Un anno di blog

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 20.000 volte in 2014. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 7 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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Interviste – perché un blog

Accogliendo l’invito di Cosimo Piovasco di Rondò nel suo blog A mezzanotte in punto, ho risposto alle sue domande qui

Buona domenica

A…a…aNobii!

A luglio Gabrilu ne aveva parlato qui, ma non sono neanche andata a curiosare.
Poi a novembre si era espressa in modo più definitivo qui, e io ho continuato a ignorare il fenomeno.
Nel frattempo ne avevo sentito parlare ancora, ma ho perseverato nel mio disinteresse.
Qualche sera fa, chissà perché questo nome dal sapore egizio mi è tornato in mente, l’ho digitato in Google e…apriti cielo, sono caduta come una pera cotta nella perversa spirale di aNobii!

Dopo la registrazione ho cominciato timidamente a caricare qualcuno dei libri che avevo a portata di mano.
Semplice e strabiliante meccanismo, basta inserire il codice ISBN e aNobii comincia a riempirti lo scaffale virtuale, consentendoti di arricchire ogni nuovo ingresso con varie notizie quali il modo  e il tempo in cui hai acquistato il libro, lo stato di lettura, la classificazione che vuoi dargli. Persino se sei disposto a venderlo, somma eresia!

Ma la cosa più intrigante è scoprire quanta gente possiede quello stesso tuo libro.
Mi sono rallegrata, noblesse oblige, constatando che "Il Giornalino di Gianburrasca" figura nella libreria virtuale di 885 utenti, ma sono letteralmente andata in brodo di giuggiole di fronte a quei  libri che invece pochi eletti dividono con me, pensate!
Ho persino inserito un libro che non figurava nello sterminato data base di aNobii e ho fornito io stessa tutte le notizie supplementari.
Per soddisfare la vostra curiosità vi dirò che il libro in questione è questo.
Dite quello che vi pare, ma è una grande soddisfazione, ci si sente speciali pensando che questo libro lo possiediamo in due o addirittura altri testi presenti sono solo miei, tipo questo o questo.

Non so quanto tempo durerà la mia infatuazione per aNobii, intanto qui a fianco potete vedere  il risultato delle mie azioni, ma a mia giustificazione posso dire che "il naufragar m’è dolce in questo mare" virtuale di libri e per ora apprezzo molto il lato ludico della raccolta.

Giocare con le parole_3

Il calligramma è una particolarissima forma di gioco linguistico. c
La sua caratteristica è che le parole del testo vengono disposte sulla carta a creare visivamente l’oggetto o l’animale o la persona che si vuole descrivere.
Il calligramma ha origini classiche ed era una tecnica conosciuta e utilizzata dai poeti greci dell’antichità con il nome di technopaegnon (gioco d’arte) e dai poeti latini con il nome di carmen figuratum. Bisognerà poi attendere l’Umanesimo e soprattutto il XVII secolo per avere la migliore produzione italiana. Ma quando si parla di calligrammi, ci si riferisce alla raccolta poetica del 1918 di Guillaume Apollinaire “Calligrammes” (1918), uno dei più interessanti esempi di versi figurati,  che potete vedere qui sotto:
lou

Altri calligrammi creati da bambini , oltre che giochi linguistici, potrete trovarli qui

 

 

L’acrostico (dal greco tardo akróstichon, composto di ákros, «estremo» e stíchos,a «verso») consiste nell’utilizzare le lettere iniziali di singole parole per formare un acronimo: 

ANAS Azienda Nazionale Autonoma delle Strade
ENEL Ente Nazionale per l’Energia Elettrica
FIAT Fabbrica Italiana Automobili Torino
TARSU TAssa per lo Smaltimento dei Rifiuti Solidi Urbani
DVD Digital Versatile Disc
RAM Randon Access memory
TAC Tomografia Assiale Computerizzata

Come gioco linguistico si può fare l’inverso, partire da una parola e con le sue iniziali formare una frase. Per esempio con il proprio nome.

Amo
Nuotare
Nell’
Acqua
Ridendo
Intensamente
Tra
Asparagi

Il risultato è quasi sempre comico o surreale e si fa un ottimo esercizio di fantasia.Una variante dell’acrostico è il mesostico (dal greco mesóstichon, composto di mesos,m «medio» e stíchos, «verso»), nel quale si scelgono le lettere centrali per formare una  parola scelta in precedenza.

armAdio
carNale
perNice
palAzzo
matRona
cavIllo
marTello
melAssa

Infine c’è il telestico (dal greco télos, «fine» e stíchos, «verso»), molto più complessot perché si segue il procedimento inverso all’acrostico e e sono le parole finali a formare la nuova parola. Come in questo esempio latino di Teofilo Folengo che li contiene  acrostico, mesostico e telestico della parola NECAT.

