Poirot e la strage degli innocenti

Quando ho letto di questa iniziativa nel blog Liberi di scrivere, le mie “celluline grigie” hanno incominciato subito a pensare che collegamento ci potesse essere tra l’investigatore privato, nato dalla penna di Agatha Christie nel 1920 con il giallo Poirot a Styles Court, e il mio blog dedicato ai giovani lettori e alla letteratura per ragazzi.

Ovviamente i gialli di Agatha Christie non rientrano nel genere, ma la mia scelta è caduta su uno nel quale Hercule Poirot ha modo di confrontarsi con degli adolescenti, un paio purtroppo defunti e altri vivi e vegeti e ben in possesso delle loro giovani facoltà sebbene ancora in fieri. Poiché il tema del giallo è l’uccisione di una ragazzina e viene affrontato un argomento delicato come quello della psicologia degli adolescenti, questo libro si differenzia dagli altri gialli di Agatha Christie e la critica non lo ritiene una delle sue opere più riuscite.

Il giallo in questione s’intitola Poirot e la strage degli innocenti, fu pubblicato in Italia nel 1969 ed è uno degli ultimi in cui compare l’investigatore, prima della sua definitiva scomparsa nel libro Sipario – L’ultima avventura di Poirot del 1975.

Chi è Hercule Poirot? È un ex ispettore di polizia belga e della sua vita si sa ben poco. Dopo essersi ritirato dalla carica di ispettore nel 1916, Poirot fa la sua comparsa in Inghilterra come rifugiato e inizia una brillante e lunga carriera di investigatore privato, riprendendo i contatti con il fido amico di vecchia data, capitano Arthur Hastings. Che aspetto ha Poirot? È un ometto non molto alto e grassoccio, dalla buffa testa ovale con pochi capelli e un viso nobilitato da un gran paio di baffi che sono il suo segno caratteristico. È estremamente elegante e raffinato, al punto di sopportare di soffrire il mal di piedi per ostinarsi a calzare eleganti scarpe di vernice benché siano del tutto inadatte alle lunghe camminate che affronta nell’immaginario villaggio di Woodleigh Common in cui è ambientata la vicenda del giallo in questione.

“Potrebbe suggerirmi un rimedio per i miei poveri piedi?” disse Poirot.

“Uno? Ma dozzine, dozzine. Comunque, perché non comprate delle scarpe comode?”

“Perché a me è sempre piaciuta l’eleganza raffinata, Madame.”

“Bene, allora continuate a portare quelle scarpe strette e soffrite in silenzio.” ribatté la signora Oliver.

Adora la buona cucina, da raffinato buongustaio quale è, e il suo fiuto leggendario gli permette di risolvere i casi più complessi e intricati grazie alle doti di ordine e razionalità che lo contraddistinguono. Ordine e razionalità che si riflettono anche nella sua casa londinese al  56B  di Whitehaven Mansions in Charterhouse Square a  Smithfield, località del quartiere di Farringdon Without nella zona nord-ovest di Londra famosa per il suo mercato.

Veniamo adesso alla trama del libro, ve la riporto dalla quarta di copertina: “A Woodleigh Common, in occasione della suggestiva ricorrenza di Halloween, è in pieno svolgimento una festa per ragazzi. Tutto si svolge nel più tradizionale dei modi, tra giochi e allegria, finché viene fatta una scoperta agghiacciante: Joyce, una delle ragazze invitate, è stata assassinata. La scrittrice di gialli Ariadne Oliver, presente al ricevimento, si precipita dall’amico Poirot e lo convince a interessarsi del caso: Joyce, infatti, poco prima della morte, si era vantata di aver assistito a un omicidio, ma nessuno le aveva creduto. Possibile che invece la ragazza, conosciuta per essere una gran bugiarda, avesse detto la verità, e che per questo motivo il colpevole le abbia tappato la bocca per sempre? Raccogliendo meticolosamente ogni indizio, ma soprattutto grazie a un’acuta analisi psicologica delle persone coinvolte, anche in questa occasione Hercule Poirot riuscirà a risolvere l’intricato rompicapo… Scritto nel 1969, Poirot e la strage degli innocenti unisce un lieve velo di magia a un solido intreccio poliziesco.”

Il villaggio di Woodleigh Common è immaginario, ma è l’archetipo dei villaggi inglesi: piccolo, pittoresco, un luogo in cui tutti si conoscono e nel bene e nel male sanno tutto gli uni degli altri, vi viene accuratamente e abilmente ricreata la tipica atmosfera placida  e sonnacchiosa di un villaggio inglese nel quale però un evento drammatico irrompa a turbare la superficiale serenità del luogo, un evento assurdo come l’omicidio di una ragazzina, ed ecco che la sapiente penna della Christie fa in modo che un po’ tutti, dai personaggi principali alle comparse, abbiano qualche pecca segreta e possano persino sembrare in qualche modo trarre una sorta di vantaggio personale dall’occultamento parziale o totale della verità; a Woodleigh Common le persone nuove vengono tenute d’occhio discretamente perché viste un po’ come un elemento perturbante della piccola società. È il caso di alcuni dei personaggi del libro come Rowena Drake, bella e ricca vedova che ha aperto la sua splendida casa “Il Meleto” per organizzare la festa di Halloween per alcuni ragazzi e ragazze del posto, che lei preferisce chiamare “Festa dell’Undici Più” per definire il gruppo dei partecipanti, o Micheal Garfield, l’affascinante artista giardiniere che ha creato un giardino, tanto bello quanto conturbante, secondo Poirot, che era il sogno della defunta e ricchissima signora Lewellyn-Smithe, proprietaria di una grande casa vittoriana denominata Quarry House, morta improvvisamente dopo essersi riavvicinata ai Drake, in quanto il marito di Rowena era suo nipote.

