La mamma lo guarda come se tutto quello che vede fosse il colmo del disordine, un vero caos, e Niko si rende subito conto di quale piega prenderanno le cose ma non ha nessuna voglia di parlare e lascia che sia la mamma ad attaccare il discorso:
“È così che hai messo a posto i giocattoli? Ma bene, benissimo!”
Niko sospetta che la mamma pensi diversamente da come parla e per ciò per prudenza non apre bocca.
La mamma passeggia per la stanza e inciampa nei dadi:
“È questo il posto dei dadi?”
“No,” risponde Niko, “ma questi non sono i dadi bensì le rovine di un grattacielo distrutto dal terremoto.”
“Potresti mettere a posto anche le rovine,” dice la mamma.
“Non posso farlo, finché non arrivano le squadre di soccorso.”
“E dove sono?” s’incuriosisce la mamma.
“Stanno arrivando con queste vetture,” la mette al corrente Niko, mostrandole col dito le automobiline sparse il giro.
“E l’orsacchiotto alla finestra?”
“Gli ho detto che andavo a giocare al pallone e, accidenti, è salito sul davanzale per fare il tifo per me.”
“Anche la giraffa si è infilata da sola sotto la tua coperta?”
“No, la giraffa no!” ammette Niko.”L’ho messa io perché ha un forte raffreddore. È venuta dal sole africano che è molto più caldo del nostro ed ha preso freddo.”
“E cosa fa il brigante Bibi nel comodino?” continua a tempestarlo di domande la mamma.
“Non è nel comodino, ma in prigione. Non toccarlo!”
“È pericoloso?”
“Con un morso può staccarti un dito. Non vedi i suoi occhi torvi?”
“E quanto tempo rimarrà in prigione?”
Niko fa le spallucce come per dire: ”non sono io a decidere, ma il vigile sul lampadario,” che però non si pronuncia finché non cattura anche i corsari che navigano col tesoro a bordo del vascello verso l’isola del libretto illustrato.
“E i gattini sul calorifero?”
“Sono Bim, Bam, Bum.”
“Bene,” ribatte la mamma, “dimmi cosa stanno facendo Bum, Bim, Bam?”
“Non sono Bum, Bim, Bam, ma Bim, Bam, Bum. Per carità, non scambiarli, altrimenti succede una baraonda.”
“Che baraonda?”

Niko spiega alla mamma che i mici sono dei gran furbastri, non c’è da fidarsi di loro. Non perdono nessuna occasione per combinare qualche disastro. Basta che Niko guardi irato Bum, ecco che Bum giura di essere Bim e d’un tratto ci sono due gatti Bim e nessun Bum. Se invece loda Bam, vogliono essere Bam tutti e tre. Insomma, tutto va a catafascio. E addio ordine.

“A te l’ordine sta molto a cuore?” gli chiede la mamma.
“Sì, molto. Voglio averlo, punto e basta,” dice Niko, perché così parla il papà, quando cerca gli occhiali che ha dimenticato in ufficio, però è colpa della mamma se non li trova a casa.
“Anch’io pretendo l’ordine!” replica la mamma. “Perciò metti prima a posto la camera, se vuoi andare in cortile.”
“Perché devo farlo?”
“Perché è la tua camera.”
“L’ho ceduta ai giocattoli, appartiene a loro. I giocattoli quindi sono responsabili dell’ordine, perciò rivolgiti a loro, me cancella pure dall’elenco.” Niko si ribella disperatamente, gli sembra addirittura incredibile che la mamma si ostini a non capire verità così elementari.
“Esigo da te di riordinare la stanza, e perciò non m’interessano i tuoi patti con i giocattoli,” lo rimbecca la mamma.
“Ma non vedi che è a posto?” insiste testardo.
“Ti sembra?” La mamma lo guarda in un modo che solo lei conosce.
“Non si può fare di più, meglio di così è impossibile. Inoltre, al giocattoli non rinfacci mai il disordine. lo invece non sento altro che rimproveri. Non è giusto.”
“Credi che i giocattoli mi ubbidirebbero se pretendessi da loro di tornare dritti dritti al loro posto negli scaffali?”
Niko increspa la fronte e alla fine sbotta:
“Anche se ti ubbidissero, te ne vorrebbero.”
“Perché?”
“Perché interromperesti tutte le straordinarie avventure che stanno felicemente vivendo. Li priveresti della gioia e senza gioia non c’è vita. I giocattoli non se lo meritano proprio.”
“E questa dove l’hai pescata?”
“Non l’ho pescata da nessuna parte. So che è così.”
“Oh, le tue solite vanterie!” sospira la mamma, poi si mette a pensare e, alquanto perplessa, non sa che partito prendere.