NON NECAT ULLA MAGIS  NOS NEX, NON UNDA NECAT, NON

ET NECAT IGNE MODO, NECAT ET    IUPPITER     IMBRE

CUM NECOR  A LINGUA,  MOS CUI  NESCIRE LOQUI,  NEC

ATAMEN   OBTURAT   TOT  HYANTIA    DENTIBUS    ORA

TE  NECAT ORE,  NECAT  GESTU, NECE  TOTUS  ABUNDAT

Il calembour è un termine francese che indica un gioco di parole, basato sia sul semplice gioco verbale che sull’eventuale assonanza dei terminic di diverso significato.

Ecco alcuni calembour del comico Alessandro Bergonzoni :


Pioveva sui nostri corpi spogliati, un vero nudifragio

Quel mattino il sole era alto e i sette nani invidiosissimi come al solito; e non solo del sole, ma anche dei venti perche’ erano piu’ di loro.

L’estate era alle porte e mia sorella alla finestra.

Pavido la mattina alzava le braccia, ma alzava anche le gambe per non farle sentire arti inferiori.

Altri esempi di calembour sono qui

Buon divertimento

Giocare con le parole_2

Altri giochi linguistici molto divertenti per i ragazzi erano lo scarto e il suo contrario, la zeppa.
s
Lo scarto è divenuto anche un diffusissimo gioco enigmistico e consiste nell’ottenere una parola da un’altra eliminando una lettera.
Lo scarto può essere di consonante o di vocale, iniziale o finale.
Generalmente si chiede di individuare le parole tramite indovinelli:

SCARTO DI CONSONANTE                          SCARTO DI VOCALE    
In chiesa li togliamo                                  Un atto di saluto…
d’estate li tagliamo                                    …tra i rami di gelso
(cappellicapelli                                      (baciobaco)

SCARTO INIZIALE                                     SCARTO FINALE
E’ tipico del nostro genere…                      
Sul fiume sacro……stringerla                                              …imperversano banditi
(umanomano)                                           (Gangegang)

Servendosi degli scarti è possibile anche creare dei nonsense:

C’è un merlo sul melo,
ma le rape non piacciono all’ape
che sulla tavola vola
mentre con la borsa la vecchia orsa
per il rumore è di pessimo umore
così la nave è nel porto mentre annaffio il mio orto.

Per rendere il gioco un po’ più complicato, si può ricorrere allo scarto di sillaba:

Lo è la persona forte
che la solleva piena di spesa
(robustabusta)

e al biscarto (eliminare una sillaba comune a due parole per formarne una terza):

Fanno la ruota
nel rifugio dei ladri
gettandotici senza pietà
(pavonicovopanico)
zLa zeppa segue il procedimento contrario, la nuova parola si ottiene inserendo nella vecchia un’altra lettera:

Lo si legge…
…scarcerato
(librolibero)

…o un’altra sillaba:

Ti segue fedele…
…e lo paghi
(canecanone)

E anche in questo caso, con le parole ottenute, si può ripetere il gioco del nonsense.
cDopo lo scarto e la zeppa, parliamo del cambio, nel quale una parola viene trasformata in un’altra cambiando una lettera o una vocale. Questo gioco si presta benissimo ad essere fatto in gruppo.

In classe lo facevamo così: dividevo i ragazzi in due o più squadre, secondo il numero, scrivevo una parola alla lavagna poi chiamavo la prima squadra e ciascuno doveva scrivere sotto la nuova parola nella quale aveva cambiato una sola lettera. Vinceva la squadra che ci riusciva senza errori nel minor tempo possibile.

Per esempio:
Carla, parla, palla, calla, calma, salma, salsa, balsa, balza, bazza, mazza, tazza, tozza.
Breve, brave, trave, trame, trama, trema, crema, croma, aroma, Arona. 

f
Un gioco che sembra il cambio, ma non lo è, si chiama falso derivato e si presta ottimamente ad un gioco linguistico con i ragazzi.
Si usano parole che sembrano essere i nomi alterati l’una dell’altra, ma in realtà hanno diversi significati.

i falsi accrescitivi: burro/burrone, melo/melone, gallo/gallone
i falsi diminutivi: botto/bottino, cane/canino, tacco/tacchino
i falsi vezzeggiativi: gazza/gazzella, bolla/bolletta, salvia/salvietta
i falsi dispregiativi: foca/focaccia, polpo/polpaccio, addio/addiaccio
i falsi cambi di genere: mostra/mostro, raspa/raspo, botola/botolo

Una volta individuate le coppie di falsi derivati o di falsi cambi di genere, creavo le frasi nelle quali poi i ragazzi dovevano inserirli esattamente.
Per esempio:
Osservo la mamma truccarsi con cura il ……… prima di indossare la pelliccia di …….. (viso/visone)
Sul ramo più alto è volata una ……. mentre passa una …….. dei Carabinieri (gazza/gazzella)
La signora camminava chiacchierando con l’amica, non si è accorta della ………. e così il ………. che l’accompagnava c’è finito dentro (botola/botolo)

Faccio un’altra pausa. Alla prossima puntata.