Fulcro della vicenda è l’affermazione della giovane Joyce Reynold, una delle partecipanti alla festa, di essersi rammentata di aver assistito a un omicidio anni prima, cosa di cui si è resa conto solo in quel momento. Nessuno le crede perché Joyce è conosciuta in tutto il villaggio per essere una notoria bugiarda. Alla festa partecipa anche Ariadne Oliver, famosa scrittrice di gialli, che si presta di buon grado a collaborare ai preparativi con altre signore del villaggio. È proprio mentre fervono i preparativi, che la tredicenne Joyce Reynolds, egocentrica ed esibizionista, confida ad Ariadne di aver visto un omicidio, diventando il bersaglio delle canzonature da parte degli altri giovani ospiti. La festa si svolge nel migliore dei modi, ma al termine dell’evento si scopre che Joyce è scomparsa. Il mistero dura poco, la ragazzina viene rinvenuta morta in biblioteca, affogata nella tinozza delle mele che era servita per un gioco durante la festa.

Strappato agli agi della sua casa londinese dall’accorato appello dell’amica Ariadne, ospite di Judith Butler, che vive nel villaggio con la figlia Miranda, per dipanare la matassa del caso Poirot può contare sull’aiuto del sovrintendente di Scotland Yard in pensione Spence e anche di Elspeth, la sorella con cui vive nella piccola residenza detta “Cima dei Pini”, fine conoscitrice degli abitanti del villaggio.

In questo giallo predominano le sottili analisi psicologiche dei personaggi, sia presenti e in azione che protagonisti di eventi drammatici anche lontani nel tempo, ma che sembrano in qualche modo collegarsi gli uni agli altri; e non mancano depistaggi, o più o meno voluti, e falsi indizi tra i quali districarsi prima di giungere allo scioglimento finale. Attraverso le parole e le azioni dei suoi personaggi, la Christie ci fa conoscere il suo punto di vista sui ragazzi dell’epoca, che ritiene siano a volte troppo lasciati in balia di se stessi da parte di genitori distratti, al punto di emanciparsi troppo presto. I giovani protagonisti del giallo vengono tratteggiati con delicatezza e competenza, dalla piccola bugiarda Joyce alla saggia e sognante Miranda, che avrà un ruolo rilevante nella vicenda, dai giovani studenti Desmond Holland e Nicholas Ransome ai fratelli di Joyce, Ann e Leopold, il quale farà a sua volta una brutta fine.

“Poirot e la strage degli innocenti” nel complesso è una vicenda in cui Poirot può dipanare tutto il proprio acume e al lettore vengono serviti qua e là piccoli indizi che portano alla soluzione, a mio avviso inattesa (io non avevo proprio sospettato nulla, ma non faccio testo, raramente scopro il colpevole prima del termine del libro) e i personaggi sono pennellati con sapienza e con acume.

Un grande protagonista inanimato del giallo è l’inquietante giardino che Michael Garfiled ha letteralmente strappato alla roccia per dare vita al sogno della signora Lewellyn-Smithe e che tanta parte avrà nella vicenda e tanta importanza per il bel personaggio di Miranda, la ragazzina saggia e innocente che funge un po’ da nume tutelare per Poirot, che non nasconde la sua ammirazione per lei, e che rischia di finire male nel modo più impensabile. Più in generale l’approccio di Poirot verso i giovani protagonisti della vicenda è rispettoso delle loro capacità e della loro personalità.

Poirot e la strage degli innocenti” ha avuto anche una versione televisiva nel 2009, ne fu regista Charles Palmer e i ruoli di Poirot e di Ariadne furono ricoperti da David Suchet e da Zoe Wanamaker. L’episodio faceva parte della dodicesima stagione di Poirot e, a differenza del libro che, come abbiamo visto, è degli anni Sessanta, fu ambientato nel 1936.

Le sorelle Bronte

Titolo: Le sorelle Bronte
Autrice e illustratrice: Manuela Santoni
Editore: Becco Giallo, ottobre 2018
Pagine: 200, bn
Prezzo: euro 17,00
ISBN: 9788833140261

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“In un’epoca vittoriana artificiosa e opaca, nella campagna inglese di metà Ottocento, Charlotte, Emily e Anne – con un padre ormai anziano e un fratello dedito al bere – si ritrovano a far fronte da sole alle sorti economiche della famiglia Brontë. E lo fanno a modo loro: superando con orgoglio e con coraggio le difficoltà e i primi fallimenti, e trasformando il loro talento creativo e la passione per la scrittura in una fonte primaria di sostentamento, per poter vivere finalmente una vita intensa, in piena libertà.”

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Queste parole sono sulla quarta di copertina della graphic novel di Manuela Santoni di cui voglio parlarvi oggi e esprimono molto bene il senso della storia scritta e illustrata dall’autrice.

Appena apriamo il libro, ci troviamo in medias res, con le baruffe tra sorelle perché Charlotte ha osato frugare tra le carte di Emily, con Anne che cerca dolcemente di mediare, le reciproche accuse, prima fra tutte quella di Emily a Charlotte di avere perso la testa dopo il ritorno dal Belgio e la faccenda spinosa del professor Heger, e con il comportamento sempre più irresponsabile e distruttivo di Branwell, che ha perso l’impiego di istitutore a causa della storia clandestina con la moglie del suo datore di lavoro.

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I tratti nervosi e spigolosi del disegno dell’autrice esprimono in modo perfetto la tensione che serpeggia in queste vite costrette nel cupo paese di Haworth nello Yorkshire, battuto dai venti, circondate dalle tombe del cimitero stretto tra la canonica e la chiesa, con la sola libertà che regala loro l’immensa brughiera spazzata dai venti.

Non c’è proprio nulla di romantico in queste pagine, che vibrano dei cuori potenti delle sorelle e della loro storia raccontata in modo scabro, senza nulla concedere alla debolezza proprio come vissero loro.

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È un libro che ritengo gli adolescenti apprezzeranno molto, anche se l’ho apprezzato molto anche io che un ragazzina non sono più, proprio per le dirompenti passioni e per i disegni incisivi che trasportano nelle cupe atmosfere di vite brevi, ma intense, vissute fino all’ultimo battito e all’ultimo respiro.

