Detective Culetto

Oggi voglio parlare ai miei piccoli lettori di una novità per l’Italia che arriva dal Giappone grazie alle edizioni Panini; novità che nel paese del Sol Levante ha riscosso molto successo.

Si tratta della prima avventura di un detective molto particolare おしりたんてい Oshiri Tantei, nato dalla penna di Yoko Tanada, la sceneggiatrice, e dalla matita di Masahide Fukusawa, il disegnatore, e il loro nome d’arte è Troll. Il titolo è Detective Culetto. La signora in viola e il messaggio misterioso.

Le avventure di questo popolare personaggio sono state pubblicate in Giappone nel 2012 e nel 2018 è nata anche una serie animata. Il successo è stato così grande sono state tradotte in diverse lingue, e ora finalmente approdano in Italia.

Vediamo di conoscere meglio il detective Oshiri Tantei che nella nostra lingua è diventato il Detective Culetto, come potete ben immaginare osservando la copertina della sua prima avventura.

È un tipo molto intelligente, acuto e brillante alla Sherlock Holmes; le sue avventure divertono i bambini ma li fanno anche ragionare ed è assistito dal fido aiutante Brown, un tipetto senza peli sulla lingua ma che molto spesso si esalta troppo. Il nostro detective ha il proprio ufficio in una vivace città, proprio sopra il caffè Lucky Cat.

Facciamo la sua conoscenza mentre legge il giornale del mattino, in cui si parla di una serie di furti ad opera di un inafferrabile ladro.

Sta bevendo una tazza di tè e gustando il suo dolcetto preferito, lo Sweet Potato, un tortino di patate dolci che è la specialità di Rossella Patatoni della fattoria Granpapata, meglio conosciuta come La Signora in Viola per il colore del suo abbigliamento.

Ed è proprio la Signora in Viola la protagonista di questa prima avventura del nostro detective Culetto, il quale viene da lei incaricato di risolvere un mistero che la riguarda.

Non mi addentro oltre nella trama dell’avventura, se non dicendo che il lettore attento saprà cogliere gli indizi che porteranno il detective Culetto alla soluzione del caso. Il libretto è di agevole lettura e inframmezzato di giochini ed enigmi stuzzicanti, completi di soluzione nelle pagine finali.

Dtective Culetto insegna ai suoi piccoli lettori che i punti fondamentali della deduzione sono tre: ricordare, indagare e capire. Grazie a essi il nostro detective Culetto viene a capo non solo del mistero della Signora in Viola con inevitabile punizione del colpevole (vi lascio immaginare quale possa essere…) ma anche un enigma legato al furto della merenda e che vede coinvolto il vivace assistente Brown.

Un personaggio fuori dagli schemi che forse sorprenderà i genitori, ma senz’altro conquisterà i bambini con la sua arguzia e la sua simpatia, le maniere da gentiluomo e l’immancabile esclamazione: “Sento odore di problemi”

Se proprio siete curiosi di sapere con quale tecnica il nostro detective Culetto arresta e punisce i malfattori, vi rimando alla canzone che accompagna la serie animata:

È già disponibile anche la seconda avventura del Detective Culetto dal titolo “Il gigante che viene di notte”.

Buona lettura e… turatevi il naso! 😀

Le peripezie di Stuart Little

Ho trovato nell’archivio di The New Yorker un articolo di Jll Lepore un po’ datato, risale al luglio 2008, ma l’ho letto con interesse perché ripercorre la genesi di un personaggio che anche i giovani lettori italiani conoscono: Stuart Little, personaggio nato dalla penna di E.B. White nel 1945

Qui trovate l’articolo in lingua originale.

Il leone e il topo

La battaglia che ha rivoluzionato la letteratura per l’infanzia.

Di Jill Lepore, 21 luglio 2008

Anne Carroll Moore nacque molto tempo fa ma non molto lontano, a Limerick, nel Maine, nel 1871. Aveva un cavallo di nome Pocahontas, un padre che le leggeva le favole di Esopo e una nonna con una passione non trascurabile per “La capanna dello zio Tom.” Annie, che preferiva “Piccole donne”, era una lettrice e la minore. I suoi sette fratelli maggiori la chiamavano Gamberetto. Nel 1895, quando aveva ventiquattro anni, si trasferì a New York, dove o più o meno inventò la biblioteca per bambini.

A quel tempo, dovevi avere quattordici anni, e un ragazzo, per entrare nella Biblioteca Astor, che fu aperta nel 1854, lo stesso anno della Boston Public Library, la prima biblioteca cittadina del paese a finanziamento pubblico, dove dovevi averne sedici. Anche se tu fossi entrato, i bibliotecari ti avrebbero zittito, lamentandosi di come i “mocciosi” non leggessero altro che “spazzatura”: Scott, Cooper e Dickens (i rifiuti di un secolo sono, come sempre, i Grandi Libri di un altro secolo). Samuel Tilden, che aveva lasciato 2,4 milioni di dollari per aprire una biblioteca gratuita a New York, quasi cambiò idea quando scoprì che il novanta per cento dei libri presi in prestito dalla Boston Public Library era di fantasia. Nel frattempo, le biblioteche stavano spuntando nelle città e nei paesi americani come i crochi al primo sciogliersi della neve. Tra il 1881 e il 1917, Andrew Carnegie sottoscrisse la costruzione di oltre seicento biblioteche pubbliche negli Stati Uniti, edifici dai quali i bambini venivano abitualmente allontanati, perché dovevano essere protetti dai libri moralmente corrotti, in particolare dai romanzi. Nel 1894, alla riunione annuale dell’American Library Association, Lutie Stearns della Milwaukee Public Library lesse una “Relazione sulle letture giovanili”. E se le biblioteche avessero custodito libri speciali per bambini, si chiedeva la Stearns, disposti in stanze separate per bambini, gestite da bibliotecari a cui piacessero davvero i bambini? 

Nel 1896, ad Anne Carroll Moore fu affidato il compito di condurre proprio un esperimento simile, la Children’s Library del Pratt Institute, a Brooklyn, costruita in un momento in cui le scuole di Brooklyn seguivano una politica secondo la quale “i bambini al di sotto della terza elementare non leggono bene abbastanza per trarre profitto dall’uso dei libri della biblioteca”. Moore visitò comunità e asili (anche questi una novità) e stilò un elenco di ciò di cui aveva bisogno: tavoli e sedie a misura di bambino; piante, specialmente fiorite, opera d’arte e ottimi libri. I ragazzi avrebbero fatto la fila intorno all’isolato.

Le fondamenta della Biblioteca Pubblica di New York furono gettate nel 1902, tra la Quarantaduesima Strada e la Fifth Avenue. Quattro anni più tardi, dopo che i direttori della biblioteca ebbero istituito un Dipartimento di Lavoro con i bambini, assunsero Moore come sovrintendente, una posizione in cui non solo sovrintendeva ai programmi per bambini in tutte le sedi della biblioteca, ma organizzava anche la Central Children’s Room. Dopo l’apertura della biblioteca, nel 1911, la Children’s Room divenne un paradiso a grandezza naturale, con i vasi di viole del pensiero e salici, i tavoli di quercia e gli ambiti sedili vicino alla finestra, così vicini al pavimento che anche le gambe più corte non penzolavano.

Molto di quello che Moore faceva in quella stanza non era mai stato fatto prima, neppure la metà. Coinvolse narratori e, nel suo primo anno, organizzò duecento ore di lettura a voce alta (e dieci volte di più due anni dopo). Compilò un elenco di duecentocinquanta titoli base nella letteratura per bambini. Ottenne il diritto di concedere il privilegio del prestito di libri ai bambini; nel 1913, i libri per bambini rappresentavano un terzo di tutti i volumi presi in prestito nelle sedi delle biblioteche di New York. Contro il sentimento prevalente in quel momento, credette che il suo lavoro fosse quello di dare “al bambino di origine straniera un senso di orgoglio per le cose belle del paese che i suoi genitori avevano lasciato”. Celebrò le feste degli immigrati (per esempio leggendo ad alta voce poesia irlandese il giorno di San Patrizio) e riempì gli scaffali di libri in francese, tedesco, russo e svedese. Nel 1924 assunse la scrittrice afroamericana Nella Larsen come direttrice della Children’s Room di Harlem. In ciascuna delle sedi della biblioteca, Moore abolì i limiti di età. Via i cartelli “Silenzio”, sostituiti da bozzetti incorniciati degli illustratori di libri per bambini. “Non aspettarti né pretendere un silenzio perfetto”, insegnava al proprio staff. “L’educazione dei bambini inizia dagli scaffali a vista”. Al posto degli armadietti chiusi a chiave, dotò ogni biblioteca un grande registro nero; se eri in grado di scrivere il tuo nome,

potevi prendere in prestito un libro. Moore riteneva l’atto della firma sul registro una via di mezzo tra un atto di cittadinanza e un sacramento, da intraprendere solo dopo aver letto un impegno: “Quando scrivo il mio nome in questo registro, prometto di prendermi cura dei libri che uso in biblioteca e a casa e di obbedire alle regole della biblioteca. ” Durante sia la Pima che la Seconda Guerra Mondiale, i soldati in licenza in città salirono i gradini Pazienza e Fermezza, entrarono nella Children’s Room e chiesero di vedere i registri neri degli anni passati. Volevano cercare i loro nomi, rintracciare un’infanzia perduta, un passato macchiato di inchiostro.

Nella prima metà del ventesimo secolo, nessuno più della Moore esercitava potere nel campo della letteratura per ragazzi, una bibliotecaria in una città di editori. Aveva sempre un’opinione. “Noioso in modo nuovo”, etichettava i libri che non apprezzava. Quando nel 1938 William R. Scott le portò le copie dei propri nuovi libri stampati, fatti di pop-up, campanelli e pulsanti, la Moore sbottò: “Autocarri! Mr. Scott. Sono autocarri! ” Fu il suo verdetto, non quello di un editore, né di un libraio, a segnare il destino di un libro. Teneva sulla scrivania un timbro di gomma che usava con grande libertà mentre sfogliava i cataloghi degli editori: “Acquisto non consigliato da parte di esperti”. Era la fine.

La fine dell’influenza della Moore arrivò quando, anni dopo, tentò di bloccare la pubblicazione di un libro di E.B. White. Guardare Moore intralciare “Stuart Little”, ricordava l’editore di White, Ursula Nordstrom, era come guardare un cavallo che cadeva, le gambe sottili che si piegavano sotto il grande peso.