Per Niko è un buon segno, anzi, è venuto il tempo, a suo parere, di non dover risparmiare le parole: “Lascia in pace la stanza. Se ai giocattoli piace così, deve piacere pure a noi. Su, mammina, andiamo, spicciamoci,” la sollecita.

La mamma finalmente sorride e gli dà una tiratina ai capelli:
“Sei proprio bravo a prendermi in giro, mio piccolo zazzerone! A furia di frequentarti imparerò ancora moltissime cose.”
“Senza dubbio,” giubila Niko, compiaciuto.

Poi pian piano chiudono la porta per non disturbare i giocattoli mentre giocano.
Niko è contento che tutto sia finito in questo modo, anche se non capisce perché la mamma sopporti con tanta indulgenza le sue burle. Senza spazientirsi perfino o provare imbarazzo. Al contrario: sorride dolcemente e cammina ancora più disinvolta.
Da Niko, naturalmente, imparerà ancora tanto, ma proprio tanto. Nessuno ne dubita.

Titolo del testo originale “KDO MAMICI SOLI PAMET”
Mladinska knjiga, Ljubljana 1985

Traduzione dallo sloveno di Jolka Mili&#269

Biografia (a cura di Jolka Mili&#269)

Branko Hofman, poeta, scrittore, drammaturgo e pubblicista, nacque nel 1929 a Rogatec in Stiria e morì stroncato dal cancro al culmine della sua creatività, nel 1991, a Ljubljana in Slovenia, dove passò la maggior parte della sua vita. Laureato in letteratura comparata e filosofia, iniziò la sua carriera come giornalista, poi fino alla morte fu redattore in una delle case editrici più importanti, concentrate quasi tutte nella capitale.
Opere letterarie: sette raccolte di poesia, quattro libri per l’infanzia, cinque lavori di teatro, un libro di racconti e tre romanzi, l’ultimo dei quali Noc do jutra (Notte fino all’alba), 1981, ha sollevato in quei tempi molto scalpore, trattandosi di un suggestivo romanzo giallo psicologico con colpi di scena, ma anche con un capitolo che i governanti non si aspettavano che trattava con abbondanza di dettagli l’inquietante tematica dei detenuti politici sul Goli otok e della violenza repressiva comunista che allora erano argomenti severamente proibiti e messi sotto silenzio. Ben poche persone ne sapevano qualcosa. Il libro, per un dato periodo, è stato tolto dalla circolazione e Hofman sottoposto a pressioni di ogni genere, ma i tempi erano ormai maturi anche per questa specie di informazioni carenti di critica e autocritica del governo. Dopo la… burrasca il libro è stato rimesso in vendita e tradotto in più lingue pubblicato anche all’estero. Hofman ha pubblicato inoltre due volumi di conversazioni. Il primo è intitolato: Pogovori s slovenskimi pisatelji (Conversazioni con gli scrittori sloveni), 1978, in cui c’è un esiguo numero di donne tra gli imperanti uomini e, dopo dieci anni, nel 1988, forse per riparare il torto fatto nei confronti del sesso gentile ha dato alle stampe Iskani in najdeni svet (Il mondo cercato e trovato), riempendolo stavolta solo di… penne al femminile, dedite all’arte difficile della scrittura, anche questa operazione ironico-arbitraria non è passata inosservata, ma discussa da ambo i sessi, comunque tutti e due i libri molto letti e di piacevolissima lettura.
E adesso i titoli dei libri per l’infanzia: Ringo star, 1980; Tonka Paconka (Simona la pasticciona), 1982; Kdo mamici soli pamet (Chi prende in giro la mamma?), 1985 e Ringo potepuh (Ringo, il vagabondo), 1990.

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Muri il gatto

Prosegue il viaggio nella letteratura slovena per l’infanzia con la storia delicata del gatto Muri e degli abitanti di Gattopoli.
Troverete la storia qui.

Il gatto Muri
di Kajetan Kovic

Suona suona la sveglietta:
Muri, il gatto senza fretta
apre gli occhi e guarda intorno
per vedere il nuovo giorno.
Ecco, subito si spiccia
a pulirsi la pelliccia
e rassetta il suo lettino,
le lenzuola ed il piumino.
Esce e va nella locanda
dove sta gatta Fernanda.
Là lo aspetta un tavolino
riservato allo spuntino:
dolce latte spumeggiante,
pane morbido e fragrante.
Mentre mangia, il bel gattino
legge i fogli del mattino,
legge tutto senza posa,
punti, virgole e ogni cosa.
Alla fine paga il conto,
ad uscire adesso è pronto:
la “Gattopoli” lo attende
con le strade sue stupende.