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Qui il sito dell’autrice.

Buona lettura.

Il vero amore dei dodici sofà

Titolo originale: The twelve days of Christmas
Titolo italiano: Il vero amore dei dodici sofà
Opere selezionate: William Morris
Versione poetica: Bruno Tognolini
Illustrazioni: Liz Catchpole
Editore: Salani, novembre 2018
Pagine: 64
Prezzo: euro 24,50
Età di lettura: per tutti

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I miei venticinque lettori conoscono le mie passioni, quindi non si stupiranno di trovare qui questo magnifico libro il cui arrivo aspettavo con trepidazione.
Si tratta del riuscito connubio tra l’arte di William Morris, la tradizione popolare di una filastrocca inglese, la bravura poetica di Bruno Tognolini e le illustrazioni di Liz Catchpole.

La filastrocca The twelve days of Christmas è molto celebre in Inghilterra e qui la potete ascoltare in versione originale mentre sotto ve ne propongo il testo scritto:

On the first day of Christmas, my true love gave to me
A partridge in a pear tree

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On the second day of Christmas, my true love gave to me
Two turtle doves and a partridge in a pear tree

On the third day of Christmas, my true love gave to me three French hens
Two turtle doves and a partridge in a pear tree

On the fourth day of Christmas, my true love gave to me
Four calling birds, three French hens, two turtle doves
And a partridge in a pear tree

On the fifth day of Christmas, my true love gave to me
Five golden rings, four calling birds, three French hens
Two turtle doves and a partridge in a pear tree

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On the sixth day of Christmas, my true love gave to me
Six geese a-layin’, five golden rings, four calling birds
Three French hens, two turtle doves and a partridge in a pear tree

On the seventh day of Christmas, my true love gave to me
Seven swans a-swimmin’, six geese a-layin’, five golden rings
Four calling birds, three French hens, two turtle doves
And a partridge in a pear tree

On the eighth day of Christmas, my true love gave to me
Eight maids a-milkin’, seven swans a-swimmin’
Six geese a-layin’, five golden rings, four calling birds, three French hens
Two turtle doves and a partridge in a pear tree

On the ninth day of Christmas, my true love gave to me
Nine lords a-leapin’, eight maids a-milkin’, seven swans a-swimmin’
Six geese a-layin’, five golden rings, four calling birds, three French hens
Two turtle doves and a partridge in a pear tree

On the tenth day of Christmas, my true love gave to me
Ten ladies dancin’, nine lords a-leapin’, eight maids a-milkin’
Seven swans a-swimmin’, six geese a-layin’, five golden rings
Four calling birds, three French hens
Two turtle doves and a partridge in a pear tree

On the eleventh day of Christmas, my true love gave to me
Eleven pipers pipin’, ten ladies dancin’, nine lords a-leapin’
Eight maids a-milkin’, seven swans a-swimmin’
Six geese a-layin’, five golden rings, four calling birds, three French hens
Two turtle doves and a partridge in a pear tree

On the twelfth day of Christmas, my true love gave to me
Twelve drummers drummin’, eleven pipers pipin’, ten ladies dancin’
Nine lords a-leapin’, eight maids milkin’, seven swans a-swimmin’
Six geese a-layin’ five golden rings, four calling birds, three French hens
Two turtle doves and a partridge in a pear tree.

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Presso il Victoria & Albert Museum di Londra è conservata una ricca collezione di opere di William Morris, che fu il pioniere del movimento Arts and Craft il cui intento, per altro riuscito, fu riformare le arti applicate. Liz Catchpole, illustratrice per bambini e Art Director della Penguin, ha selezionato alcuni motivi di Morris e da essi si è fatta ispirare per creare disegni che li accompagnassero, così che le immagini insieme, quelle di Morris e le sue, hanno ispirato e sostenuto il delizioso tessuto della versione poetica e un po’ nonsense che Bruno Tognolini ha fatto della canzone.

Le opere di Morris scelte per illustrare i dodici giorni della canzone sono le seguenti:
Primo giorno: St. James, (tappezzeria, 1881)
Secondo giorno: Colomba e Rosa (tessuto d’arredo, 1879)
Terzo giorno: Uccello (Tessuto d’arredo, 1877)
Quarto giorno: Ladro di fragole (tessuto d’arredo, 1883)
Quinto giorno: Girasole (Tappezzeria, 1879)
Sesto giorno: Frutta (tappezzeria, 1866)
Settimo giorno: Delphinium (tappezzeria, 1874)
Ottavo giorno: Ghianda (tappezzeria, 1879)
Nono giorno: Cray (tessuto d’arredo, 1884)
Decimo giorno: Fiori d’autunno (tappezzeria, 1888)
Undicesimo giorno: Centonchio (tappezzeria, 1876)
Dodicesimo giorno: Fritillaria (tessuto d’arredo, 1876)

Qui potete leggere direttamente dalle parole di Bruno Tognolini la nascita, la storia e il significato di quest’opera che è una vera festa per gli occhi e per il cuore, ma vi riporto un brano tratto dalla pagina che mi ha particolarmente colpita.
Il primo sogno che ha preso corpo è stato scartato: o meglio l’editore, per i motivi che presto dirò, mi ha chiesto di riprovare. Era il sogno della noia di un bambino in visita alla nonna, agli zii, a qualche altro anziano parente o amico di famiglia. Quelle ore – fossero pure decine di minuti, che ore parevano – passate in quei salotti, seduti su divani foderati da tessuti damascati, con quelle forme di foglie strane intrecciate e rami e serti, e se si era fortunati anche di uccelli, in cui gli occhi e le mani della noia si posavano e perdevano.

Ecco, io in quella noia di bambino mi sono ritrovata e mi son detta che se avessi avuto in mano un libro così, le ore sarebbe state minuti. (Però non dubitate che trovavo ugualmente di che distrarmi sui divani damascati, saccheggiando gli scaffali della libreria di turno, senza un briciolo di vergogna, resa ardita dalla voglia di fuggire).