E.B. White, nato a Mount Vernon, New York, nel 1899, era una generazione più giovane di Moore. Da ragazzo era frustrato dal fatto che nella biblioteca della sua città ci fossero libri che non gli era permesso guardare. Aveva un topo domestico; pensava di sembrare anche lui un po’ un topolino. Nel 1909, a nove anni, vinse un premio per una poesia su un topo. La New York Public Library aprì l’anno in cui lui ne compiva dodici anni e vinse una medaglia d’argento per “Una passeggiata invernale”, un saggio pubblicato su St. Nicholas , una rivista di cui Moore riforniva gli scaffali della Children’s Room. White crebbe e nel 1917 andò alla Cornell University, dove divenne il direttore del giornale del college, il Cornell Daily Sun . Nel 1918 Anne Carroll Moore scrisse la sua prima recensione di un libro su The Bookman. Quella recensione segnò la nascita di una severa critica della letteratura per ragazzi. (L’anno successivo ci furono ancora altri primati: la prima Settimana del Libro per Bambini, organizzata da Moore, e la nomina di Louise Seaman, che presto diventerà Louise Seaman Bechtel, a capo del primo dipartimento per bambini presso una grande casa editrice, la Macmillan. Nel 1922, l’assegnazione per la prima volta della Newbery Medal) La rubrica di Moore fu pubblicata su The Bookman fino a quando non chiuse nel 1926, l’anno dopo che Harold Ross aveva lanciato The New Yorker, dove assunse White come scrittore e una consulente trentaduenne di prim’ordine di nome Katharine Angell come lettrice di manoscritti. Non molto tempo dopo, Angell divenne la direttrice della rivista di narrativa.

In quel periodo E.B. White si addormentò su un treno e “sognò un piccolo personaggio dalle fattezze di topo, ben vestito, coraggioso e avventuroso”. White aveva diciotto nipotine e nipotini che lo pregavano sempre di raccontare loro una storia, ma era contrario all’idea di inventarne una di sana pianta. Invece si mise a scrivere e riempì un cassetto della scrivania di racconti sul suo “topo bambino. . . l’unica figura di fantasia che abbia mai onorato e disturbato il mio sonno. ” Lo chiamò Stuart.

Anche Anne Carroll Moore aveva un’amica immaginaria. “Ho portato qualcuno con me”, diceva ai bambini, cantilenando, mentre pescava dalla borsetta una bambola di legno che aveva chiamato Nicholas Knickerbocker. Aveva persino realizzato per lui della carta intestata. “Sono il ragazzino olandese più triste che tu abbia mai conosciuto casualmente”, scrisse una volta, firmandosi “Nicholas”, in una lettera a Louise Seaman Bechtel. (Quando Moore dimenticò Nicholas in un taxi, i suoi colleghi non ne piansero la perdita.)

Nel 1924, Moore pubblicò il libro per bambini, “Nicholas: una storia di Natale a Manhattan”. Comincia con l’arrivo di Nicholas la vigilia di Natale di Nicholas in una Children’s Room della biblioteca pubblica di New York piena di creature fatate:

Il Troll balzò dall’albero di Natale e atterrò proprio accanto al Brownie in un angolo del sedile vicino alla finestra. Proprio in quel momento la finestra della Fifth Avenue si spalancò ed entrò uno strano ragazzo alto circa otto pollici.

Non era invecchiato bene.

Dal 1924 al 1930, Moore recensì libri per bambini per lo Herald Tribune di New York; a partire dal 1936, le sue recensioni apparvero anche su The Horn Book. Poteva essere una critica severa, soprattutto dei libri che violavano le sue regole: “I libri sulle ragazze dovrebbero essere interessanti quanto le ragazze stesse” o “Evita quelle storie che ottengono un interesse sensazionale sfruttando al pregiudizio. Particolarmente vero per le storie americane “. Ma semplicemente preoccupandosi di criticare con regolarità i libri per bambini, Moore precorreva a tutti. Solo nel 1927 The Saturday Review iniziò a pubblicare una colonna bimestrale chiamata “The Children’s Bookshop”. Il Times Book Review non recensì regolarmente libri per bambini fino al 1930. Nel 1928, il New Yorker’s di Dorothy Parker, nella rubrica Constant Reader, recensì “La strada di Puh” di A.A. Milne. (Moore ha definito un altro libro di Pooh “una storia senza senso nella migliore tradizione della scuola materna.”) Il libro su Pooh non era solo un Borbottio Buono e Speranzoso, osservò Parker, era un Borbottio Confortante. “Ed è quella parola ‘confortante’, miei cari”, scrisse Parker, “che fece di ‘La strada di Puh’ il primo luogo in cui Tonstant Weader ha fatto una bella figura.”

Nel 1929, E.B. White sposò Katharine Angell e, con il suo collega d’ ufficio, James Thurber, pubblicò il primo libro, una satira con falsi sessuologi freudiani, intitolato “Il sesso è necessario?” (La loro risposta: non rigorosamente, no, ma batte la coltivazione di begonie.) Nel 1933, quando il figlio dei White, Joel, aveva tre anni, Katharine, che aveva avuto due figli anche dal precedente matrimonio, iniziò a scrivere una raccolta annuale e talvolta semestrale di libri per bambini per The New Yorker. Il gusto di Katharine White per la letteratura per l’infanzia, se non era all’altezza dell’opinione di Tonstant Weader, era più che distante dall’indulgere di Moore nelle avventure di Troll, Brownie e Nicholas Knickerbocker. White giudicò un’introduzione di A.A. Milne a “I viaggi di Babar” di Jean de Brunhoff come “una condiscendenza inutile e fuorviante, poiché de Brunhoff è arguto senza essere in stile Puh e Babar è un elefante che può stare in piedi”. Lei prediligeva personaggi robusti e prosa sobria. Ma c’era qualcos’altro in gioco. La rubrica di White, che una volta aveva intitolato “The Children’s Shelf”, aveva messo in discussione l’idea stessa di una biblioteca per bambini. Forse tutto ciò di cui i bambini avevano bisogno era uno scaffale?

Allora, come oggi, alcune delle migliori prose e poesie, per non parlare della migliore arte, si trovavano nei libri scritti per bambini – disciplinati, ispirati, elevati, persino, dalle costrizioni della forma. Katharine White amava molti libri per bambini; soprattutto, ammirava la bellezza e il lirismo dei libri illustrati per i bambini sotto i dodici anni. Ma aveva i suoi dubbi sui libri destinati ai bambini più grandi:

Ci è sempre sembrato che ragazzi e ragazze con il sale in zucca inizino a leggere a dodici o tredici anni con vivace confusione ogni libro su cui riescano a mettere le mani. Nel mucchio riescono a leggerne di buoni. Una ragazza di dodici anni può scegliere Jane Austen, un ragazzo Dickens; e ti chiedi come gli scrittori per i giovani abbiano l’ardire di competere in questo campo, annunciando allegramente le loro opere come “adatte ai bambini dai dodici ai quattordici anni”. La loro insinuazione è che tutto il resto sia decisamente inadatto. Ebbene, chi lo sa? L’adeguatezza non è così semplice.

E chi decide cosa è adatto, comunque? Genitori? Bibliotecari? Editori? La White aveva le proprie idee su chi avrebbe dovuto segnare la linea, se una linea doveva essere tracciata, tra ciò che era buono per i bambini, ciò che era infantile e ciò che era semplicemente guasto. A proposito di Anne Carroll Moore, una volta lei si arrabbiò: “Critica, occhio mio!”

A volte i libri etichettati come adatti ai giovani sono, invece, superati. La letteratura per bambini, almeno in Occidente, è strettamente legata al medioevo, come sostiene Seth Lerer, un professore di letteratura di Stanford in “Letteratura per bambini: la storia di un lettore da Esopo a Harry Potter”. Un sacco di libri per i bambini sono circa il Medioevo (tutto da “Lo Hobbit” a “Robin Hood” e “Redwall”), ma anche le convenzioni del genere (allegoria, favola morale, romanticismo e simbolismo pesante) sono anch’esse decisamente premoderne. Non è solo il fatto che molti libri che definiamo come “letteratura per bambini” – le fiabe dei Grimm o “I viaggi di Gulliver” o “Huck Finn” – sono nati come pungente satira politica, per adulti; è anche che i libri scritti per bambini nel ventesimo secolo tendono a essere distintamente, volontariamente e spesso deliziosamente antimoderni. “Il casello magico” ha più cose in comune con “Il pellegrinaggio del cristiano” che con “Sulla strada”. In agguato nelle pile di libri di ogni “biblioteca per bambini” ci sono dozzine di impostori letterari: satire di epoche passate che nascondono le zanne e libri nuovi e luccicanti, ma vestiti con abiti molto vecchi.

Oggi, l’editoria di libri per bambini – un settore ampiamente descritto nel nuovo eccellente libro di Leonard S. Marcus, “Minders of Make-Believe” – ​​è una delle fette più redditizie del business del libro. Ma quell’industria esiste solo perché, o più o meno allo stesso modo in cui la classe media del diciannovesimo secolo ha inventato l’infanzia come la conosciamo, scrittori, illustratori, editori del primo Novecento – e, soprattutto, Anne Carroll Moore – hanno inventato la letteratura per bambini. Sarebbe utile se White e Moore si trovassero su entrambi i lati della divisione tra scrittura antimoderna e modernista. Ma le cose non vanno proprio in questo modo. Un modo migliore di ripensarlo potrebbe essere dire che ad Anne Carroll Moore non piacevano le zanne. Amava ciò che era prezioso, innocente e sentimentale. White trovava le medesime cose sdolcinate, pudiche e sciocche.

Katharine White odiava anche la parola “giovanile” e si rammaricava profondamente, negli anni Trenta, che “descriva ancora adeguatamente il calibro della grande maggioranza di questi libri”. Ma che dire allora dell’adolescente topino parlante di suo marito? È vero, Stuart era sei pollici più basso di Nicholas Knickerbocker. Restava da vedere se fosse giovanile, perché, per ora, era ancora imprigionato in quel cassetto della scrivania.

Nell’aprile 1938, Life pubblicò un saggio fotografico intitolato “La nascita di un bambino”, fotogrammi un film che mostrava la gravidanza, il travaglio e il parto di una donna. Il film era stato bandito a New York. Anche le fotografie si rivelarono troppo per il pubblico americano e il numero fu ritirato dalle edicole di trentatré città. In The New Yorker, E.B. White propose una satira intitolata “La nascita di un adulto”, fotogrammi di un film – disegnati da Rea Irvin – che ritraevano “il fenomeno calante dell’età adulta”. (Fotogramma 1: “La nascita di un adulto è presentato senza alcun particolare riguardo per il buon gusto I curatori ritengono che gli adulti siano così rari che nessuna questione di gusto sia coinvolta”) “Ho scritto una sottile parodia de ‘La nascita di un bambino’ di Life“, scrisse White a Thurber, aggiungendo:” Ho anche un libro per bambini realizzato a metà “. Alla fine aveva aperto il cassetto.

Quell’estate, i White si trasferirono nella cittadina di North Brooklin, nel Maine. In un saggio per Harper’s del novembre 1938, White si lamentò del fatto che di libri per bambini da recensire, duecento copie, inviate a sua moglie dagli editori, fuoriuscissero dagli armadi, fossero cacciate sotto i cuscini del divano, cadendo in casa. L’unico che gli piacesse era “I 500 cappelli di Bartholomew Cubbins” del Dr. Seuss. Il resto era stucchevole, goffo e irrimediabilmente ingenuo. (“Si ride con gioia demoniaca”, scrisse, “ma questa risata ha un suono sordo.”) Ciò che E.B. White trovava più deprimente – ed era piuttosto scoraggiato nel 1938, “quest’anno di terrore infinito” – era la guerra incombente che minacciava di rendere l’intero pianeta inadatto a chiunque, mentre nel mondo della letteratura per bambini, “gli adulti con progetti di rifugi a prova di bomba che spuntavano dalle tasche dei pantaloni ammonivano solennemente i loro piccoli di non correre al piano di sotto con i lecca lecca in bocca”.