Giocare con le parole

Secondo i miei lontani ricordi di insegnante,  uno dei momenti più difficili in classe era rompere il ghiaccio con gli alunni. L’arrivo della supplente secondo loro preludeva a una mattinata di giochi e di dolce far niente, da un punto di vista didattico. Non potendo soddisfare la loro aspettativa, cercavo una soluzione di compromesso.
Con i più piccini erano le favole, che promettevo sarebbero arrivate nei momenti di stanchezza per spezzare il ritmo della mattinata.
Con i più grandi era un po’ di tempo dedicato al disegno, ma soprattutto ai giochi linguistici. Loro si divertivano e nel medesimo tempo, o più o meno consapevolmente, imparavano qualcosa.
Vi voglio perciò parlare di alcuni giochi linguistici che si possono fare con i ragazzi.

L’anagramma è molto diffuso ed è stato anche utilizzato dagli artisti per crearsi unoa psudonimo, penso al poeta romano Trilussa  il cui vero cognome era Salustri, o allo scrittore Cletto Arrighi (Carlo Righetti), esponente della Scapigliatura.
Anagrammare significa modificare la posizione delle lettere che compongono le parole e crearne di nuove. Un modo divertente, magari partendo dal proprio nome e cognome, è farlo servendosi delle lettere colorate e magnetiche che si regalano ai bambini per i loro primi esercizi di scrittura. In mancanza di queste basta scrivere le parole su un foglio di carta e poi ritagliare le lettere, sbizzarrendosi a comporre gli anagrammi.
Se volessi trovare l’anagramma del mio nome, che cosa potrebbe uscirne?

 

INNALZAVA ERRATO
LA NARRATIVA, ENZO
NARRAVA A LO ZENIT
VANA NARRA ZELOTI
ALZAVANO ERRANTI

lUna variante dell’anagramma è il logogrifo: si prendono una o più parole e se ne ricavano altre con parte delle lettere in esse contenute, creando anche frasi o brevi poesie.
Un esempio di logogrifo con il mio nome e cognome?

LA VERZA NEL TARLO
RONZAVA LIETA
E ARAVA LA TANA
IN ZAVORRA VIETA

Il risultato del logogrifo mi porta a considerare un altro tipo di gioco linguistico: nil nonsense. Sua caratteristica è l’apparire privo di logica perché le parole vengono accostate le une alle altre in base al suono, con particolari effetti fonetici e di umorismo surreale.
Leggiamo per esempio questo brano da un monologo dell’attore romano
Ettore Petrolini:

                        Sono un tipo: estetico
asmatico, sintetico
linfatico, cosmetico
amo la Bibbia, la Libia, la fibia
delle scarpine
delle donnine
carine cretine
Sono disinvolto,
raccolto,
assolto “per inesistenza di reato”
Ho una spiccata passione per: il Polo Nord.
La cera vergine. Il Nabuccodonosor.
Il burro lodigiano. La fanciulla del West.
La carta moschicida. La cavalleria pesante.
I lacci delle scarpe. L’aeronautica col culinaria.
Il gioco del lotto. L’acetilene e l’osso buco.
Sono: omerico
isterico
generico
chimerico
clisterico.

Parlando di nonsense dobbiamo ricordare  il limerick reso famoso dalla genialità di Edward Lear, ma di ciò ho già scritto qui.

tIl tautogramma è un’altra forma di esercizio linguistico che permette di far lavorare la fantasia a briglia sciolta: sua caratteristica l’essere composto usando solo parole che comincino con la medesima lettera. Nel Medioevo era una forma molto diffusa di esercitazione poetica.
Ecco l’inizio di un tautogramma creato da
Umberto Eco  ispirandosi alla favola di Pinocchio:

Povero papà (Peppe)
Palesemente provato penuria, prende prestito polveroso pezzo pino poi, perfettamente preparatolo, pressatolo, pialla pialla, progetta, prefabbricane pagliaccetto.
Prodigiosamente procrea, plasmando plasticamente, piccolo pupo pel pelato, pieghevole platano!
Perbacco !
Pigola, pub parlare, passeggiare, percorrere perimetri, pestare pavimento, precoce protagonista (però provvisto pallido pensiero), propenso produrre pasticci. Pronunciando panzane protubera propria prosbocide pignosa, prolunga prominente pungiglione, profilo puntuto.
Perde persino propri piedi piagati, perusti!
Piagnucola. Papà paziente provvede.
Pinocchio privo pomodori, panciavuota, pela pere.
Poco pasciuto, pilucca picciuolo.
Padre, per provvedergli prestazioni professorali, premurosamente porta Pegno palandrana.