Fiabe floreali

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Autore: Louisa May Alcott
Traduttore: Claudio Mapelli
Editore: Elliot, 2016
Pagine: 125
Prezzo: euro 12,50

La scrittrice americana Louisa May Alcott nacque in Pennsilvanya a Germantown nel 1832 ed è divenuta nota in tutto il mondo per la serie di romanzi dedicati alle sorelle March da Piccole donne a Piccole donne crescono, da Piccoli uomini a I figli di Jo. Si fece conoscere e apprezzare anche da un pubblico adulto per una serie di romanzi impetuosi e sensazionalistici, che catturarono immediatamente la fantasia popolare, scritti sotto lo pseudonimo di A.M. Barnard quali Dietro la maschera e Un lungo, fatale inseguimento d’amore e ancora Il fantasma dell’abate o La tentazione di Maurice Treherne e Passione e tormento, mentre Un moderno Mefistofele, ascrivibile più al genere rosa, fu pubblicato in forma anonima e si ritiene che non sia opera sua.

Ma qui non voglio certo parlarvi delle celeberrime pagine dedicate alle sorelle March, bensì di un piccolo libro scritto da Alcott nel 1854 e pubblicato l’anno seguente, intitolato Fiabe floreali.

Si tratta di una breve raccolta di fiabe, una sorta di Decamerone per bambini, ambientato nel mondo delle fate e in cui l‘autrice immagina che in una notte estiva illuminata dalla luna la Regina delle Fate sieda all’ombra di una rosa selvatica presso  un fungo argenteo dove si svolge una festa, circondata dalle Damigelle d’Onore. Il popolo delle fate danza, al riparo da occhi umani, accompagnato dal suono delle campanule. La regina propone alle fate sue accompagnatrici di raccontare ciascuna una storia, perché la notte trascorra ancora più lietamente, e incarica Ciocca Luminosa, una piccola fata distesa tra le primule, di cominciare a narrare e la fatina sorridente narra la storia, raccontatale da una campanula, della fata Violetta che si offrì volontaria per recarsi quale messaggera nel regno del Re del Gelo e riuscì a sciogliere con l’amore il suo cuore ghiacciato. Dopo Ciocca Luminosa è la volta dell’elfo Ala d’Argento, il quale narra la meravigliosa avventura di una bambina, Eva, che ebbe la fortuna di essere invitata a conoscere il paese delle fate, a leggere le fiabe scritte sui petali dei fiori e a comprendere il linguaggio degli uccelli. È poi la volta della fata Scintilla di Stelle che, accompagnandosi con l’arpa, canta una canzone imparata dalle campanule in cui si racconta dell’umiltà che vince sempre sulla superbia. Dopo questo canto, molto apprezzato dagli Elfi perché amano in particolar modo la musica, è la fata Zefiro a narrare alla compagnia una storia raccontatale dalla brezza, fermatasi un momento a riposare, che parla delle avventure dell’elfo Lanugine di Cardo, vivace ed egoista, e della sua compagna fata Corolla di Giglio, dolce e generosa, che decisero di andare per il mondo in cerca di fortuna. Tocca quindi alla fata Occhio di Violetta deliziare gli ascoltatori con una storia udita da una primula un giorno in cui era seduta in un campo a intrecciare ghirlande e che narra di Gemma, una deliziosa fanciullina nata da un piccolo uovo bianco nel nido dell’uccello Peto Bruno e della sua compagna. Raggio di Luna e Brezza d’Estate, due fatine che hanno viaggiato molto, sono chiamate a turno dalla Regina a renderle tutti partecipi delle grandi meraviglie vedute. Comincia così Raggio di Luna, narrando una storia in cui si parla del sogno della piccola Annie che vuole diventare più buona, e segue poi Brezza d’Estate che depone il ventaglio di petalo di rosa e racconta la storia di Ricciolo d’Onda, uno spiritello dell’acqua che vive nelle profondità del mare e piange la morte dei naufraghi nelle tempeste e vuole raggiungere la lontana dimora degli Spiriti del Fuoco per ottenere la fiamma che possa restituire la vita a un bambino e cancellare così l’immenso dolore di sua madre.

Sulle ultime parole di Brezza d’Estate la luna tramonta, la festa finisce e le creature fatate si affrettano a tornare a casa mentre regna il silenzio della notte che svanisce, i fiori chiudono le corolle e la brezza cessa.

Si chiude così la raccolta di storie che l’autrice dedicò all’amica Elle Emerson. Sono fiabe delicate e vaporose, piene di dolcezza e di buoni sentimenti, che sembrano fatte apposta per regalare una pausa di serenità.

Louisa May Alcott morì a Boston nel 1888.

La stanza delle meraviglie

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Titolo: La stanza delle meraviglie
Titolo originale: Wonderstruck
Autore: Brian Selznick
Traduttore: Giuseppe Iacobaci
Editore: Mondadori, 2012
Pagine: 656
Età di lettura: 10-14 anni
Prezzo: 16 euro

A volte capita di leggere un libro e di vedere subito dopo il film che ne è stato tratto ed è ciò che ho fatto io in questi giorni , leggendo il romanzo per ragazzi La stanza delle meraviglie di Brian Selznick e andando al cinema a vedere l’omonimo film di Todd Haynes, per il quale lo stesso Selznick ha scritto la sceneggiatura.

Andiamo con ordine.

Se conoscete Brian Selznick, conoscete anche il suo amore per la narrazione attraverso le immagini e l’incantevole minuzia con cui le realizza, pensate un po’ a Hugo Cabret, anche in questo caso reso magnificamente al cinema da Martin Scorsese nel 2011.

Anche qui siamo di fronte a un libro di notevoli dimensioni, oltre seicento pagine che però scorrono tra le dita con ammaliante rapidità.

I protagonisti sono due ragazzini, Ben che vive nel Minnesota nel 1977, precisamente sul lago Gunflint, e Rose, che vive a Hoboken, New Jersey, nel 1927.