Nel suo saggio per Harper ‘s, White rifletteva: “Deve essere molto divertente scrivere per i bambini: un lavoro ragionevolmente facile, forse anche un lavoro importante”. Dopo che Theodor Geisel (Dr. Seuss) aveva suggerito il saggio di White ad Anne Carroll Moore, gli inviò una lettera. Se è così facile, perché non lo fai? “Vorrei che tu stessi scrivessi un vero libro per bambini”, scrisse. “Sono sicuro che potresti, se lo facessi, e ti assicuro che i Leoni della Biblioteca ruggirebbero con tutte le loro forze in suo elogio.” (Moore spesso scriveva sulle lettere come indirizzo di ritorno “Dietro i leoni”.) White rispose che aveva iniziato a scrivere un libro per bambini, ma stava incontrando difficoltà. “Ci provo davvero solo quando sono a letto malato e ultimamente sto godendo di ottima salute. Le mie paure riguardo la scrittura per bambini sono grandi: si può così facilmente scivolare in una sorta di fantasia o di carineria a buon mercato. Non mi fido di me stesso in questo campo minato a meno che non abbia qualche grado di febbre.”

La Moore proseguì la corrispondenza. All’inizio del 1939, fece pressione su White con non meno di cinque lettere. Gli ha inviato copie delle proprie recensioni. Gli diede consigli per scrivere: “Lascia che fluisca, senza censurare troppo la creazione “. Gli chiese della sua famiglia e, più di una volta, di suo figlio. Era molto, molto ansiosa di fare la conoscenza di sua moglie: “Vorrei includere la signora E.B. White in questa lettera per due ragioni. La prima che è la madre del ragazzo, o è una ragazza? E in secondo luogo perché recensisce libri per bambini per il New Yorker o qualche altra rivista. ” Lo pregò di tornare al suo libro per bambini. “Non riesci a raggiungere la temperatura giusta, senza ammalarti, e finirlo?” Stava tentando, come faceva spesso, non solo di coltivare questo autore, ma di rivendicarlo. “Nessuno sarà più interessato di me quando il libro per bambini sarà pronto”, scrisse a febbraio. “Fammi sapere se posso essere utile in qualsiasi fase.”

A marzo, White inviò un manoscritto incompiuto al suo editore della Harper & Brothers, Eugene Saxton. “Sembrerebbe per i bambini, ma non sono pignolo riguardo chi lo legga”, lo propose, aggiungendo: “Sarai scioccato e addolorato nello scoprire che il personaggio principale della storia ha in qualche modo gli attributi e l’aspetto di un topo. ” Saxton fu tutt’altro che addolorato. Voleva “Stuart Little” per l’autunno 1939, data di pubblicazione. Anche ad Anne Carroll Moore sarebbe piaciuto, ansiosa com’era di prendersi il merito del libro. Ma quel topo avrebbe dovuto aspettare che un animale da soma si movesse. Come White aveva gentilmente avvertito il bibliotecario molesto: “Mi tiro indietro come un mulo al più lieve pungolo”.

Due libri che furono pubblicati nel 1939, il libro per bambini di Gertrude Stein, “Il mondo è rotondo” e “Furore” di John Steinbeck, rivelano un po’ più di quella che si stava trasformando in una piccola battaglia dei libri. Anne Carroll Moore aveva applaudito il libro di Steinbeck. Katharine White lo trovava incredibilmente insipido. (Inizia: “C’era una volta il mondo ed era tondo e si si poteva andare torno torno. Dappertutto c’era qualche posto e dappertutto c’erano uomini donne bambini cani mucche maiali selvatici conigli gatti lucertole e animali. Era fatto così.”) Nella sua rubrica sul New Yorker, White prese di mira Moore: “Un certo numero di esperti di letteratura per bambini ha definito Il mondo è rotondo” un buon libro, ma ciò non mi sorprende poiché, con poche eccezioni, i critici di libri per bambini sono notevolmente indulgenti. Sembrano considerare i libri per bambini con la medesima tollerante tenerezza con cui quasi ogni adulto considera un bambino. La maggior parte di noi presume che ci sia qualcosa di buono in ogni bambino; i critici partono da ciò per presumere che ci sia qualcosa di buono in ogni libro scritto per un bambino. Non è una teoria fondata.”

“Furore” incontrò la disapprovazione non di Anne Carroll Moore ma di Annie Dollard, la bibliotecaria di una biblioteca privata in abbonamento a Brooklin. “Era una minuscola zitella con salde convinzioni su quali libri fossero adatti da leggere”, scrisse E.B. White. «La biblioteca aveva acquisito Furore’, ma Annie lo prese dallo scaffale, lo mise sulla sedia e vi si sedette. Ciò risolse il problema. ” Ovviamente, il gesto non risolse il problema e Katharine White decise di fare qualcosa di meglio al riguardo, per rendere pubblica la biblioteca. Quelle duecento copie da recensire sulle quali suo marito era inciampato prima di Natale? Le trasportò alla biblioteca di Brooklin.

Nel novembre 1939 Katharine White scrisse per la prima volta a “Miss Moore”, suggerendole delicatamente di smettere di infastidire suo marito riguardo “Stuart Little” – “Ho deciso che meno se ne dice, meglio sarà.” —e deviando la corrispondenza verso un’altra direzione, cercando consigli su come richiedere i fondi Carnegie per la biblioteca Brooklin. Dopo le raccomandazioni del formidabilmente privo di umorismo Moore, con un po’ di malvagità chiese anche del materiale per un’antologia che lei e suo marito stavano componendo, “A Subtreasury of American Humor”. Moore, a quanto pare, non fu d’aiuto.

Anne Carroll Moore non scrisse più a E.B. White fino al febbraio 1941, mettendolo a parte in confidenza del suo progetto di andare in pensione: “Te lo dico perché mi piacerebbe fare una delle mie ultime raccomandazioni per un grosso ordine del libro per bambini di E.B. White.” White rispose per assicurare quanto lui e sua moglie fossero rimasti colpiti dal suo “lungo e fruttuoso servizio reso ai bambini del mondo”, che considerava “una delle carriere più grandi e onorevoli, nulla di più eccellente”.

Nel frattempo, Katharine White era diventata anche lei una specie di bibliotecaria. “Le biblioteche pubbliche mi sono sembrate sempre più una necessità democratica”, scrisse a Moore nel 1942, “quindi la maggior parte dei miei sforzi bellici finora, invece di rivolgersi alla difesa civile vera e propria, sono stati dedicati a mantenere in vita la piccola biblioteca in questa città.” Al punto che, con tutte le donazioni delle copie recensite per The New Yorker, la sua piccola biblioteca, ora pubblica e associata, vantava ‘la migliore collezione di libri per bambini nel paese.’ L’unico motivo per cui stava ancora tenendo la sua rubrica di letteratura per bambini, scrisse, probabilmente non completamente per scherzo, “è avere i libri per la biblioteca di Brooklin”.

Katharine White credeva appassionatamente nelle biblioteche pubbliche e nella necessità di rifornirle di libri per bambini. Ciò che la preoccupava erano minuscole zitelle sedute sui libri. Creare una stanza per i bambini era una cosa. Sorvegliare la porta era un’altra. E poi c’era la questione di preparare trappole per i topi.

“A Subtreasury of American Humor” fu pubblicato nel 1941. Per quanto riguarda l’inclusione dell’umorismo tratto dai libri per bambini, “abbiamo rinunciato”, ammisero i White; non ce n’era. L’anno successivo E.B. White scrisse un opuscolo in tempo di guerra sulla libertà di parola. Nell’inverno del 1943-44, i White tornarono a New York. Katharine iniziò a revisionare Nabokov. I nervi di suo marito erano scossi. Si sentiva come se avesse “topi nel subconscio”: “Il topo del Pensiero infesta la mia testa, / Conosce il mio armadio e le briciole.” Poi, miracolosamente, per otto settimane tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945, finì il libro che aveva scritto per tutta la vita. Saxton, l’editore di White, era morto nel 1943. White inviò il manoscritto di “Stuart Little” a Ursula Nordstrom, direttrice del Dipartimento di libri per ragazzi e ragazze di Harper; così grande era l’influenza della Nordstrom che a volte si faceva chiamare Ursula Carroll Moore. (Quando la vera Moore chiese a Nordstrom che cosa potesse qualificarla per la revisione di libri per bambini, Nordstrom rispose: “Io sono stata una bambina e non ho dimenticato nulla.”)

Anne Carroll Moore stava aspettando “Stuart Little” da sette anni e durante quel periodo aveva rivendicato come suo scrittore E.B. White, il più celebre saggista americano del secolo. Poteva anche essersi ritirata in pensione, ma la sua presa sul potere si era a malapena allentata. Si presentava ancora alle riunioni alla New York Public Library; correva ancora quegli incontri, con sgomento il suo successore, Frances Clarke Sayers, che aveva provato senza alcun risultato a cambiare il luogo di incontro: “Non importa dove li tenevi, lei era lì”. (In un racconto alla UCLA negli anni Settanta, Sayers aveva ammesso di aver trovato quasi impossibile resistere alla Moore, che aveva reso la sua vita “un inferno assoluto” rifiutandosi di cedere il controllo: “Ha tenuto duro su tutto.”) La Moore era arrivata a pensare di reclutare E.B. White nel mondo racconti giovanili come proprio trionfo finale: una vittoria su Tonstant Weader, una vittoria su Katharine White. “Stuart Little” doveva essere l’eredità duratura di Anne Carroll Moore nella letteratura per bambini. Nella sua mente era il suo libro. Non ci fu nulla da fare: la Nordstrom le mandò una bozza.

“Non sono mai stata tanto delusa da un libro in vita mia”, aveva dichiarato la Moore. Convocò la Nordstrom nelle proprie stanze al Grosvenor Hotel, nelle quali l’avvertì che il libro “non doveva essere pubblicato”. Ai White inviò una lettera di quattordici pagine, prevedendo che il libro sarebbe stato un fallimento e che sarebbe stato imbarazzante, pregando l’autore di riconsiderare l’idea della pubblicazione. Quello che dicesse esattamente la lettera e anche a chi fosse indirizzata è molto controverso. I White la gettarono via – disgustati, disse Katharine – e sopravvivono solo sei pagine di una copia incompleta in mano alla Moore. Ma anche in questa versione purgata le critiche della Moore furono severe: la storia era “sfuggita di mano”; Stuart era sempre “incredibilmente sproporzionato”. Peggio ancora, White aveva confuso la realtà con la fantasia – “I due mondi erano confusi” – e i bambini non sarebbero stati in grado di distinguerli. “Disse qualcosa sul fatto che fosse stato scritto da una mente malata”, ricordò E.B. White. Tutti concordano sul fatto che la Moore avesse proferito una minaccia e intendesse portarla a compimento “Temo che ‘Stuart Little’ sarà molto difficile da collocare nelle biblioteche e nelle scuole del Paese”.