Partendo dal mio nome potrei dire che…Annarita ama andare avanti ad assaporare agrumi adattati all’attacco atmosferico avallando allusioni anziché affermare ambigui assensi agli agricoltori avendo atteso assai alcuni amici.

Si può dire che il suo contrario sia il lipogramma, perché è un gioco linguistico nel lquale, componendo un testo, non si può usare una determinata lettera dell’alfabeto. Famoso esempio in questo senso è il romanzo La disparition di Georges Perec,  il quale lo ha scritto senza mai utilizzare la vocale “e”.
Potete inventare voi un testo, a vostro piacere, oppure trasformarne uno già noto in un lipogramma, come per esempio questo brano che ho trovato, tratto da I Promessi Sposi:

Lipogramma in R

Quel lato dell’abbazia stava contiguo a una casa abitata da un giovine, di attività malavitosa, uno de’ tanti che in que’ tempi, e co’ su’ scagnozzi, e con l’alleanze dei più delinquenti, si beffavano, fino a un dato segno, della polizia e delle leggi…
Costui, dall’ abbaino che dominava una piazzola di quella zona, avendo veduta qualche volta la fanciulla che passava e bighellonava lì, in ozio, allettato anzi che spaventato dalle possibili conseguenze e dall’empietà dell’iniziativa, una volta attaccò bottone. La meschinella annuì.

Testo originale:

Quel lato del monastero era contiguo a una casa abitata da un giovine, scellerato di professione, uno de’ tanti, che, in que’ tempi, e co’ loro sgherri, e con l’alleanze d’altri scellerati, potevano, fino a un certo segno, ridersi della forza pubblica e delle leggi……
Costui, da una sua finestrina che dominava un cortiletto di quel quartiere, avendo veduta Gertrude qualche volta passare o girandolar lì, per ozio, allettato anzi che atterrito dai pericoli e dall’empietà dell’impresa, un giorno osò rivolgerle il discorso. La sventurata rispose.

lettere alfabeto

Per ora mi fermo qui, non senza avervi suggerito un interessante libro di qualche anno fa nel quale trovare tanti giochi di parole:

 I draghi locopei, Ersilia Zamponi, Einaudi 1986, Gli Struzzi, € 13,50.

draghi

 

L’Uomo Nero

L’Uomo Nero è stato lo spauracchio di intere generazioni di bambini, che si son sentiti minacciare di rapimento da parte dell’essere abominevole su commissione di mamme, papà e nonni i quali avevano la pazienza ridotta a brandelli dalle innumerevoli marachelle e dai capricci dei piccoli di casa.
E come non ricordare la diffusa e inquietante ninna nanna nella quale, in compagnia di una insolita e cattiva Befana, si dichiara esplicitamente il suo ruolo di sequestratore?Ninna nanna, ninna – oh!
Questo bimbo a chi lo darò?
Lo darò alla Befana
che lo tenga una settimana.
Lo darò all’Uomo Nero
che lo tenga un mese intero.
Ninna nanna, ninna – oh!
paura uomo neroL’Uomo Nero assume molti nomi, secondo il paese in cui compie le sue gesta: Spauracchio, Babau, Croquemitaine, Monsieur Louis,Jean Gris, Lowethme, Galffre e molti altri ancora, elencati con precisione in un testo molto esauriente per quanto riguarda il mondo della fantasia: La grande enciclopedia dei folletti di Pierre Dubois, Mondadori, 1992
Qui l’Uomo Nero o Bogey Man è minuziosamente descritto come una creatura di statura corta e dalla pesante ossatura, capigliatura e barba folte, pelle robusta e villosa. Pare che i pesanti abbigliamenti dotati di cappuccio(pelli di orso, cappotti foderati di muschio) servano a celare corne e orecchie puntute, così come gli stivali nascondano piedi caprini. Sembra che un tempo dimorassero in luoghi isolati come le montagne, le caverne e le foreste, poi si siano spinti sempre più vicini ai paesi e alle città, per i quali si aggirano in cerca di bambini, con una grossa gerla in spalla.