Che cosa hanno in comune Ben e Rose?

Entrambi sono sordi, Ben lo è diventato a causa di un fulmine che lo ha colpito attraverso la cornetta del telefono durante un violento temporale notturno. Rose è sordomuta dalla nascita.

Entrambi cercano una parte della loro identità. Ben fantastica sulla misteriosa figura del padre, di cui la madre Elaine non ha mai voluto parlargli, e nel momento più difficile della sua vita decide di partire per New York alla sua ricerca, guidato solo dalla labile traccia di un vecchio segnalibro della libreria Kinkade con una dedica a sua madre da parte di di un certo Danny. Rose vive in una bella casa con un padre autoritario e colleziona foto e ritagli di giornale sulla bellissima diva del muto Lillian Mayhew e decide di scappare a New York per cercarla quando il padre le impone lo studio della lingua dei segni.

La storia di Ben è raccontata a parole, quella di Rose è narrata solo attraverso i disegni, come se l’autore volesse condurci per mano nel suo mondo silenzioso e in bianco e nero.

Più si procede con la storia, più è evidente che in qualche modo, sia pure a cinquant’anni di distanza l’uno dall’altra, Ben e Rose sono destinati a incontrarsi e Selznick guida a piccoli passi i suoi lettori verso questo scioglimento lanciando qua e là segnali.

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La versione cinematografica di Haynes è molto fedele al libro, grazie sicuramente anche alla sceneggiatura realizzata dallo stesso autore, come vi ho anticipato, e gioca sul contrasto tra il mondo colorato degli anni Settanta di ben e quello in bianco e nero degli anni Venti di Rose, ma anche sui punti in comune tra i due mondi, sui medesimi luoghi che i due protagonisti visitano.

Non è possibile parlare più diffusamente della trama sia del libro che del film senza togliere al lettore e allo spettatore il gusto della graduale scoperta del segreto, chiamiamolo così, che lega Ben e Rose e che viene disvelato pian piano, conducendoci per mano a piccoli passi in un continuo e fluido passaggio dalla New York degli anni Settanta a quella degli anni Venti.

In conclusione, leggete il libro e poi andate a vedere il film per immergervi nel mondo silenzioso di Ben e Rose e scoprire con loro anche l’ importanza che abbia nell’economia della storia la straordinaria invenzione che è sta la stanza delle meraviglie, l’antenato dei musei come li conosciamo ora.

Qui il trailer del film

Siamo in guerra e nessuno me lo dice

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Titolo: Siamo in guerra e nessuno me lo dice
Autore: Lia Levi
Illustratore: Desideria Guicciardini
Editore: Mondadori – I sassolini a colori
Pagine: 45
Età di lettura: 6 anni
Prezzo: euro 7,00

In questi giorni non è possibile guadare il telegiornale senza provare una fortissima stretta al cuore alle immagini di dolore e di paura che giungono dalla Siria, da luoghi sconvolti da una guerra che sembra infinita e nella quale i bambini stanno pagando un prezzo troppo alto.

Io credo nel caso e ho ritenuto un segno il fatto che l’altro giorno questo piccolo libro sia caduto mentre passavo accanto alla libreria nella quale ci sono i libri per bambini e ragazzi.

Che contrasto con le violente e crude immagini del telegiornale.

In questa delicata storia di Lia Levi, scritta per i più piccini, il 10 giugno 1940 tre sorelline si trovano nella loro casa di Torino, vicina ai giardini pubblici di piazza Carlo Felice e alla stazione di Porta Nuova, con la sola compagnia di Mariuccia, la ragazza che tengono a servizio, perché i genitori sono andati in Liguria a cercare un posto per la villeggiatura oramai prossima.

Le sorelline ascoltano insieme con gli altri adulti il discorso di Mussolini da Roma attraverso gli altoparlanti collocati nel giardino pubblico, ma non capiscono nulla, troppe parole difficili. Vedono solo l’esultanza degli adulti presenti che spiegano loro che l’Italia è entrata in guerra contro i francesi e gli inglesi.

Scortate dalla domestica, le tre bambine tornano a casa senza pensieri perché, per quanto ne sanno, “la guerra era più o meno fatta da soldati che si sparavano da due parti diverse in qualche sperduta pianura o su per le montagne, e perciò ci riguardava fino a un certo punto.”

Ciò che le bambine ancora non sanno è che la guerra arriverà a casa loro la sera stessa, con gli aerei dalla Francia.

È tardi, è ora di dormire, ma all’improvviso si sentono scoppi fortissimi, rumore di cose che vanno in pezzi e colpi ripetuti mentre dalle finestre della loro cameretta si vedono delle fiamme.

La gente si riversa urlando per le strade, le persone si gridano l’una con l’altra di correre nei rifugi, ma Mariuccia e le bambine non hanno idea di che cosa fare. La guerra già arrivata? I rifugi?

Di fronte allo sgomento delle bambine, Mariuccia ha un’idea. “Non sono mica bombe queste! – ci aveva detto, sforzandosi fino quasi a fingere di ridere – Sono le prove, le esercitazioni per insegnare come comportarci quando la guerra comincerà davvero… Gli scoppi con le luci sono i fuochi artificiali, proprio uguali a quelli di Capodanno!

Mariuccia è stata brava, è riuscita a tranquillizzare le bambine, ma una di loro ha capito che non si tratta di una finzione, è tutto vero e vicino.

Con parole semplici e chiare Lia Levi racconta la guerra ai più piccoli e io non posso far altro che pensare alla Siria, al distretto di Ghouta, alle strade di Duma e Zamalka e di tutte quelle altre località nelle quali nessuno può dire ai bambini e ai ragazzi siriani che si tratta di fuochi d’artificio.