“È snervante sentirsi dire che sei un male per i bambini”, ammise E.B. White, “ma scoprii nella lettera della signorina Moore il presupposto che ci fossero regole che governano la scrittura della letteratura giovanile – regole inflessibili come quelle per il tennis sull’erba. E di ciò non ero sicuro.” Scrollò le spalle: “I bambini possono librarsi facilmente oltre lo steccato che separa la realtà dalla finzione. Lo esaminano come piccole antilopi. Uno steccato che un bibliotecario può innalzare non è niente per un bambino”.

White non rispose. Lo fece sua moglie. “K. si rifiutò di mostrarmi la sua risposta”, scrisse White al fratello, “ma sospetto che abbia stabilito un nuovo record mondiale di cortesia velenosa”. Lo fece e non lo fece. “Sono d’accordo con te sul fatto che le scuole probabilmente non adotteranno ‘Stuart Little'”, scrisse Katharine alla signorina Moore, “ma, per essere schietta come tu sei stata, non riesco a immaginare biblioteche che non se ne riforniscano.” E non poté fare a meno di chiedere: “Non hai pensato che fosse persino divertente?”

Il 17 ottobre 1945, circa cinquantamila copie di “Stuart Little” uscirono sugli scaffali. Le immagini del libro, opera di Garth Williams, condividono con la storia una tenerezza tranquilla, silenziosa ma anche in qualche modo ariosa. (Nordstrom e White avevano rifiutato altri sette illustratori, i cui topi sembravano troppo lustri o troppo simili a Topolino.) In copertina il piccolo Stuart, in pantaloncini e maniche di camicia, pagaiando nella sua canoa – una barca chiamata Ricordi d’Estate – è tanto piccolo quanto così cresciuto che avrebbe potuto facilmente illustrare il malinconico saggio di White del 1941 “Ancora una volta al lago”, sull’esperienza del campeggio con il figlio in un luogo nel Maine nel quale si era recato molto tempo prima con il proprio padre, e giungere a rendersi conto di non essere più così sicuro di chi fosse chi. (“Ovunque andassimo ho avuto problemi a capire chi fossi io, quello che camminava al mio fianco, quello che camminava nei miei pantaloni.”)

Il libro più deludente che Anne Carroll Moore abbia mai letto inizia con queste parole:

Quando nacque il secondo figlio della signora Frederick C. Little, tutti si accorsero che non era molto più grande di un topo. La verità era che il bambino somigliava molto a un topo sotto ogni aspetto. Era alto solo due pollici; aveva il naso affilato di un topo, la coda di un topo, i baffi di un topo e i modi piacevoli e timidi di un topo.

Due giorni dopo la pubblicazione di “Stuart Little”, un infelice Harold Ross si fermò nell’ufficio di White al New Yorker. White ricordò:

“Ho visto il tuo libro, White,” ringhiò. “Hai commesso un grave errore.”

“E quale sarebbe?” chiesi.

“Che diamine, il topo!” urlò. “Hai detto che era nato. Maledizione, White, avresti dovuto farlo adottare. “

Successivamente, Edmund Wilson intercettò White nell’atrio. “Ho letto quel tuo libro”, iniziò. “Ho trovato la prima pagina piuttosto divertente, riguardo il topo, capisci. Ma sono rimasto deluso dal fatto che tu non abbia sviluppato il tema più alla maniera di Kafka. “

White cercò di ridere di tutto ciò – “Il curatore che poteva individuare un verbo discutibile a quaranta passi, il critico che era rattristato perché la mia innocente storia di ricerca della bellezza non riusciva a raggiungere una sfumatura di mostruosità” – poi Malcolm Cowley, recensendo il libro per Times si era mostrato scettico: “Il signor White ha la tendenza a scrivere scene divertenti invece di raccontare una storia. Dire che “Stuart Little” è uno dei migliori libri per bambini pubblicati quest’anno è un elogio molto modesto per uno scrittore del suo talento “.

Il vero colpo fu assestato quando Frances Clarke Sayers, presumibilmente agendo su ordine della Moore, si rifiutò di acquistare “Stuart Little” per la biblioteca, inviando così un segnale ai bibliotecari per bambini di tutto il paese: “Non consigliato per l’acquisto da parte di esperti”. A novembre, un redattore associato del New York Post scrisse con scherno: “Ci sarà un bel daffare per via della riluttanza della New York Public Library ad accettare” Stuart Little”. “Per questo sgradevole pettegolezzo, White si scusò gentilmente per lettera con la Sayers, assicurandole che né lui né la Nordstrom avevano sparso la voce per fare pressione sulla biblioteca (come invece chiaramente la Sayers sospettava) e che si rammaricava della comparsa di “oscuri e terribili avvenimenti nel mondo della letteratura giovanile. “

Un modo per leggere “Stuart Little” è che sia un atto d’accusa tanto contro l’infantilismo della letteratura per l’infanzia quanto contro la giovanilizzazione della cultura americana. Pubblicato appena un anno prima di “Baby and Child Care” di Benjamin Spock, “Stuart Little” di E.B. White si sarebbe potuto giustamente intitolare “La nascita di un adulto” o “Il parto è necessario?” Il Washington Postaveva persino pubblicato una recensione sotto forma di affettuosa imitazione di “Il sesso è necessario?” giù fino agli idioti sessuologi. (‘“Manca di verosimiglianza fin dalla prima riga”, disse Herr Von Hornswoggle. “Uomo o topo, homo sapiens o mus musculus, nessun piccolo roditore può navigare su un battello nella laguna di Central Park mentre sta ancora mettendo i denti. Molto, troppo Jung.””)

Se la signora Frederick C. Little avesse dato alla luce un topo o una creatura che sembrava un topo era, soprattutto nel 1945, un caustico commento sociale su una cultura che si rifiutava di guardare ai fatti della vita. L’unica cosa era che Stuart non era un bambino. Niente biberon, niente pannolini, niente poppate notturne, niente carrozzine, niente culle. Niente linguaggio infantile. Fin dall’inizio, Stuart si è vestito da solo ed è stato d’aiuto in casa. Il problema più grande dei Littles era che i topi fossero trattati così male nei libri per bambini. Il signor Little “ha fatto strappare alla signora Little la pagina sui ‘Tre topi ciechi, guarda come corrono’ dal libro di filastrocche dell’asilo infantile”:

Non voglio che Stuart abbia un sacco di concetti in testa”, disse il signor Little. “Mi sentirei male se mio figlio crescesse temendo che la moglie di un contadino potesse tagliargli la coda con un coltello da scalco. Sono queste cose che fanno venire gli incubi ai bambini quando vanno a letto la sera.

I Littles avevano anche messo in dubbio l’adeguatezza della poesia “’Era la notte prima di Natale”, quando neppure una creatura si muove, nemmeno un topo. “Penso che potrebbe imbarazzare Stuart sentire menzionare i topi in modo così sminuente”, disse la signora Little al marito. Alla fine stabilirono decisero di espurgarla in altro modo:

Quando arrivò il Natale, la signora Little cancellò con cura la parola topo dalla poesia e scrisse la parola pidocchio, e Stuart pensò sempre che la poesia recitasse così:

“Era la notte prima di Natale, quando in tutta la casa

Non una creatura si muoveva, nemmeno un pidocchio.”

Strappare le pagine dei libri e cancellare le parole che avrebbero potuto preoccupare il loro piccolo: era proprio quello di cui Katharine White si era lamentata per tutto il tempo. In “Stuart Little”, suo marito l’aveva sostenuta. E, nella sua successiva rubrica di libri per bambini, lei, a sua volta, lo rivendicò, lamentando lo stato pietoso di una letteratura “attenta a non avvicinarsi mai al bambino se non in modo infantile. Non stimoliamo eccessivamente la sua mente, non lo spaventiamo o lasciamolo nel dubbio, sembrano dire questi autori e i loro libri; cerchiamo di asserire”.

“Stuart Little” ti lascia dubbioso, un bel po’ dubbioso, davvero; non finisce esattamente così tanto quanto all’improvviso. Nel capitolo VIII, Stuart si innamora di un uccello di nome Margalo, e quando lei vola via lui va in missione. Nell’ultimo capitolo del libro, ferma la sua coupé a una stazione di servizio e compra cinque gocce di benzina. In un fosso lungo la strada, incontra un operaio che si prepara a salire su un palo del telefono per una riparazione. “Ti auguro cieli sereni e una presa salda”, dice Stuart, pensieroso. “Spero tu possa trovare quell’uccello”, risponde l’operaio.” Poi vengono le ultime, angoscianti battute del libro:

Stuart uscì dal fosso, salì in macchina e si avviò lungo la strada che portava a nord. Il sole stava appena sorgendo sulle colline alla sua destra. Mentre scrutava la grande terra che si estendeva davanti a lui, la strada sembrava lunga. Ma il cielo era luminoso e in qualche modo sentì di essere diretto nella giusta direzione.

Stuart Little non è Gregor Samsa. È Don Chisciotte, che si trasforma in Holden Caulfield.

Anne Carroll Moore si impegnò molto per assicurare che le scuole bandissero “Stuart Little”. Alcune lo fecero. Ma taluni insegnanti invece decisero, invece di trarre lezione dal libro. Nel febbraio 1946, una classe di quinta elementare a Glencoe, Illinois, ricevette il compito di scrivere un finale diverso. Con felice sintesi una bambina riuscì ad arrivare a un lieto fine in soli nove paragrafi:

Dopo aver parlato con l’operaio, Stuart imboccò la strada verso nord. “Chug chug” faceva la sua macchina. “Le cinque gocce stanno finendo”, pensò Stuart. “Mi fermerò a quella stazione di servizio poco più avanti.” Così entrò.

“Cosa vuoi?” disse l’uomo.

“Cinque gocce e mezzo”, disse Stuart. “Le ultime cinque gocce che ho preso non mi hanno fatto arrivare tanto lontano quanto volevo.” Proprio in quel momento Stuart vide un uccello saltare fuori dalla stazione di servizio.

“Questa è Margalo”, disse l’uomo.

“MARGALO!” gridò Stuart.

“Dovete fare conoscenza”, disse l’uomo.

“Ti propongo un patto”, disse Stuart. “Ti darò ben dieci dollari se mi permetterai di prendere il tuo uccellino.”

“È un affare”, disse l’uomo.

“Salta su, Margalo” disse Stuart e se ne andarono. Si sono sposati a New York e hanno allevato una famiglia di mezzi topi e mezzi uccelli.

Quella ragazzina oltrepassò lo steccato di un buon tre piedi.

E la Biblioteca Pubblica di New York? Il topo riuscì a fuggire oltre i leoni? Alla fine del 1945 il direttore della biblioteca, Franklin Hopper, invitò Louise Seaman Bechtel, la curatrice pioniera di libri per bambini della casa editrice Macmillan, a tenere una conferenza sulla pubblicazione di libri. La Bechtel aveva scoperto che, sebbene la Sayers avesse comprato una copia di “Stuart Little”, la teneva nella scrivania. In biblioteca la Bechtel, sconvolta, esortò Hopper a leggerlo. Egli lo fece e il giorno successivo scrisse alla Bechtel. Gli è piaciuto molto ed era furioso: “Chi parla dei suoi difetti è dotato forse di immaginazione?” Anne Carroll Moore pensava di poter governare la sua biblioteca dal maledetto Grosvenor? Hopper ordinò alla Sayers di tirare fuori Stuart dal suo nascondiglio. “Allora entrò negli scaffali della Biblioteca”, scrisse E.B. White, “ma penso che abbia dovuto rosicchiarsi la strada”.