A Gattopoli, tranne i gatti e gli articoli per gatti, non c’è proprio niente, neanche un cane. Se per caso passa di lì qualche cucciolo sprovveduto, deve portare la museruola. Dato che i cani detestano questi arnesi, evitano la città. Per questo, lungo il Corso gli unici passanti sono i gatti di ambo i sessi. Si dirigono a frotte verso piazza Gattapelata dal baffutissimo gatto Marco per rifornirsi di pesce fresco.In mezzo alla piazza c’è il Municipio. Vi esercita le sue alte funzioni il sindaco Micione, soprannominato Micio il Grande. Quando appare sul balcone, tutti i gatti in piazza lo salutano in coro. Micione, d’altra parte, allieta sempre i suoi concittadini con qualche piacevole notizia. Talvolta li avverte:

“Domenica pomeriggio, nel parco Miagolì-Miagolà, si farà il gioco della tombola. Il primo premio sarà per tutti – psst, gatta ci cova – una grande sorpresa.”

Oppure annuncia:

“Oggi alle tre, in viale dei Gattici, avrà luogo la gara motociclistica dei sorci. Il pubblico è pregato di non divorare i concorrenti.”

E così i giorni a Gattopoli trascorrono allegramente secondo i gusti di questi felini.

Il gatto Muri vive in via degli Orticelli, all’estrema periferia della vivace città, in una vecchia bicocca. Momentaneamente non è in casa, perché si sta avviando per il Corso verso piazza Gattapelata. Prima aveva pensato di comperarsi del pesce, ma strada facendo aveva abbandonato questo progetto decidendo di mangiare all’osteria AL GATTO NERO. Anzi, per non annoiarsi. da solo, gli era balenata la felice idea di invitare a pranzo la sua amica del cuore, la micetta Federica. La gattina però abita dall’altro capo della città, Muri quindi deve telefonarle.

C’è una micia dormigliona,
va dal letto alla poltrona,
questa gatta assai carina
sembra quasi parigina.
La sua casa quieta e ombrosa
molto spesso è silenziosa
ma il telefono squillando
si fa udir di quando in quando.
Federica si ridesta
e risponde lesta lesta…
“Qui ti parla il gatto Piero,
tu stai bene per davvero?”
e la gatta allora dice:
“Io mi sento un po’ infelice.”
Suona ancora l’apparecchio,
parla Miki nell’orecchio,
Federica non dà udienza
e con lui non ha pazienza,
vuole starsene tranquilla
ma di nuovo il fono squilla,
è Peppino, il parrucchiere
per le gatte del quartiere.
E poi dopo il gatto Ciombe
scapestrato e tira bombe.
Indi il vecchio Rigoletto,
un po’ gobbo poveretto…
Quando arriva mezzodì,
chiama Muri lì per lì
e con grande decisione
sa invitarla a colazione.
Federica un po’ confusa
è felice e fa le fusa.

Avendo ancora un’oretta a sua disposizione, Muri andò a passeggiare per il Corso. Andava da un marciapiede all’altro guardando di tanto in tanto le vetrine.Nella pasticceria LINGUE DI GATTO vide una serie di torte a quattro piani, ma non appartenendo alla schiera dei gattini golosi, tirò innanzi senza battere ciglio.

Nella calzoleria IL GATTO CON GLI STIVALI in una vetrinetta, tra tante cose, era esposto un paio di stivaletti modernissimi. Pensò di provarseli, ma non trovò il suo numero.

Nell’oreficeria LACRIME DI GATTA scorse una incantevole collana di perle vere. Era così bella e così salata che ogni gatta si scioglieva in un pianto davanti alla vetrina.

Poi Muri si fermò davanti alla libreria dov’era messo ben bene in mostra un grosso libro illustrato di raffinata CUCINA GATTESCA. L’aveva scritto Dino, il capocuoco dell’osteria AL GATTO NERO. Al solo pensiero dell’imminente pranzetto, venne a Muri l’acquolina in bocca e si leccò i baffi prima del tempo.

In quello stesso istante le guardie Zampetta e Musino, sul marciapiedi di fronte, portavano in gattabuia il gagliardo Ciombe. L’avevano colto in flagrante, con quattro petardi e due castagnole addosso, mentre voleva scassinare la banca.