Anche nella tradizione statuniteste esiste una figura equivalente al nostro Uomo Nero, detta Boogeyman; è una cratura malvagia che, secondo le madri, vive nelle cantine e nei ripostigli e si aggira di notte, per catturare i bambini che non dormono o punirli delle loro marachelle.
Facendo leva sulla paura ben radicata che questa mostruosa figura esercita anche sugli adulti, memori delle esperienze infantili, anche il cinema gli ha dedicato attenzione. E’ del 2005 un film che si intitola appunto Boogeyman – l’uomo nero, il quale però non ha riscosso un gran successo.
boogeyman
asso bastoniEsiste anche un gioco detto Uomo Nero, che si gioca con quaranta carte, ledonna di picche quali possono essere di stile italiano (coppe, spade, bastoni e ori) o di stile francese (picche, quadri, cuori e fiori); nel primo caso si scartano gli assi tranne quello di bastoni,che rappresenta l’uomo nero, nel secondo i fanti, escluso, per il medesimo motivo, quello di picche.
Le carte vengono distribuite a tutti i giocatori, i quali provvedono a scartare le coppie di carte simili, che pongono coperte sul tavolo, poi il primo prende una delle carte del giocatore a sinistra, il quale  gliele avrà offerte a ventaglio e coperte, e scarta la coppia, se sarà riuscito a formarne una. Pian piano i giocatori diminuiscono, perché chi riesce a liberarsi di tutte le carte ovviamente esce dal gioco, e alla fine  resterà uno solo perdente, con in mano il famigerato “uomo nero”.
Dalle mie parti questo gioco si chiamasi chiama Peppa Tencia, e la sinistra carta che segna la sconfitta è la donna di picche.
Mi ricordo il gioco della “Peppa tencia” (la “Peppa sporca”), che si faceva con le carte: chi restava, alla fine del gioco, con la Donna di picche, doveva fare varie penitenze, come baciare il paiolo della polenta (e sporcarsi la faccia di fuliggine), o andare in cortile a gridare il soprannome di un vicino, o fare tre giri della stanza in ginocchio…(da “L’angolo di Rodari” in Pioniere, n. 5 dell’ 1.2.59)

Girando per il web in cerca di informazioni sull’Uomo Nero, sono incappata in una notizia per musicofili: esiste una farsa in un solo atto di Gaetano Donizetti dal nome “La romanzesca e l’uomo nero”
romanzesca e uomo nero
Qualche volta, almeno nei libri, l’Uomo Nero può rivelarsi un alleato dei bambini, come accade sosprendentemente a Bill, il protagonista del romanzo di Christine Nostlinger  “Guarda che viene l’uomo nero!”
Terrorizzato dalla mamma ogni volta in cui ne ha combinata una delle sue, il piccolo Bill si immagina l’aspetto orribile che potrebbe avere l’Uomo nero, ma resta sbalordito quando, dopo tante chiamate, il famoso Uomo Nero compare veramente e sottoforma di un tranquillo vecchietto assai bendisposto nei suoi confronti. L’uomo nero si nasconde così nella camera di Bill e lo aiuta in tanti modi, ma purtroppo un giorno viene scoperto dalla sua mamma e lo spavento lo fa trasformare davvero in una creatura orrenda. Adesso è la mamma ad essere in pericolo e chi la salverà? Solo Bill, ma a patto che lei la smetta una buona volta di chiamare ogni momento questo benedetto Uomo Nero…

L’Uomo Nero è il protagonista di un delizioso raccontino di Achille Campanile.
Ci sono vecchi signori che hanno una certa disposizione a fare l’Uomo Nero. Ne vidi uno molto gentile che si prestava cortesemente: in tram, seduto – per caso – vicino a una signora che aveva un bambino sulle ginocchia. Il bambino strepitava. “Guarda, guarda l’Uomo Nero”, gli disse a bassa voce la mamma.
E gl’indicò nascostamente il vecchio signore bonaccione, con la barbetta curata, seduto vicino a lei. Questi s’accorse della manovra e lungi dal dire: “No, guardi, signora, lei prende un abbaglio, l’Uomo Nero non sono io”, si mise gentilmente a fare l’Uomo Nero. Di quando in quando alzava gli occhi dal giornale e, guardando il bambino, faceva un mugghio. Il bambino si chetò e rimase a guardare con un certo terrore l’Uomo Nero, che continuava ad alternare la lettura del giornale con qualche mugghio in sordina…
…Ma quest’Uomo Nero non ha altro da fare che stare a disposizione dei parenti dei ragazzini? Essi lo scomodano a tutte le ore. Per le minime futilità, chiamano:
“Uomo Nero!”
E, al bambino:
“Senti? E dietro la porta”.
Questo essere terribile e misterioso – che, d’altronde, è d’una cortesia esemplare verso chi lo chiama – non ha altro a cui pensare che i ragazzini? Bella prodezza, far paura ai piccoli! Ma vada un poco a intimidire le persone d’una certa età! E sì che, in alcuni casi, ci vorrebbe per loro un Uomo Nero che si facesse sentire al momento opportuno.
Invece, il bambino non vuol dormire? Subito:
“Bada che chiamo l’Uomo Nero”.
Vero è che l’Uomo Nero, persona evidentemente seria, spesso chiamato, non si presenta mai. Resta quasi sempre dietro la porta; al massimo, qualche volta, si spinge fino a far sentire la sua voce: un misterioso ruggito che parrebbe fatto piuttosto da qualche compiacente famigliare, nascosto dietro la porta.
Si racconta – ma sarà vero? – che un giorno, sentendosi chiamare, l’Uomo Nero sbucò fuori e disse ai parenti d’un bimbo capriccioso:
“Insomma, la finite di importunarmi per mille sciocchezze? O immaginate che io sia il vostro servitore?”
Non si crederebbe, eppur ricordo d’aver udito coi miei orecchi, una volta, chiedere l’intervento dell’Uomo Nero, perché un bambino non voleva finire di mangiar la sua pappa (sic). Si può essere più indiscreti di così? Vi pare, questo della pappa, un fatto tanto importante da doversi per esso scomodare un personaggio misterioso? Da doversi tirare in ballo, niente di meno, l’Uomo Nero?
Conobbi, non vi starò a dire attraverso quali avventure, il caso di un Uomo Nero diventato la vittima di due bambini.
Costoro, per nulla spaventati dalla minaccia di chiamar l’Uomo Nero, lo chiamavano essi stessi e pretendevano di averlo sempre a disposizione. L’Uomo Nero, com’è suo costume, si nascondeva dietro le porte e faceva i soliti strani muggiti, ma i due ragazzini l’aspettavano nascosti, per dargli qualche colpo di bastone sulla testa. E lo coprivano di sberleffi per nulla riverenti verso un uomo, sia pure nero, che tante benemerenze ha presso le famiglie.