Per un po’ di tempo molte biblioteche americane vietarono “Stuart Little”. Ma i migliori bibliotecari, così come i migliori insegnanti, hanno un talento tutto loro. Nel marzo 1946 gli alunni della settima classe della Clifton School a Cincinnati, nell’Ohio, spedirono una lettera:

“Caro signor White:

Abbiamo appena finito il tuo libro “Stuart Little”. Il nostro bibliotecario scolastico ci ha chiesto di leggerlo per decidere se sarebbe stato un buon libro per la biblioteca. Pensiamo che lo sia.”

È una piccola lettera tranquilla. Ma quel rumore, il graffio della penna sulla carta, quei trentotto alunni della settima classe che firmano i loro nomi in fondo a quella lettera? È il suono di un crollo.

Nel gennaio 1946, quando Louise Bechtel tenne la sua conferenza alla Biblioteca Pubblica di New York, Anne Carroll Moore era seduta in prima fila con lo sguardo fisso. Imperterrita, la Bechtel volle fare un riferimento a “Stuart Little”: “Spero che ottenga tutti i premi e le medaglie possibili”. La Moore manifestò la propria disapprovazione. “E.B.W. sarà lusingato nel sentire che A.C.M. mi ha mandato una maledizione” scrisse la Bechtel a Katharine, in seguito. Molto probabilmente, non era così lusingato. Non gli piacevano molto le cose oscure e terribili nel mondo della letteratura per ragazzi.

La Moore incollerita, caduta ma ancora in grado di colpire, sembra abbia usato la propria influenza per escludere “Stuart Little” dalla Newbery Medal, un premio assegnato da una giuria di bibliotecari che quell’anno includeva Frances Clarke Sayers. Il libro di White non fu nemmeno tra i quattro secondi classificati. Il giorno dopo l’annuncio dei premi, la Bechtel “stava ancora digrignando i denti per la rabbia”, scrisse a Katharine White, lamentandosi di “queste stupide donne illetterate al comando”.

Harper, nel frattempo, aveva indirizzato altrove la censura della Moore. “Alcune persone – quelle che pensano di capire una cosa se possono incollarci sopra un’etichetta chiara – definiranno ‘Stuart Little’ puerile”, si legge nel materiale pubblicitario di stampa. “Avranno ragione. Ma si sbaglieranno anche loro.” Nel dicembre 1946, mentre Katharine White stava accompagnando in stampa il primo articolo di J. D. Salinger per il New Yorker, una storia che poi si trasformò in “Il giovane Holden”, la Nordstrom disse a E.B. White che ora c’erano centomila copie di “Stuart Little”. White invitò l’editore a un pranzo elegante per festeggiare. “Puoi mangiare 100.000 gambi di sedano e io ingoierò 100.000 olive. Sarà il pranzo di E.B. White e Ursula Nordstrom a base di Libro e Olive ” Non esattamente il lieto fine, ma ci andava molto vicino.

Katharine White scrisse il suo ultimo articolo di libri per bambini nel 1948. I suoi figli erano cresciuti. La biblioteca di Brooklin sarebbe sopravvissuta senza le sue recensioni. Ma anche lei era esasperata. “Nessuno che abbia esaminato cinquecento e più opere giovanili come ho fatto io quest’anno”, scrisse stancamente, “si potrebbe dire che il bambino americano ora occupi una posizione sommersa in un mondo adulto. Sicuramente non può esserci un gusto infantile, buono, cattivo o indifferente, che gli entusiasti editori non abbiano cercato di soddisfare “. In quegli anni aumento della natalità non si poteva camminare per un isolato senza sbattere contro una carrozzina. Anche le lettere americane dovevano fare posto ai bambini?

E.B. White pubblicò nel 1952 un secondo libro per bambini, “La tela di Carlotta”. Sua moglie disse che lo considerava “il suo unico libro per bambini davvero completamente soddisfacente”, ed era adorato da tutti, per quanto ne so – tutti, cioè, tranne Anne Carroll Moore, che si lamentava del fatto che il personaggio di Fern “non fosse mai stato sviluppato”. La Nordstrom, dopo aver sentito le riserve di Moore e aver letto una recensione lusinghiera di Eudora Welty sul Times, scrisse gioiosamente a White: “Eudora Welty ha detto che il libro era perfetto per chiunque avesse più di otto o meno di ottant’anni, e ciò esclude Miss Moore visto che è una ragazza. di ottantadue. “

Anne Carroll Moore morì nel 1961. “Ha fatto molto per i libri per bambini e i loro illustratori all’inizio della sua carriera”, scrisse White alla Bechtel, “ma non posso fare a meno di sentire che la sua influenza sia stata nel complesso pericolosa. Sto sbagliando?”

La Central Children’s Room della New York Public Library sulla Quarantaduesima Strada fu chiusa nel 1970; riaprì alla Donnell Library Center, sulla Cinquantatreesima, l’anno successivo. Il mese prossimo, il Donnell chiuderà per far posto a un hotel. È stata pianificata l’apertura di una nuova stanza per bambini in uno spazio diverso della biblioteca principale qualche tempo dopo il centenario dell’edificio, nel 2011 (questo autunno, i libri per bambini circoleranno da uno spazio temporaneo al piano terra). Augurando il ritorno della Children’s Room alla Quarantaduesima e alla Cinquantatreesima, gli animali imbalsamati di Christopher Robin di Milne, Pooh, Tigro, Maialino, Eeyore e Kanga, donati alla biblioteca nel 1987, sono stati collocati al terzo piano.

“Stuart Little” ha ora venduto più di quattro milioni di copie. Nelle edizioni successive, E.B. White ha apportato una piccola modifica. Il secondo figlio della signora Frederick C. Little non è più nato. Arriva. ♦

Poirot e la strage degli innocenti

Quando ho letto di questa iniziativa nel blog Liberi di scrivere, le mie “celluline grigie” hanno incominciato subito a pensare che collegamento ci potesse essere tra l’investigatore privato, nato dalla penna di Agatha Christie nel 1920 con il giallo Poirot a Styles Court, e il mio blog dedicato ai giovani lettori e alla letteratura per ragazzi.

Ovviamente i gialli di Agatha Christie non rientrano nel genere, ma la mia scelta è caduta su uno nel quale Hercule Poirot ha modo di confrontarsi con degli adolescenti, un paio purtroppo defunti e altri vivi e vegeti e ben in possesso delle loro giovani facoltà sebbene ancora in fieri. Poiché il tema del giallo è l’uccisione di una ragazzina e viene affrontato un argomento delicato come quello della psicologia degli adolescenti, questo libro si differenzia dagli altri gialli di Agatha Christie e la critica non lo ritiene una delle sue opere più riuscite.

Il giallo in questione s’intitola Poirot e la strage degli innocenti, fu pubblicato in Italia nel 1969 ed è uno degli ultimi in cui compare l’investigatore, prima della sua definitiva scomparsa nel libro Sipario – L’ultima avventura di Poirot del 1975.

Chi è Hercule Poirot? È un ex ispettore di polizia belga e della sua vita si sa ben poco. Dopo essersi ritirato dalla carica di ispettore nel 1916, Poirot fa la sua comparsa in Inghilterra come rifugiato e inizia una brillante e lunga carriera di investigatore privato, riprendendo i contatti con il fido amico di vecchia data, capitano Arthur Hastings. Che aspetto ha Poirot? È un ometto non molto alto e grassoccio, dalla buffa testa ovale con pochi capelli e un viso nobilitato da un gran paio di baffi che sono il suo segno caratteristico. È estremamente elegante e raffinato, al punto di sopportare di soffrire il mal di piedi per ostinarsi a calzare eleganti scarpe di vernice benché siano del tutto inadatte alle lunghe camminate che affronta nell’immaginario villaggio di Woodleigh Common in cui è ambientata la vicenda del giallo in questione.

“Potrebbe suggerirmi un rimedio per i miei poveri piedi?” disse Poirot.

“Uno? Ma dozzine, dozzine. Comunque, perché non comprate delle scarpe comode?”

“Perché a me è sempre piaciuta l’eleganza raffinata, Madame.”

“Bene, allora continuate a portare quelle scarpe strette e soffrite in silenzio.” ribatté la signora Oliver.

Adora la buona cucina, da raffinato buongustaio quale è, e il suo fiuto leggendario gli permette di risolvere i casi più complessi e intricati grazie alle doti di ordine e razionalità che lo contraddistinguono. Ordine e razionalità che si riflettono anche nella sua casa londinese al  56B  di Whitehaven Mansions in Charterhouse Square a  Smithfield, località del quartiere di Farringdon Without nella zona nord-ovest di Londra famosa per il suo mercato.

Veniamo adesso alla trama del libro, ve la riporto dalla quarta di copertina: “A Woodleigh Common, in occasione della suggestiva ricorrenza di Halloween, è in pieno svolgimento una festa per ragazzi. Tutto si svolge nel più tradizionale dei modi, tra giochi e allegria, finché viene fatta una scoperta agghiacciante: Joyce, una delle ragazze invitate, è stata assassinata. La scrittrice di gialli Ariadne Oliver, presente al ricevimento, si precipita dall’amico Poirot e lo convince a interessarsi del caso: Joyce, infatti, poco prima della morte, si era vantata di aver assistito a un omicidio, ma nessuno le aveva creduto. Possibile che invece la ragazza, conosciuta per essere una gran bugiarda, avesse detto la verità, e che per questo motivo il colpevole le abbia tappato la bocca per sempre? Raccogliendo meticolosamente ogni indizio, ma soprattutto grazie a un’acuta analisi psicologica delle persone coinvolte, anche in questa occasione Hercule Poirot riuscirà a risolvere l’intricato rompicapo… Scritto nel 1969, Poirot e la strage degli innocenti unisce un lieve velo di magia a un solido intreccio poliziesco.”

Il villaggio di Woodleigh Common è immaginario, ma è l’archetipo dei villaggi inglesi: piccolo, pittoresco, un luogo in cui tutti si conoscono e nel bene e nel male sanno tutto gli uni degli altri, vi viene accuratamente e abilmente ricreata la tipica atmosfera placida  e sonnacchiosa di un villaggio inglese nel quale però un evento drammatico irrompa a turbare la superficiale serenità del luogo, un evento assurdo come l’omicidio di una ragazzina, ed ecco che la sapiente penna della Christie fa in modo che un po’ tutti, dai personaggi principali alle comparse, abbiano qualche pecca segreta e possano persino sembrare in qualche modo trarre una sorta di vantaggio personale dall’occultamento parziale o totale della verità; a Woodleigh Common le persone nuove vengono tenute d’occhio discretamente perché viste un po’ come un elemento perturbante della piccola società. È il caso di alcuni dei personaggi del libro come Rowena Drake, bella e ricca vedova che ha aperto la sua splendida casa “Il Meleto” per organizzare la festa di Halloween per alcuni ragazzi e ragazze del posto, che lei preferisce chiamare “Festa dell’Undici Più” per definire il gruppo dei partecipanti, o Micheal Garfield, l’affascinante artista giardiniere che ha creato un giardino, tanto bello quanto conturbante, secondo Poirot, che era il sogno della defunta e ricchissima signora Lewellyn-Smithe, proprietaria di una grande casa vittoriana denominata Quarry House, morta improvvisamente dopo essersi riavvicinata ai Drake, in quanto il marito di Rowena era suo nipote.