Muri proseguì il suo cammino e, attraverso la finestra del salone GATTIN SBARBATO, adocchiò il sindaco Micione. L’impareggiabile acconciatore Peppino il bullo gli stava arroncigliando i mustacchi e inanellando la coda.

Infine, passo a passo, arrivò fino a un enorme edificio con la scritta: SCUOLA PER GATTONZOLI. Sul portone stava all’entrata il bidello Maramao, all’interno invece gli scolari cantavano con foga la loro filastrocca preferita:

Quattro topi ed una gatta,
e una capra un poco matta
– e anche sorda un pochettino –
stan giocando a rimpiattino.
“Capra sorda, correrai
ma beccarci non potrai.”
Mentre va la gatta a spasso
i topastri fanno chiasso,
ma la capra bicornuta
e mattoide, all’insaputa
dei festanti è sul balcone
a dar fiato al suo trombone.
Qua purtroppo quatta quatta
c’è la coda della gatta
e un topino saputello
sulla torre del castello.
Ma la capra che non sente
non capisce un accidente.
Beve latte ed acquavite,
organizza viaggi e gite.
Le caprette, i topi e i mici
vanno in cerca di amici,
al di là dell’equatore
troveranno anche l’amore.

Federica, nel frattempo, si vestì in fretta e prese l’autobus diretto in città. C’erano pochi passeggeri. Oltre a lei, c’era l’ormai pensionato barbiere Figaro, la studentessa di musica Pika con la sua fisarmonica ed infine la cuoca Maia e la cameriera Mara che lavoravano nelle ore pomeridiane all’ALBERGO GATTINARA. E, ovviamente, c’erano sull’autobus il conducente Tobia e il bigliettaio Silvestro. Mentre attraversavano il largo Micini, sopra il tetto dell’autobus lampeggiò e seguì un tonfo.“Dio mio!” esclamò la studentessa Pika fuori di sé. “È stato certamente un disco volante.”

Il conducente fermò l’autobus e scese in strada a vedere.

Subito si rese conto che sul tetto non era precipitato nessun UFO ma il gatto volante Felix. Mentre si arrampicava su per un albero, aveva messo sbadatamente un piede in fallo piombando come un bolide sulla vettura.

Tobia, rabbioso come un cane, chiamò immediatamente la polizia stradale. Il gatto Felix fu portato senza indugi alla stazione di polizia per aver disturbato il traffico e per caccia illecita agli uccelli. Dovette pagare una multa di cinque dugatti.

L’autobus intanto continuò il suo percorso e si fermò in piazza Gattapelata. Là Muri aspettava Federica e insieme, a braccetto, entrarono nell’osteria. Si accomodarono ad un tavolo riparato dal sole in un angolino accogliente del giardino. Il cameriere venne di corsa con la lista delle vivande.

Il menù delle delizie,
per i gatti le primizie:
Tutto panna è il brodo bianco,
si tramuta il pane stanco
in crostini appetitosi
dai profumi deliziosi.
Poi ci sono la polenta
e la pizza succulenta,
il ragù con la cipolla,
trote fresche e carne frolla.
Pei gattini golosetti
ci son gran manicaretti,
per i gatti più affamati
le frattaglie e gli insaccati.
Capo cuoco è il gatto Dino
che lavora allo spiedino,
cuoce, frigge e fa bollire
cibi ghiotti a non finire.
Muri siede con l’amica,
la gattina Federica,
e si sfiorano i ginocchi
e si abbuffano di gnocchi,
di vitello fatto arrosto
e non badano al suo costo.
Sono sazi e innamorati,
sono gatti fortunati,
ma ahimé il tempo vola
tra un bacio e una parola.

Dopo il pranzo, Federica andò a trovare l’amica Teodora. Suo marito, il gatto Jumbo, era in viaggio per affari in Tigrania, e così le due amiche potevano chiacchierare indisturbate della moda, dei bambini e delle conoscenti comuni.Teodora aveva due figlioletti, Teo e Dora. Il maschietto frequentava la terza elementare e la femminuccia la prima. Tutti e due se la cavavano benissimo a scuola. Erano l’orgoglio di Teodora.

All’arrivo di Federica avevano appena finito di fare i compiti ed erano andati a giocare. Teo faceva le capriole e Dora cercava di acchiapparsi la coda. Dopo, i due gattini giocarono a carte e poi a nascondino. Dora si rannicchiò in un armadio e Teo riuscì a trovarla in un istante. La facilità del gioco lo infastidiva e sbuffava annoiato, ma non troppo.