Un vedovo di mia conoscenza, che mi permetterete di non nominare, si trovava una sera nella sua stanzetta da pranzo, sotto la luce della lampada, intento a rammendare un paio di pedalini di suo figlio, bambino di circa tre anni; il quale era in terra carponi, occupato a tirar la coda al gatto.
I bambini hanno una predilezione per tirar la coda al gatto. Credo che essi sieno convinti che il buon Dio abbia fornito i gatti di quella graziosa appendice, al solo scopo di procurare un passatempo ai bambini. Opinione che non è condivisa dai gatti medesimi. I quali, lungi dal prestarsi all’innocente svago, quando si sentono tirare per la coda, tirano anch’essi dalla parte opposta, rendendo più penosa che mai la loro situazione.
L’orfanello, dunque, sarà bene ripeterlo, era occupato a tirar la coda al gatto. E il gatto a tirare l’orfanello per mezzo della coda. Nel resto della casa, deserta, regnava il silenzio. Il vedovo, senza alzare il capo dal lavoro, disse: “Lascia stare il gatto, che ti graffia”. Il bambino non se ne diè per inteso e piano piano, carponi, cercò di agguantare il gatto che s’era nascosto sotto un mobile. S’udirono lontano, nella strada, lo scampanellio d’un tram e lo strombettamento fugace d’un’automobile. A un tratto si sentì nella saletta uno strano e improvviso gorgoglio, che si concluse in nove rintocchi. La pendola. Scovato, il gatto riparò sotto la tavola, tra le gambe del vedovo, dove l’orfanello lo raggiunse. “Buono, – disse il babbo – ché tra poco si va a letto.” E, sentendo miagolare la bestiolina, si curvò, tirò fuori di sotto la tavola il bambino e disse: “Ma vuoi finirla? Bada che chiamo l’Uomo Nero”. Si mise a infilar l’ago contro il lume, e continuò: “Sai chi è l’Uomo Nero? È quello che si porta via i bambini cattivi”. Il bimbo si chetò, ma dopo poco riprese a dar la caccia al gatto. Finalmente afferrò l’animale, che si divincolò miagolando dolorosamente; lo lasciò andare, urtò contro le gambe del tavolino e del vedovo che, senza alzar gli occhi dal lavoro, chiamò:
“Uomo Nero! Uomo Nero! Vieni a prendere Carletto!”
La porta si spalancò ed entrò come una saetta l’Uomo Nero, che, dicendo: “Ai suoi comandi”, si prese Carletto e scomparve.
Quanto pianse, dopo, il povero vedovo! e ogni volta che ripensava al bambino portato via, diceva: “Ah, quanto avrei fatto meglio a non chiamare l’Uomo Nero!”
(Achille Campanile – Le ore: VII – Bambini)

La filastrocca

Filastrocca deriva dal termine popolare toscano filastroccola, ma l’etimologia  ci dice che deriva da filatessa, termine a sua volta originato dal verbo filare, e sta a indicare secondo alcuni il procedimento linguistico circolare che spesso la caratterizza, secondo altri invece un particolare tipo di nenia che le filatrici intonavano per accompagnare il loro lavoro.

Con il termine filastrocca ci si riferisce ad una composizione cadenzata di vario argomento, a volte sotto forma di dialogo, generalmente composta di versi brevi e spesso in rima, o con parole che presentano assonanze o allitterazioni. Ha ritmo veloce  e suo carattere principale è appunto la ripetizione di parole o di suoni con intento comico o grottesco, giocato sul divertimento e sull’interesse che nasce nei bambini al ripetersi di parole buffe o senza senso.