Fulcro della vicenda è l’affermazione della giovane Joyce Reynold, una delle partecipanti alla festa, di essersi rammentata di aver assistito a un omicidio anni prima, cosa di cui si è resa conto solo in quel momento. Nessuno le crede perché Joyce è conosciuta in tutto il villaggio per essere una notoria bugiarda. Alla festa partecipa anche Ariadne Oliver, famosa scrittrice di gialli, che si presta di buon grado a collaborare ai preparativi con altre signore del villaggio. È proprio mentre fervono i preparativi, che la tredicenne Joyce Reynolds, egocentrica ed esibizionista, confida ad Ariadne di aver visto un omicidio, diventando il bersaglio delle canzonature da parte degli altri giovani ospiti. La festa si svolge nel migliore dei modi, ma al termine dell’evento si scopre che Joyce è scomparsa. Il mistero dura poco, la ragazzina viene rinvenuta morta in biblioteca, affogata nella tinozza delle mele che era servita per un gioco durante la festa.

Strappato agli agi della sua casa londinese dall’accorato appello dell’amica Ariadne, ospite di Judith Butler, che vive nel villaggio con la figlia Miranda, per dipanare la matassa del caso Poirot può contare sull’aiuto del sovrintendente di Scotland Yard in pensione Spence e anche di Elspeth, la sorella con cui vive nella piccola residenza detta “Cima dei Pini”, fine conoscitrice degli abitanti del villaggio.

In questo giallo predominano le sottili analisi psicologiche dei personaggi, sia presenti e in azione che protagonisti di eventi drammatici anche lontani nel tempo, ma che sembrano in qualche modo collegarsi gli uni agli altri; e non mancano depistaggi, o più o meno voluti, e falsi indizi tra i quali districarsi prima di giungere allo scioglimento finale. Attraverso le parole e le azioni dei suoi personaggi, la Christie ci fa conoscere il suo punto di vista sui ragazzi dell’epoca, che ritiene siano a volte troppo lasciati in balia di se stessi da parte di genitori distratti, al punto di emanciparsi troppo presto. I giovani protagonisti del giallo vengono tratteggiati con delicatezza e competenza, dalla piccola bugiarda Joyce alla saggia e sognante Miranda, che avrà un ruolo rilevante nella vicenda, dai giovani studenti Desmond Holland e Nicholas Ransome ai fratelli di Joyce, Ann e Leopold, il quale farà a sua volta una brutta fine.

“Poirot e la strage degli innocenti” nel complesso è una vicenda in cui Poirot può dipanare tutto il proprio acume e al lettore vengono serviti qua e là piccoli indizi che portano alla soluzione, a mio avviso inattesa (io non avevo proprio sospettato nulla, ma non faccio testo, raramente scopro il colpevole prima del termine del libro) e i personaggi sono pennellati con sapienza e con acume.

Un grande protagonista inanimato del giallo è l’inquietante giardino che Michael Garfiled ha letteralmente strappato alla roccia per dare vita al sogno della signora Lewellyn-Smithe e che tanta parte avrà nella vicenda e tanta importanza per il bel personaggio di Miranda, la ragazzina saggia e innocente che funge un po’ da nume tutelare per Poirot, che non nasconde la sua ammirazione per lei, e che rischia di finire male nel modo più impensabile. Più in generale l’approccio di Poirot verso i giovani protagonisti della vicenda è rispettoso delle loro capacità e della loro personalità.

Poirot e la strage degli innocenti” ha avuto anche una versione televisiva nel 2009, ne fu regista Charles Palmer e i ruoli di Poirot e di Ariadne furono ricoperti da David Suchet e da Zoe Wanamaker. L’episodio faceva parte della dodicesima stagione di Poirot e, a differenza del libro che, come abbiamo visto, è degli anni Sessanta, fu ambientato nel 1936.

Le sorelle Bronte

Titolo: Le sorelle Bronte
Autrice e illustratrice: Manuela Santoni
Editore: Becco Giallo, ottobre 2018
Pagine: 200, bn
Prezzo: euro 17,00
ISBN: 9788833140261

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“In un’epoca vittoriana artificiosa e opaca, nella campagna inglese di metà Ottocento, Charlotte, Emily e Anne – con un padre ormai anziano e un fratello dedito al bere – si ritrovano a far fronte da sole alle sorti economiche della famiglia Brontë. E lo fanno a modo loro: superando con orgoglio e con coraggio le difficoltà e i primi fallimenti, e trasformando il loro talento creativo e la passione per la scrittura in una fonte primaria di sostentamento, per poter vivere finalmente una vita intensa, in piena libertà.”

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Queste parole sono sulla quarta di copertina della graphic novel di Manuela Santoni di cui voglio parlarvi oggi e esprimono molto bene il senso della storia scritta e illustrata dall’autrice.

Appena apriamo il libro, ci troviamo in medias res, con le baruffe tra sorelle perché Charlotte ha osato frugare tra le carte di Emily, con Anne che cerca dolcemente di mediare, le reciproche accuse, prima fra tutte quella di Emily a Charlotte di avere perso la testa dopo il ritorno dal Belgio e la faccenda spinosa del professor Heger, e con il comportamento sempre più irresponsabile e distruttivo di Branwell, che ha perso l’impiego di istitutore a causa della storia clandestina con la moglie del suo datore di lavoro.

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I tratti nervosi e spigolosi del disegno dell’autrice esprimono in modo perfetto la tensione che serpeggia in queste vite costrette nel cupo paese di Haworth nello Yorkshire, battuto dai venti, circondate dalle tombe del cimitero stretto tra la canonica e la chiesa, con la sola libertà che regala loro l’immensa brughiera spazzata dai venti.

Non c’è proprio nulla di romantico in queste pagine, che vibrano dei cuori potenti delle sorelle e della loro storia raccontata in modo scabro, senza nulla concedere alla debolezza proprio come vissero loro.

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È un libro che ritengo gli adolescenti apprezzeranno molto, anche se l’ho apprezzato molto anche io che un ragazzina non sono più, proprio per le dirompenti passioni e per i disegni incisivi che trasportano nelle cupe atmosfere di vite brevi, ma intense, vissute fino all’ultimo battito e all’ultimo respiro.

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Qui il sito dell’autrice.

Buona lettura.

Il vero amore dei dodici sofà

Titolo originale: The twelve days of Christmas
Titolo italiano: Il vero amore dei dodici sofà
Opere selezionate: William Morris
Versione poetica: Bruno Tognolini
Illustrazioni: Liz Catchpole
Editore: Salani, novembre 2018
Pagine: 64
Prezzo: euro 24,50
Età di lettura: per tutti

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I miei venticinque lettori conoscono le mie passioni, quindi non si stupiranno di trovare qui questo magnifico libro il cui arrivo aspettavo con trepidazione.
Si tratta del riuscito connubio tra l’arte di William Morris, la tradizione popolare di una filastrocca inglese, la bravura poetica di Bruno Tognolini e le illustrazioni di Liz Catchpole.

La filastrocca The twelve days of Christmas è molto celebre in Inghilterra e qui la potete ascoltare in versione originale mentre sotto ve ne propongo il testo scritto:

On the first day of Christmas, my true love gave to me
A partridge in a pear tree

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On the second day of Christmas, my true love gave to me
Two turtle doves and a partridge in a pear tree

On the third day of Christmas, my true love gave to me three French hens
Two turtle doves and a partridge in a pear tree

On the fourth day of Christmas, my true love gave to me
Four calling birds, three French hens, two turtle doves
And a partridge in a pear tree

On the fifth day of Christmas, my true love gave to me
Five golden rings, four calling birds, three French hens
Two turtle doves and a partridge in a pear tree

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On the sixth day of Christmas, my true love gave to me
Six geese a-layin’, five golden rings, four calling birds
Three French hens, two turtle doves and a partridge in a pear tree

On the seventh day of Christmas, my true love gave to me
Seven swans a-swimmin’, six geese a-layin’, five golden rings
Four calling birds, three French hens, two turtle doves
And a partridge in a pear tree

On the eighth day of Christmas, my true love gave to me
Eight maids a-milkin’, seven swans a-swimmin’
Six geese a-layin’, five golden rings, four calling birds, three French hens
Two turtle doves and a partridge in a pear tree

On the ninth day of Christmas, my true love gave to me
Nine lords a-leapin’, eight maids a-milkin’, seven swans a-swimmin’
Six geese a-layin’, five golden rings, four calling birds, three French hens
Two turtle doves and a partridge in a pear tree

On the tenth day of Christmas, my true love gave to me
Ten ladies dancin’, nine lords a-leapin’, eight maids a-milkin’
Seven swans a-swimmin’, six geese a-layin’, five golden rings
Four calling birds, three French hens
Two turtle doves and a partridge in a pear tree

On the eleventh day of Christmas, my true love gave to me
Eleven pipers pipin’, ten ladies dancin’, nine lords a-leapin’
Eight maids a-milkin’, seven swans a-swimmin’
Six geese a-layin’, five golden rings, four calling birds, three French hens
Two turtle doves and a partridge in a pear tree

On the twelfth day of Christmas, my true love gave to me
Twelve drummers drummin’, eleven pipers pipin’, ten ladies dancin’
Nine lords a-leapin’, eight maids milkin’, seven swans a-swimmin’
Six geese a-layin’ five golden rings, four calling birds, three French hens
Two turtle doves and a partridge in a pear tree.

20181128d1

 

Presso il Victoria & Albert Museum di Londra è conservata una ricca collezione di opere di William Morris, che fu il pioniere del movimento Arts and Craft il cui intento, per altro riuscito, fu riformare le arti applicate. Liz Catchpole, illustratrice per bambini e Art Director della Penguin, ha selezionato alcuni motivi di Morris e da essi si è fatta ispirare per creare disegni che li accompagnassero, così che le immagini insieme, quelle di Morris e le sue, hanno ispirato e sostenuto il delizioso tessuto della versione poetica e un po’ nonsense che Bruno Tognolini ha fatto della canzone.