La favola di Natale

 

Titolo: La favola di Natale
Autore e Illustratore: Giovannino Guareschi
Editore: BUR, 2004
Pagine: 107
Prezzo: euro 9,00
Età di lettura: per tutti

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C’era una volta un bambino che si chiamava Albertino il quale aveva un papà lontano, in un campo di prigionia. Il suo papà gli mancava tanto e decise di recitare la poesia di Natale davanti alla sua sedia vuota. La Poesia approfittò di una folata di vento per uscire dalla finestra e farsi trasportare fino al luogo in cui si trova il papà di Albertino, ma il Vento la lascia alla frontiera e alla Poesia non rimane altro che incamminarsi verso il confine, ma fallisce il compito, non riesci a entrare nel campo di prigionia e dovette tristemente tornare verso casa, con l’aiuto di Babbo Natale. Che fece allora Albertino? Non si perse d’animo e quella notte, la notte della vigilia, par con la nonna, il cane Flik e una lucciola a fargli strada con il suo lumicino. Grazie a una locomotiva giunsero fino a un ponte, ma lì la locomotiva si fermò perché il ponte era stato fatto saltare, e una gallina padovana indicò loro la strada per giungere, dopo millequattrocentonovanta passi, in un bosco abitato da tante creature, sia buone che cattive.

Non vi dico altro, se non che il lungo viaggio di Albertino per raggiungere il suo papà è pieno di sogni, di paura e di poesia.

Questa emozionante favola fu scritta da Giovanni Guareschi e letta ai compagni di prigionia in un campo del nord ovest della Germania la vigilia di natale del 1944 ed è un po’ la loro storia, la storia di uomini che trovarono in fondo ai loro cuori la forza per resistere e sperare nel ritorno anche grazie a questa favola.

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Guareschi ebbe modo di raccontare che le muse ispiratrici di questa storia furono Freddo, Fame e Nostalgia e che la scrisse rannicchiato nella cuccetta inferiore di un letto a castello a due posti. Sopra di lui il compagno di prigionia Coppola fabbricava musica e Guareschi disse: “Io mandavo su da Coppola versi di canzoni nudi e infreddoliti, e Coppola me li rimandava giù rivestiti di musica soffice e calda come lana d’angora.”

Tra gli ufficiali prigionieri ve n’erano alcuni che si erano dedicati alla musica e al canto, sia da professionisti che da dilettanti, e qualcuno era riuscito a salvare e a conservare il proprio strumenti mentre altri vennero generosamente dati in prestito dai confinanti prigionieri francesi.

Coppola aveva scritto le musiche e mise insieme l’orchestra, il coro e i cantanti. Tutti soffrivano per il freddo e per la fame, ma la sera della vigilia, nella squallida baracca che fungeva da teatro, Guareschi lesse ai compagni di prigionia la favola che aveva scritto, mentre l’orchestra il coro e i cantanti la commentarono “egregiamente” come disse l’autore, e ci fu persino un rumorista per sottolineare i passaggi più movimentati.

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È importante evidenziare la vis polemica di questa fiaba, che se ai bambini può passare inosservata, per la fantasmagoria di vicende e di personaggi, non sfugge di certo agli adulti, grazie anche alla forza delle illustrazioni e l’autore stesso avvertiva: “I personaggi di questo racconto sono tutti veri e i fatti in esso accennati hanno tutti un preciso riferimento con la realtà. La realtà era tutt’intorno a noi, e io la vedevo seduta a tre metri da me, in prima fila, vestita da Dolmetscher (interprete): e quando il rumorista-imitatore cantava con voce roca la canzoncina delle tre Cornacchie e il poliziotto di servizio sghignazzava divertito, io morivo dalla voglia di dirgli che non c’era niente da ridere: ‘Guardi, signore, che quella cornacchia è lei’.”

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Con questa favola vi mando i miei più cordiali auguri di ogni bene e di tanta serenità.

Buon Natale!

 

Il fiato dei draghi

20170828

Autore: Antonia S. Byatt

Titolo: Il fiato dei draghi e altre favole

Traduttori: Anna Nadotti e Fausto Galuzzi

Editore: Il Melangolo

Pagine: 103

 

Ho trovato questo libriccino su una bancarella di libri usati a Milano e non me lo sono lasciato sfuggire, come sempre mi capita quando mi imbatto in produzioni per bambini e per ragazzi di un autore che solitamente scrive per un pubblico adulto.

Le fiabe che compongono questa piccola ma preziosa raccolta sono quattro: Lo scrigno di vetro, La storia di Gode, La storia di una principessa primogenita e appunto Il fiato dei draghi.

Va detto subito che si tratta di piccole storie preziose e adatte a un pubblico di lettori già un poco più grandi per le peculiari doti di ironia e per la capacità dell’autrice di farli accostare a un mondo sì fiabesco che in apparenza è piuttosto convenzionale, ma che in realtà li pone di fronte a momenti di incertezza e di imprevedibilità.

Tutte e quattro le vicende partono da presupposti innegabilmente fiabeschi nei quali in apparenza tutto è già scritto e appare destinato a muoversi secondo schemi prestabiliti e immutabili.

In realtà i protagonisti di queste fiabe per mano della loro autrice sparigliano sotto i nostri occhi i piccoli universi in cui vivono, universi governati da precise regole alle quali il buonsenso e l’esperienza di altri suggerirebbero di non disubbidire mai, a rischio di trovarsi proiettati in un’esperienza che per molti versi potrebbe rivelarsi pericolosa o addirittura tragica.

Lo scrigno di vetro ha per protagonista un piccolo sarto, abile e onesto, che è profondamente ottimista e certo di procacciarsi un lavoro con la propria abilità. Come ricompensa per il buon lavoro fatto e la gentilezza mostrata agli abitanti della casa che lo ha accolto, il piccolo sarto ha la possibilità di scegliere fra tre doni e qui l’estro dell’artista ha la meglio sul buonsenso perché il primo dono è una borsa, che si suppone non resti mai vuota, il secondo una casseruola che di certo provvederebbe a fornire buoni pasti, ma il terzo è una meravigliosa chiave di cristallo, di finissima fattura, ma in apparenza inutile in sé per la propria delicatezza, eppure la sua bellezza e la curiosità del sarto hanno la meglio sulla scelta del dono e da questa scelta scaturirà l’avventura da vivere, la prova da superare. In realtà questo racconto fa parte del romanzo Possessione apparendovi come una creazione di uno dei personaggi, l’immaginaria poetessa vittoriana Christabel LaMotte.