C’era una volta un rere
Seduto sul sofà
donzellaChe disse alla sua donzella
-Raccontami una storiella-
E la donzella incominciò…
“C’era una volta un re
Seduto su un sofà
Che disse alla sua donzella
-Raccontami una storiella-
E la donzella incominciò…
“C’era una volta un re…

In questo celebre esempio di filastrocca il divertimento nasce dalla  circolarità delle frasi, come un gioco di specchi che riproponga all’infinito la medesima immagine.
La filastrocca viene cantata o recitata spesso con movimenti che ne sottolineino le parole o il ritmo.
Mia nonna mi ha insegnato questa e garantisco le  reazione divertite di piccoli ai quali l’ho proposta…

ragazzaUna ragazzamicino
Su per la piazza
Andava alla scuola
Col canestrino
Con pane e cacino…
…micio, micio micino!

 (A ogni verso si accarezza il palmo della mano del bambino, ma sul verso finale gli si fa il solletico con le punte delle dita  e ciò provoca  matte risate nel piccolino di turno.)

Se sono i bambini stessi a eseguirla, spesso è una “conta”, fatta toccando a uno a uno i partecipanti del gioco, con lo scopo di scegliere chi dovrà fare qualcosa o subire una penitenza…

 civette2Ambarabà ciccì coccòdottore
Tre civette sul comò
Che facevano l’amore
Con la figlia del dottore
Il dottore si ammalò
Ambarabà ciccì coccò

 Oppure accompagna un indiavolato girotondo…

O quante belle figlie, Madama Doré,madama dorè
o quante belle figlie.
Son belle e me le tengo, Madama Doré,
son belle e me le tengo.
Me ne dareste una, Madama Doré,
me ne dareste una?
Che cosa ne vuoi fare, Madama Doré,
che cosa ne vuoi fare?
La voglio maritare, Madama Doré,
la voglio maritare.

Gli adulti  propongono la filastrocca ai più piccini con l’intento di cullarli,  calmarli, divertirli o addormentarli.

La filastrocca può essere lunga o breve, a volte ha  un movimento lento e un po’ sognante, che ne fa una ninna nanna…

Fate la nanna, coscine di pollo,
la vostra mamma vi ha fatto il gonnello,
rose e viole
e ve l’ha fatto con lo smerlo intorno,
nannafate la nanna, coscine di pollo.
Fate la nanna  e possiate dormire,
il letto è fatto di rose e di viole,
e le coperte di panno sottile,
fate la nanna, begli occhi di sole.
Ninna nanna, nanna ninna,
il bambino è della mamma,
della mamma e di Gesù.
(nome del bambino) non piange più

… altre  ha il ritmo vivace e cadenzato di  una marcia…

 Trucci cavallo
Lorenzo Tittigallo
cavalloCon la cavalla zoppa.
Chi l’ha azzoppata?
La stanga della porta!
Dov’è la porta?
tamburello
L’ha bruciata il fuoco!
Dov’è il fuoco?
L’ha spento l’acqua!
Dov’è l’acqua?
L’ha bevuta la capra!
Dov’è la capra?
L’hanno scorticata!
Dov’è la pelle?
Hanno fatto i tamburelli per le figlie belle dell’amor!


(Cantando questa filastrocca si fa sedere il bambino sulle ginocchia e lo si tiene per le mani, facendolo saltellare piano piano su una gamba e sull’altra, simulando il trotto del cavallo, via via più forte sul finale della filastrocca).

La filastrocca è parte integrante della cultura popolare per cui non è raro trovarne di regione in regione diverse varianti della medesima. O anche in una lingua diversa. È il caso di questa filastrocca popolare inglese, nota anche in Italia.

 “Chi ha ucciso l’usignolo?”
“Io, disse il cacciatore,
io, con il mio fucile
ho spezzato il suo cuore”.
“Oh, povero usignolo!”

E tutti gli uccellini
della terra e del mare
vennero a lacrimare
sul povero usignolo.

“Chi tesserà il lenzuolo?”
“Io,disse il tessitore,
il tesserò il lenzuolo
usignolo per avvolgere il corpo
del povero usignolo”.

E tutti gli uccellini
della terra e del mare
vennero a lacrimare
sul povero usignolo.

“Chi piallerà la bara?”
“Io, disse il picchio rosso,
io piallerò la bara
in buon legno di bosso
al povero usignolo”.

E tutti gli uccellini
della terra e del mare
vennero a lacrimare
sul povero usignolo.

“Chi dirà le preghiere?”
“Io, disse l’assiolo,
con la mia triste voce
canterò il Miserere
al povero usignolo”.

E tutti gli uccellini
della terra e del marecacciatore
vennero a lacrimare
sul povero usignolo.

“Chi scaverà la fossa?”
“Noi tutti, gli uccellini,
con le nostre zampette:
noi saremo i becchini
del povero usignolo”.

E tutti gli uccellini
della terra e del mare
vennero a sotterrare
il povero usignolo.