Le opere di Morris scelte per illustrare i dodici giorni della canzone sono le seguenti:
Primo giorno: St. James, (tappezzeria, 1881)
Secondo giorno: Colomba e Rosa (tessuto d’arredo, 1879)
Terzo giorno: Uccello (Tessuto d’arredo, 1877)
Quarto giorno: Ladro di fragole (tessuto d’arredo, 1883)
Quinto giorno: Girasole (Tappezzeria, 1879)
Sesto giorno: Frutta (tappezzeria, 1866)
Settimo giorno: Delphinium (tappezzeria, 1874)
Ottavo giorno: Ghianda (tappezzeria, 1879)
Nono giorno: Cray (tessuto d’arredo, 1884)
Decimo giorno: Fiori d’autunno (tappezzeria, 1888)
Undicesimo giorno: Centonchio (tappezzeria, 1876)
Dodicesimo giorno: Fritillaria (tessuto d’arredo, 1876)

Qui potete leggere direttamente dalle parole di Bruno Tognolini la nascita, la storia e il significato di quest’opera che è una vera festa per gli occhi e per il cuore, ma vi riporto un brano tratto dalla pagina che mi ha particolarmente colpita.
Il primo sogno che ha preso corpo è stato scartato: o meglio l’editore, per i motivi che presto dirò, mi ha chiesto di riprovare. Era il sogno della noia di un bambino in visita alla nonna, agli zii, a qualche altro anziano parente o amico di famiglia. Quelle ore – fossero pure decine di minuti, che ore parevano – passate in quei salotti, seduti su divani foderati da tessuti damascati, con quelle forme di foglie strane intrecciate e rami e serti, e se si era fortunati anche di uccelli, in cui gli occhi e le mani della noia si posavano e perdevano.

Ecco, io in quella noia di bambino mi sono ritrovata e mi son detta che se avessi avuto in mano un libro così, le ore sarebbe state minuti. (Però non dubitate che trovavo ugualmente di che distrarmi sui divani damascati, saccheggiando gli scaffali della libreria di turno, senza un briciolo di vergogna, resa ardita dalla voglia di fuggire).

Fiabe floreali

20180623

Autore: Louisa May Alcott
Traduttore: Claudio Mapelli
Editore: Elliot, 2016
Pagine: 125
Prezzo: euro 12,50

La scrittrice americana Louisa May Alcott nacque in Pennsilvanya a Germantown nel 1832 ed è divenuta nota in tutto il mondo per la serie di romanzi dedicati alle sorelle March da Piccole donne a Piccole donne crescono, da Piccoli uomini a I figli di Jo. Si fece conoscere e apprezzare anche da un pubblico adulto per una serie di romanzi impetuosi e sensazionalistici, che catturarono immediatamente la fantasia popolare, scritti sotto lo pseudonimo di A.M. Barnard quali Dietro la maschera e Un lungo, fatale inseguimento d’amore e ancora Il fantasma dell’abate o La tentazione di Maurice Treherne e Passione e tormento, mentre Un moderno Mefistofele, ascrivibile più al genere rosa, fu pubblicato in forma anonima e si ritiene che non sia opera sua.

Ma qui non voglio certo parlarvi delle celeberrime pagine dedicate alle sorelle March, bensì di un piccolo libro scritto da Alcott nel 1854 e pubblicato l’anno seguente, intitolato Fiabe floreali.

Si tratta di una breve raccolta di fiabe, una sorta di Decamerone per bambini, ambientato nel mondo delle fate e in cui l‘autrice immagina che in una notte estiva illuminata dalla luna la Regina delle Fate sieda all’ombra di una rosa selvatica presso  un fungo argenteo dove si svolge una festa, circondata dalle Damigelle d’Onore. Il popolo delle fate danza, al riparo da occhi umani, accompagnato dal suono delle campanule. La regina propone alle fate sue accompagnatrici di raccontare ciascuna una storia, perché la notte trascorra ancora più lietamente, e incarica Ciocca Luminosa, una piccola fata distesa tra le primule, di cominciare a narrare e la fatina sorridente narra la storia, raccontatale da una campanula, della fata Violetta che si offrì volontaria per recarsi quale messaggera nel regno del Re del Gelo e riuscì a sciogliere con l’amore il suo cuore ghiacciato. Dopo Ciocca Luminosa è la volta dell’elfo Ala d’Argento, il quale narra la meravigliosa avventura di una bambina, Eva, che ebbe la fortuna di essere invitata a conoscere il paese delle fate, a leggere le fiabe scritte sui petali dei fiori e a comprendere il linguaggio degli uccelli. È poi la volta della fata Scintilla di Stelle che, accompagnandosi con l’arpa, canta una canzone imparata dalle campanule in cui si racconta dell’umiltà che vince sempre sulla superbia. Dopo questo canto, molto apprezzato dagli Elfi perché amano in particolar modo la musica, è la fata Zefiro a narrare alla compagnia una storia raccontatale dalla brezza, fermatasi un momento a riposare, che parla delle avventure dell’elfo Lanugine di Cardo, vivace ed egoista, e della sua compagna fata Corolla di Giglio, dolce e generosa, che decisero di andare per il mondo in cerca di fortuna. Tocca quindi alla fata Occhio di Violetta deliziare gli ascoltatori con una storia udita da una primula un giorno in cui era seduta in un campo a intrecciare ghirlande e che narra di Gemma, una deliziosa fanciullina nata da un piccolo uovo bianco nel nido dell’uccello Peto Bruno e della sua compagna. Raggio di Luna e Brezza d’Estate, due fatine che hanno viaggiato molto, sono chiamate a turno dalla Regina a renderle tutti partecipi delle grandi meraviglie vedute. Comincia così Raggio di Luna, narrando una storia in cui si parla del sogno della piccola Annie che vuole diventare più buona, e segue poi Brezza d’Estate che depone il ventaglio di petalo di rosa e racconta la storia di Ricciolo d’Onda, uno spiritello dell’acqua che vive nelle profondità del mare e piange la morte dei naufraghi nelle tempeste e vuole raggiungere la lontana dimora degli Spiriti del Fuoco per ottenere la fiamma che possa restituire la vita a un bambino e cancellare così l’immenso dolore di sua madre.

Sulle ultime parole di Brezza d’Estate la luna tramonta, la festa finisce e le creature fatate si affrettano a tornare a casa mentre regna il silenzio della notte che svanisce, i fiori chiudono le corolle e la brezza cessa.

Si chiude così la raccolta di storie che l’autrice dedicò all’amica Elle Emerson. Sono fiabe delicate e vaporose, piene di dolcezza e di buoni sentimenti, che sembrano fatte apposta per regalare una pausa di serenità.

Louisa May Alcott morì a Boston nel 1888.

La stanza delle meraviglie

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Titolo: La stanza delle meraviglie
Titolo originale: Wonderstruck
Autore: Brian Selznick
Traduttore: Giuseppe Iacobaci
Editore: Mondadori, 2012
Pagine: 656
Età di lettura: 10-14 anni
Prezzo: 16 euro

A volte capita di leggere un libro e di vedere subito dopo il film che ne è stato tratto ed è ciò che ho fatto io in questi giorni , leggendo il romanzo per ragazzi La stanza delle meraviglie di Brian Selznick e andando al cinema a vedere l’omonimo film di Todd Haynes, per il quale lo stesso Selznick ha scritto la sceneggiatura.

Andiamo con ordine.

Se conoscete Brian Selznick, conoscete anche il suo amore per la narrazione attraverso le immagini e l’incantevole minuzia con cui le realizza, pensate un po’ a Hugo Cabret, anche in questo caso reso magnificamente al cinema da Martin Scorsese nel 2011.

Anche qui siamo di fronte a un libro di notevoli dimensioni, oltre seicento pagine che però scorrono tra le dita con ammaliante rapidità.

I protagonisti sono due ragazzini, Ben che vive nel Minnesota nel 1977, precisamente sul lago Gunflint, e Rose, che vive a Hoboken, New Jersey, nel 1927.

Che cosa hanno in comune Ben e Rose?

Entrambi sono sordi, Ben lo è diventato a causa di un fulmine che lo ha colpito attraverso la cornetta del telefono durante un violento temporale notturno. Rose è sordomuta dalla nascita.

Entrambi cercano una parte della loro identità. Ben fantastica sulla misteriosa figura del padre, di cui la madre Elaine non ha mai voluto parlargli, e nel momento più difficile della sua vita decide di partire per New York alla sua ricerca, guidato solo dalla labile traccia di un vecchio segnalibro della libreria Kinkade con una dedica a sua madre da parte di di un certo Danny. Rose vive in una bella casa con un padre autoritario e colleziona foto e ritagli di giornale sulla bellissima diva del muto Lillian Mayhew e decide di scappare a New York per cercarla quando il padre le impone lo studio della lingua dei segni.

La storia di Ben è raccontata a parole, quella di Rose è narrata solo attraverso i disegni, come se l’autore volesse condurci per mano nel suo mondo silenzioso e in bianco e nero.

Più si procede con la storia, più è evidente che in qualche modo, sia pure a cinquant’anni di distanza l’uno dall’altra, Ben e Rose sono destinati a incontrarsi e Selznick guida a piccoli passi i suoi lettori verso questo scioglimento lanciando qua e là segnali.

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La versione cinematografica di Haynes è molto fedele al libro, grazie sicuramente anche alla sceneggiatura realizzata dallo stesso autore, come vi ho anticipato, e gioca sul contrasto tra il mondo colorato degli anni Settanta di ben e quello in bianco e nero degli anni Venti di Rose, ma anche sui punti in comune tra i due mondi, sui medesimi luoghi che i due protagonisti visitano.

Non è possibile parlare più diffusamente della trama sia del libro che del film senza togliere al lettore e allo spettatore il gusto della graduale scoperta del segreto, chiamiamolo così, che lega Ben e Rose e che viene disvelato pian piano, conducendoci per mano a piccoli passi in un continuo e fluido passaggio dalla New York degli anni Settanta a quella degli anni Venti.

In conclusione, leggete il libro e poi andate a vedere il film per immergervi nel mondo silenzioso di Ben e Rose e scoprire con loro anche l’ importanza che abbia nell’economia della storia la straordinaria invenzione che è sta la stanza delle meraviglie, l’antenato dei musei come li conosciamo ora.

Qui il trailer del film

Siamo in guerra e nessuno me lo dice

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Titolo: Siamo in guerra e nessuno me lo dice
Autore: Lia Levi
Illustratore: Desideria Guicciardini
Editore: Mondadori – I sassolini a colori
Pagine: 45
Età di lettura: 6 anni
Prezzo: euro 7,00

In questi giorni non è possibile guadare il telegiornale senza provare una fortissima stretta al cuore alle immagini di dolore e di paura che giungono dalla Siria, da luoghi sconvolti da una guerra che sembra infinita e nella quale i bambini stanno pagando un prezzo troppo alto.

Io credo nel caso e ho ritenuto un segno il fatto che l’altro giorno questo piccolo libro sia caduto mentre passavo accanto alla libreria nella quale ci sono i libri per bambini e ragazzi.

Che contrasto con le violente e crude immagini del telegiornale.

In questa delicata storia di Lia Levi, scritta per i più piccini, il 10 giugno 1940 tre sorelline si trovano nella loro casa di Torino, vicina ai giardini pubblici di piazza Carlo Felice e alla stazione di Porta Nuova, con la sola compagnia di Mariuccia, la ragazza che tengono a servizio, perché i genitori sono andati in Liguria a cercare un posto per la villeggiatura oramai prossima.

Le sorelline ascoltano insieme con gli altri adulti il discorso di Mussolini da Roma attraverso gli altoparlanti collocati nel giardino pubblico, ma non capiscono nulla, troppe parole difficili. Vedono solo l’esultanza degli adulti presenti che spiegano loro che l’Italia è entrata in guerra contro i francesi e gli inglesi.