Teodora suggerì ai due di recitare per la zia Rica qualche poesiola. Dora accettò con entusiasmo la proposta, fece subito un inchino e declamò prontamente:

                  Fa’ la pappa, bel micino,
                  crescerai se sei piccino.

Federica la applaudì clamorosamente. Teo invece cercò di farla franca dicendo di non sapere nessuna poesia. Dopo lunghe esortazioni da parte di Teodora, riuscì a ricordarsene una. Recitò con enfasi:

                  Il vicino alleva gli orsi,
                  noi le pulci che dan morsi.

Federica rise di cuore, al contrario di Teodora che gettò un gridolino di disgusto: “Mamma mia, chi ti ha insegnato questi versi impertinenti?”.

“Il bidello Maramao”, spiattellò Dora.

“Spiona!” le rinfacciò Teo facendo le boccacce.

“Smettetela!” si spazientì Teodora.”Adesso mangerete alla svelta e andrete difilato e senza far storie a dormire.”

I due gattini ubbidirono. Dopo aver bevuto il latte, s’infilarono nel letto. Il lettino di Dora era rosa, quello di Teo invece celeste.

Teodora e Federica cantarono ai frugolini la ninna nanna GATTI GATTI:

Gatti bianchi, gatti rossi,
gatti neri dentro i fossi,
viene l’ora di dormire
perché il sole va a morire.
Gatte scure, gatte chiare,
questa è l’ora di sognare.
Ogni sogno è una scodella
dove nuota una sardella,
ogni sogno sa di miele,
ha il profumo delle mele.
Gatti, gatti, vien la notte,
uno ad uno già vi inghiotte.
Ha il sapore della panna
questa dolce ninnananna,
sembra proprio un’altalena
questa breve cantilena.

Mentre Federica era da Teodora, Muri sedeva con l’amico Miao allo stadio. Era il giorno di una grande partita. In campo c’erano le squadre GATTONE e GATTINO. I Gattoni erano della città vicina, i Gattini invece giocavano in casa. Gli spettatori naturalmente tifavano per i Gattini. Anzi, si sgolavano: “Viva i Gattini! Che schifo i Gattoni!”.Nonostante questo, i Gattoni avevano avuto la meglio durante l’intero primo tempo. Solo al secondo tempo avevano subìto la prima rete. Il pubblico delirava per la propria squadra, e i più scalmanati si erano messi a scandire:”Noi tifosi abbiam gridato: rete! rete! a perdifiato.”

Dopo ci fu una gran mischia davanti alla porta dei Gattini e più d’uno era rimasto per terra lungo disteso e ammaccato. L’arbitro Matteo Rigattieri assegnò ai fallosi un calcio di rigore. I tifosi si misero a fischiare. Il più accanito di tutti era il grande e grosso Ciombe. Poco mancava che non saltasse in campo. Ululava come un ossesso: “L’arbitro Matteo è un babbeo!”.

Ciombe veramente avrebbe dovuto marcire in gattabuia, ma poiché le guardie Zampetta e Musino avevano voluto vedere la partita a tutti i costi, l’avevano portato con sé.

Dopo, nello stadio si fece un gran silenzio. Il centravanti dei Gattoni sferrò un colpo magistrale che il portiere dei Gattini parò con altrettanta maestria, anzi, riuscì a bloccare il pallone a un pelo dalla porta. Tutto lo stadio esplose dalla gioia; Miao abbracciò Muri promettendogli un boccale di latte frappé a fine partita.

Subito i Gattini tornarono alla carica e segnarono ben presto altre tre reti. Vinsero per quattro a zero. Gli spettatori sventolavano le bandiere, la banda municipale intonò la marcia dei calciatori e i più focosi si misero a cantare e a sfottere: “Questo gatto centro-avanti / ne fa quattro in pochi istanti!”.

Anche Miao si unì per un po’ al coro, ma a furia di spolmonarsi gli venne una sete da morire e con Muri andò a bersi il progettato frappé.

E così la giornata di Muri a Gattopoli sta lentamente finendo. I suoi amici lo hanno lasciato, andando ognuno per la sua strada.

Federica guarda Tom e Jerry alla televisione, il bidello Maramao racconta ai suoi micetti favole di gattopardi, gattimammoni e gattemorte.

Miao è andato in piena notte a pesca di gattucci.

Le guardie Zampetta e Musino invece giocano con Ciombe a rubamazzo e a su le mani!

Insomma, tutti si divertono un mondo.

Muri si incammina verso il vicolo degli Orticelli chiedendosi meditabondo cosa scriverà nel libro che sta compilando di sera in sera, già da qualche annetto. Muri, bisogna dirlo, è uno scrittore e tempo fa il sindaco gli aveva affidato l’ingrato compito di eternare tutti gli eventi degni di memoria accaduti a Gattopoli.