La storia di Gode è a mio avviso la più cruda perché nasce come una lieve fiaba in cui un bel marinaio forte e dagli occhi chiari, abilissimo nella danza, è ammirato e desiderato da tutte le fanciulle del villaggio, compressa la bella e altezzosa figlia del mugnaio, che non vuole darlo a vedere. Quel gioco di sguardi però non sfugge al bel marinaio, che le porta in dono un prezioso nastro di seta dai colori dell’arcobaleno; lei non vuole mostrare quanto lo gradisca e ferisce l’orgoglio del marinaio chiedendo il prezzo del nastro così il si vendica legandola a sé con una richiesta che si rivelerà poi una terribile maledizione per entrambi.

La storia della principessa primogenita ha come protagoniste tre sorelle regali, la cui nascita fu contraddistinta da diversi aspetti del cielo nel suo turchino più affascinante, ma destinato a scomparire e ad essere sostituito da un colore verde che inizialmente incuriosisce e attrae il popolo, ma poi lentamente lo inquieta fino a farne incolpare niente meno che la famiglia reale. Viene così deciso che la figlia primogenita parta alla ricerca dell’azzurro del cielo, ma la giovane, più lettrice che viaggiatrice, ben rammenta tante storie in cui il primogenito fallisce e deve attendere di essere salvato o liberato da uno degli altri fratelli. Questo non sarà il suo destino, ne è certa, e farà il possibile per evitarlo.

Il fiato dei draghi ci trasporta in un bel villaggio adagiato in una valle circondata dalle montagne, accanto a un lago le cui acque cristalline si fanno più scure man mano che ci si allontana dalle rive. I genitori del villaggio sono soliti raccontare ai figli, per spaventarli benevolmente, storie cupe della calata dei draghi, ma i protagonisti della fiaba temono una cosa sopra ogni altra: la noia. E quando nel villaggio si manifestano inquietanti segni di oscure presenze, gli abitanti non si preoccupano più di tanto perché queste strane creature striscianti non hanno nulla della maestosità dei draghi fiammeggianti dipinti nelle chiese. Ma le creature avanzano e costringono gli abitanti a una fuga precipitosa, eppure la noia continua a prevalere e a fatica riusciranno a liberarsene, ma ce la faranno.

E come si legge nell’interessante prefazione dei traduttori: “Le fiabe di Antonia S. Byatt sono innanzitutto un tributo all’arte del raccontare, incursioni nel territorio del fantastico che rinunciano alle soluzioni epiche senza ripiegare nell’introspezione. I suoi personaggi non sono niente di più (e invero niente di meno) di abili sarti o guardiani di porci, le protagoniste – come sempre in Byatt le più decise a scardinare i destini dell’intreccio – sono tessitrici che sognano di viaggiare per il mondo o principesse primogenite poco propense ad accettare un convenzionale fallimento per propiziare il successo delle sorelle minori… i personaggi femminili, soprattutto, conquistano l’autonomia pagando consapevolmente il prezzo della scelta di una storia propria e della rinuncia ai rassicuranti destini che la fiaba classica riserva alle fanciulle obbedienti.

Insomma, una lettura fuori degli schemi e per molti versi illuminante, per lettori giovani, ma anche meno giovani, che non abbiano paura di andare oltre gli stereotipi.

Vacanze in balcone

20170708

Non c’è niente di meglio che stare sdraiati accanto a una piscina con in mano una bibita ghiacciata. È la vacanza che ho sempre sognato. E che continuerò a sognare…

Che cosa accade se un papà che non vuole sfigurare davanti a un antipatico vicino spara una bugia grossa come una casa e dice a tutti i condòmini che sta per partire con la famiglia per una vacanza alle Maldive?

Sì, è proprio questo che fa Giacomo Capossi, di professione tipografo, davanti ai vicini riuniti per la solita piccola sfida del Circolo delle Freccette. Giacomo ha la brutta abitudine di raccontare storie incredibili e se la moglie Rossella e i figli Brooke e Tex oramai non ci cascano più, amici e conoscenti invece si lasciano ancora abbindolare dalla sua parlantina.

Stavolta è in gioco l’onore della famiglia, bisogna fare in modo che tutto il vicinato della solitaria palazzina in via dei Crisantemi creda alla partenza della famiglia Capossi per questa fortunata vacanza vinta con i punti del supermercato.

Chiunque al posto dei nostri eroi si sarebbe perso d’animo, soprattutto alla notizia, come un fulmine a ciel sereno, che il signor Giacomo oltretutto è stato licenziato perché la tipografia chiude.

Non vi racconto che cosa s’inventa l’intraprendente famiglia, sorprendentemente coadiuvata dal nonno Alarico che ritrova la voglia di vivere, e mi soffermo sul messaggio che questa breve e fresca storia trasmette.

In un’epoca di connessione e di social network come la nostra, mentire è sia facile che difficile, lo impara a sue spese Brooke che non può collegarsi a  Facebook e postare foto di un luogo in cui non si trova, ma paradossalmente è proprio la rete a fornire ai nostri mancati vacanzieri ciò che al finto rientro avvalorerà la tesi della vacanza alle Maldive.

Costretti a inventarsi una strategia comune, che garantisca loro la necessaria abbronzatura e salvi le apparenze, i Capossi scopriranno che quel forzato periodo in casa cementa la loro unione, che è facile divertirsi e stare bene insieme senza dover per forza andare lontano e che la fantasia è sempre più potente della realtà. Una volta finto il trionfale rientro dalle vacanze per la famiglia Capossi nulla sarà più uguale a prima e la mania del nonno di collezionare punti e inviarli ai concorsi a premi darà finalmente e davvero i propri frutti.