Scortate dalla domestica, le tre bambine tornano a casa senza pensieri perché, per quanto ne sanno, “la guerra era più o meno fatta da soldati che si sparavano da due parti diverse in qualche sperduta pianura o su per le montagne, e perciò ci riguardava fino a un certo punto.”

Ciò che le bambine ancora non sanno è che la guerra arriverà a casa loro la sera stessa, con gli aerei dalla Francia.

È tardi, è ora di dormire, ma all’improvviso si sentono scoppi fortissimi, rumore di cose che vanno in pezzi e colpi ripetuti mentre dalle finestre della loro cameretta si vedono delle fiamme.

La gente si riversa urlando per le strade, le persone si gridano l’una con l’altra di correre nei rifugi, ma Mariuccia e le bambine non hanno idea di che cosa fare. La guerra già arrivata? I rifugi?

Di fronte allo sgomento delle bambine, Mariuccia ha un’idea. “Non sono mica bombe queste! – ci aveva detto, sforzandosi fino quasi a fingere di ridere – Sono le prove, le esercitazioni per insegnare come comportarci quando la guerra comincerà davvero… Gli scoppi con le luci sono i fuochi artificiali, proprio uguali a quelli di Capodanno!

Mariuccia è stata brava, è riuscita a tranquillizzare le bambine, ma una di loro ha capito che non si tratta di una finzione, è tutto vero e vicino.

Con parole semplici e chiare Lia Levi racconta la guerra ai più piccoli e io non posso far altro che pensare alla Siria, al distretto di Ghouta, alle strade di Duma e Zamalka e di tutte quelle altre località nelle quali nessuno può dire ai bambini e ai ragazzi siriani che si tratta di fuochi d’artificio.

La favola di Natale

 

Titolo: La favola di Natale
Autore e Illustratore: Giovannino Guareschi
Editore: BUR, 2004
Pagine: 107
Prezzo: euro 9,00
Età di lettura: per tutti

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C’era una volta un bambino che si chiamava Albertino il quale aveva un papà lontano, in un campo di prigionia. Il suo papà gli mancava tanto e decise di recitare la poesia di Natale davanti alla sua sedia vuota. La Poesia approfittò di una folata di vento per uscire dalla finestra e farsi trasportare fino al luogo in cui si trova il papà di Albertino, ma il Vento la lascia alla frontiera e alla Poesia non rimane altro che incamminarsi verso il confine, ma fallisce il compito, non riesci a entrare nel campo di prigionia e dovette tristemente tornare verso casa, con l’aiuto di Babbo Natale. Che fece allora Albertino? Non si perse d’animo e quella notte, la notte della vigilia, par con la nonna, il cane Flik e una lucciola a fargli strada con il suo lumicino. Grazie a una locomotiva giunsero fino a un ponte, ma lì la locomotiva si fermò perché il ponte era stato fatto saltare, e una gallina padovana indicò loro la strada per giungere, dopo millequattrocentonovanta passi, in un bosco abitato da tante creature, sia buone che cattive.

Non vi dico altro, se non che il lungo viaggio di Albertino per raggiungere il suo papà è pieno di sogni, di paura e di poesia.

Questa emozionante favola fu scritta da Giovanni Guareschi e letta ai compagni di prigionia in un campo del nord ovest della Germania la vigilia di natale del 1944 ed è un po’ la loro storia, la storia di uomini che trovarono in fondo ai loro cuori la forza per resistere e sperare nel ritorno anche grazie a questa favola.

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Guareschi ebbe modo di raccontare che le muse ispiratrici di questa storia furono Freddo, Fame e Nostalgia e che la scrisse rannicchiato nella cuccetta inferiore di un letto a castello a due posti. Sopra di lui il compagno di prigionia Coppola fabbricava musica e Guareschi disse: “Io mandavo su da Coppola versi di canzoni nudi e infreddoliti, e Coppola me li rimandava giù rivestiti di musica soffice e calda come lana d’angora.”

Tra gli ufficiali prigionieri ve n’erano alcuni che si erano dedicati alla musica e al canto, sia da professionisti che da dilettanti, e qualcuno era riuscito a salvare e a conservare il proprio strumenti mentre altri vennero generosamente dati in prestito dai confinanti prigionieri francesi.

Coppola aveva scritto le musiche e mise insieme l’orchestra, il coro e i cantanti. Tutti soffrivano per il freddo e per la fame, ma la sera della vigilia, nella squallida baracca che fungeva da teatro, Guareschi lesse ai compagni di prigionia la favola che aveva scritto, mentre l’orchestra il coro e i cantanti la commentarono “egregiamente” come disse l’autore, e ci fu persino un rumorista per sottolineare i passaggi più movimentati.

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È importante evidenziare la vis polemica di questa fiaba, che se ai bambini può passare inosservata, per la fantasmagoria di vicende e di personaggi, non sfugge di certo agli adulti, grazie anche alla forza delle illustrazioni e l’autore stesso avvertiva: “I personaggi di questo racconto sono tutti veri e i fatti in esso accennati hanno tutti un preciso riferimento con la realtà. La realtà era tutt’intorno a noi, e io la vedevo seduta a tre metri da me, in prima fila, vestita da Dolmetscher (interprete): e quando il rumorista-imitatore cantava con voce roca la canzoncina delle tre Cornacchie e il poliziotto di servizio sghignazzava divertito, io morivo dalla voglia di dirgli che non c’era niente da ridere: ‘Guardi, signore, che quella cornacchia è lei’.”

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Con questa favola vi mando i miei più cordiali auguri di ogni bene e di tanta serenità.

Buon Natale!

 

Il fiato dei draghi

20170828

Autore: Antonia S. Byatt

Titolo: Il fiato dei draghi e altre favole

Traduttori: Anna Nadotti e Fausto Galuzzi

Editore: Il Melangolo

Pagine: 103

 

Ho trovato questo libriccino su una bancarella di libri usati a Milano e non me lo sono lasciato sfuggire, come sempre mi capita quando mi imbatto in produzioni per bambini e per ragazzi di un autore che solitamente scrive per un pubblico adulto.

Le fiabe che compongono questa piccola ma preziosa raccolta sono quattro: Lo scrigno di vetro, La storia di Gode, La storia di una principessa primogenita e appunto Il fiato dei draghi.

Va detto subito che si tratta di piccole storie preziose e adatte a un pubblico di lettori già un poco più grandi per le peculiari doti di ironia e per la capacità dell’autrice di farli accostare a un mondo sì fiabesco che in apparenza è piuttosto convenzionale, ma che in realtà li pone di fronte a momenti di incertezza e di imprevedibilità.

Tutte e quattro le vicende partono da presupposti innegabilmente fiabeschi nei quali in apparenza tutto è già scritto e appare destinato a muoversi secondo schemi prestabiliti e immutabili.

In realtà i protagonisti di queste fiabe per mano della loro autrice sparigliano sotto i nostri occhi i piccoli universi in cui vivono, universi governati da precise regole alle quali il buonsenso e l’esperienza di altri suggerirebbero di non disubbidire mai, a rischio di trovarsi proiettati in un’esperienza che per molti versi potrebbe rivelarsi pericolosa o addirittura tragica.

Lo scrigno di vetro ha per protagonista un piccolo sarto, abile e onesto, che è profondamente ottimista e certo di procacciarsi un lavoro con la propria abilità. Come ricompensa per il buon lavoro fatto e la gentilezza mostrata agli abitanti della casa che lo ha accolto, il piccolo sarto ha la possibilità di scegliere fra tre doni e qui l’estro dell’artista ha la meglio sul buonsenso perché il primo dono è una borsa, che si suppone non resti mai vuota, il secondo una casseruola che di certo provvederebbe a fornire buoni pasti, ma il terzo è una meravigliosa chiave di cristallo, di finissima fattura, ma in apparenza inutile in sé per la propria delicatezza, eppure la sua bellezza e la curiosità del sarto hanno la meglio sulla scelta del dono e da questa scelta scaturirà l’avventura da vivere, la prova da superare. In realtà questo racconto fa parte del romanzo Possessione apparendovi come una creazione di uno dei personaggi, l’immaginaria poetessa vittoriana Christabel LaMotte.

La storia di Gode è a mio avviso la più cruda perché nasce come una lieve fiaba in cui un bel marinaio forte e dagli occhi chiari, abilissimo nella danza, è ammirato e desiderato da tutte le fanciulle del villaggio, compressa la bella e altezzosa figlia del mugnaio, che non vuole darlo a vedere. Quel gioco di sguardi però non sfugge al bel marinaio, che le porta in dono un prezioso nastro di seta dai colori dell’arcobaleno; lei non vuole mostrare quanto lo gradisca e ferisce l’orgoglio del marinaio chiedendo il prezzo del nastro così il si vendica legandola a sé con una richiesta che si rivelerà poi una terribile maledizione per entrambi.

La storia della principessa primogenita ha come protagoniste tre sorelle regali, la cui nascita fu contraddistinta da diversi aspetti del cielo nel suo turchino più affascinante, ma destinato a scomparire e ad essere sostituito da un colore verde che inizialmente incuriosisce e attrae il popolo, ma poi lentamente lo inquieta fino a farne incolpare niente meno che la famiglia reale. Viene così deciso che la figlia primogenita parta alla ricerca dell’azzurro del cielo, ma la giovane, più lettrice che viaggiatrice, ben rammenta tante storie in cui il primogenito fallisce e deve attendere di essere salvato o liberato da uno degli altri fratelli. Questo non sarà il suo destino, ne è certa, e farà il possibile per evitarlo.

Il fiato dei draghi ci trasporta in un bel villaggio adagiato in una valle circondata dalle montagne, accanto a un lago le cui acque cristalline si fanno più scure man mano che ci si allontana dalle rive. I genitori del villaggio sono soliti raccontare ai figli, per spaventarli benevolmente, storie cupe della calata dei draghi, ma i protagonisti della fiaba temono una cosa sopra ogni altra: la noia. E quando nel villaggio si manifestano inquietanti segni di oscure presenze, gli abitanti non si preoccupano più di tanto perché queste strane creature striscianti non hanno nulla della maestosità dei draghi fiammeggianti dipinti nelle chiese. Ma le creature avanzano e costringono gli abitanti a una fuga precipitosa, eppure la noia continua a prevalere e a fatica riusciranno a liberarsene, ma ce la faranno.

E come si legge nell’interessante prefazione dei traduttori: “Le fiabe di Antonia S. Byatt sono innanzitutto un tributo all’arte del raccontare, incursioni nel territorio del fantastico che rinunciano alle soluzioni epiche senza ripiegare nell’introspezione. I suoi personaggi non sono niente di più (e invero niente di meno) di abili sarti o guardiani di porci, le protagoniste – come sempre in Byatt le più decise a scardinare i destini dell’intreccio – sono tessitrici che sognano di viaggiare per il mondo o principesse primogenite poco propense ad accettare un convenzionale fallimento per propiziare il successo delle sorelle minori… i personaggi femminili, soprattutto, conquistano l’autonomia pagando consapevolmente il prezzo della scelta di una storia propria e della rinuncia ai rassicuranti destini che la fiaba classica riserva alle fanciulle obbedienti.

Insomma, una lettura fuori degli schemi e per molti versi illuminante, per lettori giovani, ma anche meno giovani, che non abbiano paura di andare oltre gli stereotipi.

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