Sotto il raggio della luna
già le case ad una ad una
si addormentano beate
lungo strade abbandonate.
Solo Muri è ancora desto,
scrive scrive, lesto lesto
il suo LIBRO DI FELINO,
lo compone per benino.
E non c’è nulla di meglio
del caffè per stare sveglio.
Muri scrive, Muri beve,
la fatica si fa lieve.
Mezzanotte è già battuta
quando l’opera è compiuta.
Ora il gatto gran scrivano
può buttarsi sul divano
e in men che non si dica
sta sognando Federica.

Titolo del testo originale ” MACEK MURI”
Mladinska knjiga, Ljubljana 1975

Traduzione dallo sloveno di Jolka Milič,
per le filastrocche con l’aiuto della
poetessa triestina Valeria Sisto Comar

Di seguito breve biogragfia dell’autore a cura di Jolka Milič 

Il poeta, romanziere, scrittore per l’infanzia e traduttore sloveno Kajetan Kovic è nato nel 1931 a Maribor in Slovenia. Si è laureato in letteratura comparata e teoria letteraria all’università di Ljubljana nel 1956. Fino al pensionamento è stato editore capo della casa editrice nazionale DZS. Per ragioni di studio ha soggiornato a Parigi e a Praga. Ha partecipato a numerosi incontri letterari nelle più svariate città europee. Membro dell’Associazione degli scrittori sloveni e del Pen club. Membro anche dell’Accademia slovena delle Scienze e delle Arti.
Autore di quatto romanzi, di un libro di racconti, di un libro di saggi sulla poesia slovena, di diciassette raccolte di poesia e di una decina di libri per l’infanzia, tra cui segnaliamo: Franca izpod klanca (Francesca vattelappesca), 1963, premio Levstik; Zlata ladja (Il vascello d’oro), 1969, 1975 e 1980; Moj prijatelj Piki Jakob (Il mio amico Piki Jakob), 1972, ristampato fino ad oggi moltissime volte; Macek Muri (Il gatto Muri), 1975, anche questo con numerose ristampe; Zgodnje zgodbe (Racconti iniziali), 1978; Križemkraž (A sbieco e di traverso), 1980, edizione ampliata 1991; Zmaj direndaj (Il draghetto chiassosetto oppure Il dragone fracassone), 1981, 1991; Pajacek in puncka (Il pagliaccio e la bambina), 1984 – premio Levstik 1985 e Macji sejem (La fiera dei gatti), 1999.num010kovic

(foto di Tihomir Pinter)

Una lunga e articolata storia nella quale i protagonisti assoluti sono i gatti, visti nelle loro attività quotidiane, alle prese con situazioni e problemi molto umani.
Da notare anche il ricorrere, quasi un gioco di parole, di termini derivati e composti della parola gatto. Come non pensare al “Gatto con gli stivali”, proposto all’attenzione dei lettori per la prima volta da Giovanni Francesco Straparola (e non si sa se sia una sua invenzione o la ripresa di un tema popolare), rielaborato da Gianbattista Basile, ma definitivamento attestato come personaggio grazie ai fratelli Grimm e a Charles Perrault.
Ma ci sono gatti più moderni sono lo Stregatto di Alice e altri resi celebri dai film, come gli Aristogatti di Walt Disney o la versione spagnola del Gatto con gli stivali in Shrek.
Persino nei fumetti e nei cartoni animati i gatti non mancano, da  gatto Silvestro a Felix , da Tom a Garfield e poi il delizioso Tom Micio di Beatrix Potter.
I gatti hanno sempre occupato un posto di rilievo nella storia, o venerati, come ai tempi degli Egizi, o odiati e perseguitati, come nel medioevo, e ancora oggi un gatto nero può suscitare superstizioso fastidio oppure essere considerato un portafortuna come il famoso Maneki Neko, la statuina giapponese detta anche gatto della fortuna.