A volte la filastrocca cela un significato politico o sociale, come questa dello scrittore, porta e drammaturgo triestino Francesco Dall’Ongaro (1808-73), autore del famoso dramma Il fornaretto di Venezia

re e reginaC’era una volta un re e una regina,povero
 che al sol vederli passava la fame.
Vivean a starne, vestivan di trina
per la felicità del lor reame,

quando la gente non avea farina,
lo re diceva mangiate pollame.
Lo re può fare e disfar ciò che vuole,
noi siam nati per far ombra al sole.
Lo re può fare e la pace e la guerra,
e noi siam nati per andar sottoterra…
Passa la notte e l’alba s’avvicina…
C’era una volta un re e una regina.

Questa nota e lunga filastrocca, nella quale ogni immagine richiama l’altra, è stata rielaborata da Fabrizio De André nella sua canzone Volta la carta.

 carta da gioco-3La donnina che semina il grano
volta la carta e si vede il villano.
Il villano che zappa la terra
volta la carta e si vede la guerra.
La guerra con tanti soldati
volta la carta e si vede i malati.
I malati con tanto dolore
volta la carta e si vede il dottore.
Il dottore che fa la ricetta
volta la carta e si vede Concetta.
La Concetta che fa i brigidini
carta da gioco-2
volta la carta e ci sono i bambini.
I bambini che van per i campi
volta la carta e si vedono i lampi.
I lampi che fanno spavento
volta la carta e si vede il convento.
Il convento coi frati in preghiera
volta la carta e si vede la fiera.
La fiera con burle e con lazzi
volta la carta e si vedono i pazzi.
I pazzi che cantano a letto
carta da giocovolta la carta e si vede lo spettro.
Lo spettro che appare e va via
volta la carta e si vede Lucia.
Lucia che fa un vestitino
volta la carta e si vede Arlecchino.
Arlecchino che fa gli sgambetti
volta la carta e ci sono i galletti.
I galletti che cantano forte
volta la carta e si vede la Morte.
La Morte che falcia la gente
volta la carta e non vedi più niente.

 (il testo è tratto dal volume Staccia buratta, la micia e la gatta…di Francesca Lazzarato, illustrato da Nicoletta Costa, Mondadori Ragazzi, 1989)

 

Un piccolo cenno merita anche il  limerick inglese, un genere di nonsense costituito secondo regole ben precise. La sua origine è ignota, mentre è ritenuta certa l’elaborazione di nonsense nell’antichità e in Shakespeare.I più famosi sono quelli di Edward Lear e Gianni Rodari ne spiega così la costruzione:

 c’era un vecchio di paludelimerick

di natura futile e rude  

seduto su un rocchio

cantava stornelli a un ranocchio

quel didattico vecchio di palude

(trad. di Carlo Izzo)

(Edward Lear, Il libro del nonsense, Einaudi, 1970)

 “Il primo verso contiene l’indicazione del protagonista (c’era un vecchio di palude)
Nel secondo verso è indicata la sua qualità (di natura futile e rude)

Nel terzo e quarto verso si assiste alla realizzazione del predicato

(seduto su un rocchio/cantava stornelli a un ranocchio)                                                                       

Il quinto verso è riservato all’apparizione di un epiteto finale, opportunamente stravagante (quel didattico vecchio di palude).

Alcune varianti sono in realtà forme alternative della struttura. Per esempio, al secondo verso, la qualità del personaggio può essere indicata, anziché da un semplice attributo, da un oggetto che egli possiede, o da un’azione che compie. Il terzo e il quarto, anziché alla realizzazione del predicato, possono essere riservati alla reazione degli astanti. Nel quinto, il protagonista può subire rappresaglie più serie che un semplice epiteto.

Vediamo un altro esempio:

  1. il protagonista:

C’era un vecchio di Granieri

  1. il predicato:

che camminava in punta di piedi

  1. e   4.   la reazione degli astanti:

ma gli dissero:Bel divertimento
incontrarti in questo momento

      5.   epiteto finale:

o rimbambito vecchio di Granieri

Gianni Rodari, Grammatica della fantasia (Einaudi Ragazzi, 1973)

 Le filastrocche che ho riportato fanno parte dei miei ricordi infantili, chissà se appartengono anche a quelli di qualcun altro?

P.S.: aggiorno questo post inserendo le definizioni di “filastrocca” che MariaStrofa mi ha gentilmente suggerito, fermo restando che l’etimologia del nome non è mai stata del tutto chiarita. La voce potrebbe risultare da un “filo” associato a “strocco o strocca,” formazione, cioè, sulla linea di “filigrana”: lo strocco è un tipo di seta attestato in antichi documenti. Secondo una nuova interpretazione il sostantivo nasce dalla costruzione imperativale *fila* e (s)trocca ‘dà un colpo’ ‘disfa’ e anche ‘parla’.