Una storia che fa sorridere e riflettere sulla nostra condizione di vittime, o più o meno consapevoli, del giudizio degli altri e sulle grandi possibilità che la fantasia e i potenti mezzi di comunicazione ci mettono a disposizione.

L’autrice di questa gradevole storia è la giornalista e scrittrice Fulvia Degl’Innocenti, le illustrazioni sono di Noemi Vola e il libro fa parte del progetto di alta leggibilità che la Biancoenero Edizioni  sviluppa da tempo. Un progetto i cui cardini sono le accortezze sintattiche e lessicali, capitoli brevi e paragrafi spaziati, righe di lunghezza irregolare per seguire il ritmo della narrazione, carattere tipografico studiato per chi ha problemi di dislessia e infine carta color crema che stanca meno la vista.

Come tutti i libri di questo progetto anche Vacanze in balcone è passato al veglio della Redazione Ragazzi, i cui componenti hanno letto in bozza, proponendo suggerimenti e modifiche in base alle difficoltà incontrate nella lettura.

Storie della buonanotte per bambine ribelli

20170603

Autrici: Francesca Cavallo e Elena Favilli

Traduttrice: Loredana Baldinucci

Editore: Mondadori, 2017

Pagine: 224

Età di lettura: da 8 anni.

Prezzo: euro 19,00

Contrariamente a quanto è successo finora, questo libro è il regalo di una figlia alla mamma e io sono molto contenta che mia figlia Benedetta lo abbia scelto per me.

La genesi di questo libro è abbastanza particolare: la sua avventura è cominciata negli Stati Uniti a opera delle due autrici e ha potuto vedere la luce grazie a un’operazione di crowfunding. In italiano questa operazione si può tradurre come “finanziamento collettivo” e indica un processo tramite il quale molte persone decidono di mettere in comune il proprio denaro per finanziare persone o organizzazioni nella realizzazione di un progetto che ritengono degno di considerazione.

Il progetto è stato finanziato da aprile a ottobre 2016, periodo nel quale è stata raccolta la notevole cifra di oltre un milione di dollari e a novembre è avvenuta pubblicazione negli Stati Uniti con grande successo, quasi centomila copie vendute. In Italia il libro è arrivato nel marzo 2017, edito da Mondadori, e la traduzione delle storie è stata affidata a Loredana Baldinucci.

Si tratta delle mini biografie di cento donne di ogni epoca e attività, che con la loro determinazione nelle scelte di vita hanno lasciato un segno nella storia e nella società e come nei più classici degli incipit, ogni pagina comincia con un C’era una volta, ma stavolta non ci troviamo di fronte alla principessa di turno bensì a ognuna di queste cento donne, diverse per epoca, età, scelte di vita e di lavoro, che, come scritto all’inizio del libro, sono state bambine ribelli perché hanno sognato in grande, puntato in alto e lottato con energia.

Cento storie di donne famose, illustrate da sessanta disegnatrici di tutto il mondo, per aiutare le bambine a credere in loro stesse e a raggiungere gli obiettivi che si prefiggono, ma io direi anche per aiutare i bambini a comprendere l’universo femminile e sperare di avere in futuro una generazione di donne determinate e di uomini capaci di rompere gli schemi e di vivere senza pregiudizi.

Il linguaggio è chiaro e comprensibile, si tratta di storie molto brevi che condensano in poche righe ciò che richiederebbe pagine e pagine, così le autrici hanno scelto di focalizzare l’attenzione su un piccolo dettaglio della vita di ognuna di queste donne per farne il fulcro della breve narrazione.

E il messaggio di fondo è inequivocabile e importante: ogni donna può e deve scegliere, da sola o con l’aiuto degli altri, per diventare ciò che sarà.

Un esempio di tale messaggio sono proprio le due autrici, due italiane che in California sono riuscite a raggiungere questo importante risultato e si legge nella loro prefazione:

Noi ci auguriamo che queste pioniere coraggiose siano di ispirazione. Che i loro ritratti imprimano nelle nostre figlie la salda convinzione che la bellezza si manifesta in ogni forma e colore, e a tutte le età. Ci auguriamo che ogni lettrice comprenda che il successo più grande è vivere una vita piena di passione, curiosità e generosità. E che tutte noi, ogni giorno, ricordiamo che abbiamo il diritto di essere felici e di esplorare con audacia. Ora che questo libro è nelle vostre mani, proviamo solo speranza ed entusiasmo per il mondo che stiamo costruendo insieme. Un mondo in cui il genere non determinerà la grandezza dei nostri sogni o le mete che possiamo raggiungere. Un mondo in cui ciascuna di noi sarà in grado di dire con certezza: Io sono libera.”

Le cento donne ritratte abbracciano un ampio ventaglio di epoche, dall’antichità ai giorni nostri, e di sfide: ci sono inventrici, politiche, artiste, sportive, scienziate, modelle, regine, guerriere, attiviste e ci insegnano dalle agili pagine di questo libro a credere sempre in noi stesse e a lottare per raggiungere le nostre mete, quali esse siano.

Non saprei scegliere un simbolo, sono tutte storie bellissime e importanti, allora mi lascio guidare dalla mia passione.

20170603b

Le sorelle Brontë disegnate da Elisabetta Stoinich

Una volta, in una gelida e tetra casa del nord dell’Inghilterra, vivevano tre sorelle. Charlotte, Emily e Anne erano spesso sole e, per passare il tempo e divertirsi, scrivevano storie e poesie…

Voci precedenti più vecchie

Letterelettriche Edizioni

Casa Editrice digitale - E-books store

The Victorianist: BAVS Postgraduates

British Association for Victorian Studies Postgraduate Pages, hosted by Danielle Dove (University of Surrey) and Heather Hind (University of Exeter)

Mammaoca

Fiabe integrali e poco altro. Si fa tutto per i bambini

La Fattoria dei Libri

di Flavio Troisi, scrittore e ghostwriter

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