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Ajataj

La letteratura slovena per l’infanzia non è molto nota in Italia. Anzi, non lo è per nulla. E proprio per questo motivo vi propongo alcune storie tradotte appositamente in italiano da Jolka Milič e pubblicate sulla rivista on line Fili d’aquilone.
La storia di Ajataj è inserita nel numero dieci della rivista.

milicJolka Milič è nata nel 1926 a Sežana (in Slovenia), dove tutt’ora vive e lavora. Ha tradotto almeno una ventina di libri di poesia, che in gran parte ha anche curato. Traduce soprattutto poesia dall’italiano allo sloveno e viceversa. Nel 1999 ha vinto il “Premio Kosovel” per la traduzione della silloge Botticelli di Ivo Svetina. Nel 2004 è stata premiata dall’Associazione Artecultura di Trieste “per la sua preziosa e intelligente opera di ponte fra le letteratura di Slovenia e Italia”. Nel 2005 le è stata conferita dal Presidente della Repubblica Ciampi l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana e dall’Associazione dei traduttori letterari sloveni di Ljubljana ha ricevuto l’ambito “Diploma Lavrin”.
Ajataj
di Gitica JakopinDietro tre verdi stagni, in una vasta foresta vive il gigante Ajataj. Ajataj ha una chioma fluente come tutti gli uomini acquatici e una folta barba grigia che tocca terra. Il suo viso è pieno di piccole rughe. Gli si sono formate perché è un tipo gioviale che ride volentieri. Sorride agli uccelli e alle formiche, agli scoiattoli e alle farfalle, alle fate e agli gnomi. Inoltre ai bambini e talvolta anche agli adulti.Ajataj ha un letto di soffice muschio e non ha bisogno di una casa. Sopra il suo letto si intrecciano i rami con larghe foglie e lo riparano dal vento e dalla pioggia. Per tavolo ha scelto un ceppo liscio e rotondo. Gli scoiattoli glielo puliscono ogni giorno con la coda, le farfalle lo ricoprono con le loro ali di seta.Ajataj dorme di giorno. Riposa all’ombra di una vecchia quercia. Con essa ha stretto amicizia da lungo tempo. Tutti gli animali selvatici del luogo sono invece la sua famiglia. Gli insetti gli ronzano intorno come dei piccoli elicotteri. l battiti dei picchi sui tronchi echeggiano cupamente. Le gazze quasi sempre litigano svolazzando rabbiose di ramo in ramo. La ghiandaia siede ogni mattina su un cespuglio e nella scuola degli uccelli insegna ai passeri, ammaestra le cinciallegre, gli storni e i fringuelli. Anche lo scoiattolo, smanioso di imparare, ogni tanto scende in aula lungo un fusto scivoloso e persino la vecchia volpe sorniona tende un orecchio.Ma il nostro gigante continua a dormire saporitamente. Qualche volta russa nel sonno e sotto gli alberi pare il sospiro di una montagna.Ma quando arriva la notte in punta di piedi, all’improvviso tutto si rianima. Le civette, stridendo da ogni dove, si augurano il buon giorno e dai rifugi del bosco sbuca l’armata di Ajataj, gli allegri folletti Dormi-dormi. Si chiamano a colpi di fischietto e corrono sotto la vecchia quercia. Quando sono tutti riuniti siedono intorno al ceppo e Ajataj comincia a parlare: “Tutti qui? Stanotte ci sarà un gran daffare, perché fa molto caldo. I bambini stenteranno di addormentarsi. Andiamo?”.“Andiamo?” rispondono in coro i folletti e si alzano.Ajataj tira verso di sé una grande gerla e i folletti uno dopo l’altro, salendo prima sul ceppo, vi saltano dentro. Quando è piena il gigante se la carica sulle spalle e riprende la strada di ogni notte.Passando oltre i tre verdi stagni, arriva su una radura dove il tasso dormiglione gli fa un cenno di saluto, le lepri invece si affacciano solo alla soglia e si voltano sonnacchiose dall’altra parte. Ajataj le saluta e scende sul sentiero che biancheggia tra i campi. Sotto la scura montagna serpeggia un fiume limpido. I prati tacciono sotto il chiaro di luna. Quando Ajataj scorge davanti a sé i bianchi muri e i tetti lucenti della città si ferma. Posa la gerla sul marciapiede. I folletti saltano fuori. Nel frattempo hanno fatto un sonnellino e adesso si stiracchiano tutti contenti.“Su, svelti, filate!” dice Ajataj. “E badate di non spaventare i lattanti che dormono sodo già da un pezzo.”I folletti pullulano per le vie come formiche. Silenziosi come topolini entrano di soppiatto in tutte le case. Danno una occhiata ad ogni lettino dove i bambini già dormono, e regalano loro dei bei sogni. Ma in vari luoghi i marmocchi vegliano ancora. Sdraiati sul dorso si divertono un mondo a scalciare e a buttare le coperte per terra. Oppure si tirano i cuscini e saltano vispi come capretti. In queste case i folletti sostano di più. Fanno un cerchio, si prendono per mano e si mettono a cantare:  
                 Ninna-ò, Ninna-ò,
                  ogni gioco
                  dura un po’.    
                 Se dormire
                  non vorrai,
                  alla scuola tarderai. 
                  Chiudi gli occhi
                  e fa la nanna
                  cocco bello della mamma. 
                  Ninna-ò, Ninna-ò,
                  ogni gioco
                  dura un po’.
Anche in queste case si fa presto silenzio. I bambini respirano profondamente. Le palpebre diventano così pesanti che tra qualche istante gli occhi già socchiusi si chiuderanno definitivamente. Nella ragnatela sotto il soffitto si è intrappolata una mosca e cerca invano di liberarsi. Il ragno invece continua a tessere la sua tela e tesse, tesse senza posa…I folletti chiudono silenziosamente le porte alle loro spalle. Ballando e cantando a lungo, vanno di casa in casa, finché non si addormenta tutta la città. Solo allora ritornano da Ajataj. Cadono stanchi morti nella sua cesta e lui li riporta indietro attraverso i prati sotto la scura montagna, per il bianco sentiero, oltre la radura e i tre verdi stagni. Laggiù, nella vasta foresta, li scarica. I folletti si separano andandosene ognuno per conto proprio ed anche Ajataj si distende sul suo soffice muschio.Gli uccelli tra i rami si stanno svegliando, gli alberi scuotono le fronde intorpidite, la rugiada imperla le foglie. L’alba pian piano risplende sulla città, sulla campagna e sul bosco immenso.Titolo del testo originale “AJATAJ”
Mladinska knjiga, Ljubljana 1984Traduzione dallo sloveno di Jolka Milič
Di seguito la biografia dell’autrice a cura di Jolka MiličLa traduttrice e scrittrice Gitica Jakopin nacque nel 1928 a Leskovec (Krško, in Slovenia). Nel 1942, prima ancora di completare il ginnasio, fu deportata con la famiglia in Austria e, a Bregenz, alla fine della guerra ottenne la maturità classica; in seguito fece ritorno in patria con i suoi. Dopo essersi laureata in germanistica e romanistica alla facoltà di filosofia di Ljubljana, iniziò la sua intensa carriera di traduttrice: tradusse infatti più di 70 romanzi di autori famosi, tra cui Dostojevskij, Rabelais, Carroll, London, Hohlen, Smullyan, Agata Christie, Handke, Chamisso ecc. Lavorò per ben otto anni anche nella redazione cinematografica della Radiotelevisione slovena, traducendo centinaia di film, drammi e serial. Scriveva anche in proprio, pubblicando poesia e prosa per adulti e l’infanzia su molte riviste letterarie.
Nel 1962 diede alle stampe il suo primo romanzo, Žarometi (Riflettori), con una successiva edizione rivista nel 1996; nel 1963, Devet fantov in eno dekle (Nove giovani e una ragazza – Premio Kajuh), romanzo rielaborato nel 1978; mai del tutto soddisfatta pubblicò il racconto Veronika nel 1980 e lo rifece ampliandolo nel 1996, cambiando perfino il titolo in Slovo od deklištva (Addio alla fanciullezza o allo stato di ragazza). Il libriccino illustrato per i più piccini Ajataj è anche del 1980. Nel 1986 con il titolo Anina uspavanka (La ninnananna di Ana) uscì una raccolta di poesie infantili e nel 1995 la raccolta di prose brevi Duša kaj želiš (Anima che cosa desideri). Riunì in un libro tre radiocommedie: Na vrhu svobode (Al culmine della libertà), che pubblicò all’inizio del 1996, un po’ prima di morire per un ictus cerebrale, il 9 marzo. Nel 1985 le fu assegnato il premio Sovrè per la sua opera di traduttrice.num010jakopin

(foto di Primož Jakopin)Leggendo questa bella storia ho ripensato alla figura dell’Uomo della Sabbia, nota da secoli e ripresa anche da E.T.A. Hoffmann ( la storia d’amore tra un uomo e la bambola meccanica Olimpia, tema che verrà ripreso nel tempo,  ricordiamo almeno Eva futura di A.Villiers de l’Isle-Adam e Metropolis di Thea von Harbou e Fritz Lang) e da H. C. Andersen.

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Ho bisogno di manualità e di creatività, partendo dalle piccole cose. Di riscoprire materiali che sanno riscaldare, avvolgere e colorare. Ho bisogno di leggerezza, di spazi aperti e tranquillità. Di riscoprire, nella semplicità, momenti in cui lasciare andare la mente. Ho bisogno di ritrovare il "bandolo della matassa"