Fili d’aquilone n.13

Nutrire il corpo e l’anima, ma senza esagerare, senza forzature, senza imporre ad altri le proprie convinzioni, etiche o religiose.
Se vi fa piacere, si rinnova l’appuntamento con la rivista on line Fili d’aquilone. Siamo al numero 13 e il tema è Nutrimenti.
Il mio piccolo contributo lo trovate qui.
Buona lettura.

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Fili d’aquilone n.12

È on line il dodicesimo numero della rivista Fili d’aquilone, intitolata Suoni di versi.
Anche in questo trimestre potrete trovare letture per tutti i gusti, e il mio piccolo contributo qui.
Buona lettura a tutti.num012copertina

Fili d’aquilone n,11

È on line il nuovo numero di Fili d’aquilone.
Il tema è “Generazioni”.
Il mio piccolo contributo lo trovate qui. 

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Fili d’aquilone n.10

È on line il numero 10 di Fili d’aquilone, rivista di immagini, idee e poesia. 

Il tema di questo numero è “Identità e conflitto” e ce n’è per tutti i gusti. 

Visto l’argomento, ho proposto un piccolo raccontoche i lettori del blog avranno forse già avuto modo di leggere, ma che mi sembrava adatto. 

Buona lettura a tutti.

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Fili d’aquilone

“Era ora! direte, finalmente una rivista sul web semplice, ma sobria e incisiva, che darà spazio apa_Fili_d_aquilone
voci nuove, a scrittori e poeti non molto (o per niente) conosciuti, almeno qui in Italia. E inoltre: le immagini, le idee. Insomma, fili che s’intrecciano, che si uniscono per tessere, per dialogare, per innalzare un aquilone di conoscenza, di amicizia e stima fra persone geograficamente lontane l’una dall’altra. Anche questo è un modo di remare (o volare) controcorrente: fuori dall’appiattimento culturale ed editoriale, dalla dilagante superficialità, dalla fretta di consumare tutto e subito. (Sì, d’accordo, dopo i due punti c’è qualche luogo comune, ma in questo caso siamo convinti che sia meglio insistere).

Allora, direte, fili come mani unite? aquiloni come sogni ad occhi aperti? intense riflessioni e idee forti? un po’ di speranza per il nostro futuro? Sì, giusto, perché no? E un giorno, ne siamo più che sicuri, la chiameranno “La rivoluzione dei fi(g)li dell’aquilone”.
Be’, intanto cominciamo, tienimi il filo per favore.”


Così si presenta ai suoi lettori questa rivista trimestrale on line
Se avete voglia di curiosare nell’ultimo numero, eccovi accontentati.
Se poi vi va di leggere i miei piccoli contribuiti, io sono qui e qui.
Buona lettura.

 

Poldino

Poldino viveva in una piccola città ed era giudicato da tutti un po’ strambo. Per essere precisi, i parenti lo consideravano un po’ tonto, i conoscenti e gli amici quasi un extraterrestre. Tutto era cominciato nella sua infanzia…

Se il babbo diceva a Poldino di non menare il can per l’aia, lui correva alla fermata del filobus, prendeva il 52 e andava in periferia alla cascina della nonna; lì provvedeva a incatenare il cane alla cuccia, dispiaciuto di non poterlo più portare in giro qua e là. Quando il nonno, stanco dopo una giornata di lavoro in campagna, rincasava lamentandosi per la fatica e minacciava di

piantare capra e cavoli, Poldino siCasa Diroccata e Campagna alzava all’alba e si appostava nel campo, curioso di vedere come avrebbe fatto il nonno a piantare la capra Nenè nel terreno e soprattutto a farcela restare. Se la nonna gli spiegava che per tener lucidi tutti quegli arnesi di rame in cucina ci voleva troppo olio di gomito, Poldino si muniva di bottiglia e imbuto e andava in giro per il vicinato, a chiedere se qualcuno ne avesse in più da prestarle.

Una volta Poldino era andato dall’ortolano per comprare un chilo di pomi d’Adamo; un’altra volta era corso a nascondere il lavoro di cucito della sorella, inorridito dopo averla sentita esclamare che quell’occupazione le faceva venire la barba. E poi c’era stata quella volta in cui la mamma aveva detto che la signora Lucia parlava con i piedi e Poldino aveva tenuto d’occhio la vicina per giorni e giorni, sperando di vedere un tale fenomeno.

Da tutto ciò non si fatica a comprendere come mai i parenti lo considerassero un po’ tonto.

Scuola Media MaceroneDopo aver cominciato a frequentare la scuola, le cose non erano migliorate. Le maestre dicevano ai suoi genitori che non era proprio un’aquila e Poldino supponeva che fossero impazzite; un ragazzino e un rapace non si somigliano per niente! Quando alla scuola Media la professoressa di matematica lo aveva rimproverato di scaldare il banco, Poldino si era offeso molto perché non si era mai permesso di accendere un fuoco in classe. Al liceo Poldino aveva offerto generosamente tutti i muri di casa propria a Luigi, che non sapeva dove sbattere la testa con il latino; e dopo aver sentito le compagne dire di Chiara che aveva troppi grilli per la testa, la evitava accuratamente perché quegli animaletti gli facevano senso. Infine Poldino aveva abbandonato la scuola il giorno in cui il professore di francese gli aveva urlato di prendere la porta e andarsene: lui, mogio mogio, l’aveva tolta dai cardini e se l’era portata via a spalla.

Così aveva cercato lavoro presso un gommista, dopo aver letto sul giornale sportivo che per la sua squadra del cuore la ruota della fortuna aveva ripreso a girare; quale posto migliore per procurarsene un’altra, caso mai si fosse bucata? E ben presto aveva smesso di curare il giardino del generale Ferrari; questi un giorno gli aveva confidato di non digerire la famiglia della casa accanto e Poldino considerò più prudente evitare quel cannibale.

Non è difficile comprendere da tutto ciò perché conoscenti e amici lo considerassero un extraterrestre.

Fu un brutto giorno per lui quello in cui il babbo lo rimproverò di avere la coscienzaragazza_alla_finestra sotto la suola delle scarpe perché li faceva tribolare con le sue stranezze. Poldino si tolse delicatamente le scarpe, pieno di rimorsi, e andò a meditare nel parco.
Era talmente assorto che si scontrò con una ragazza e le fece cadere tutti i pacchetti che aveva in mano. Belinda, così si chiamava la fanciulla, gli sorrise dolcemente e non si arrabbiò per nulla. Poldino rimase colpito dal suo viso luminoso e senza trucco e lei gli spiegò che amava mostrarsi così, all’acqua e sapone. Poldino le rivelò di apprezzare molto quella sua predilezione per la pulizia e passeggiarono per ore, chiacchierando piacevolmente. Quando Belinda gli confidò di aver rinunciato a fare l’attrice perché preferiva vivere nell’ombra, Poldino badò bene a condurla solo nei viali più riparati dal sole. Trascorsero insieme un bel pomeriggio e quando si lasciarono gli disse che era proprio spiritoso e le sarebbe piaciuto rivederlo.Tornato a casa, Poldino si confidò con la sorella, la quale gli spiegò che sarebbe stato sicuro di amare una ragazza quando si fosse accorto di pendere dalle sue labbra. Poldino si spaventò, Belinda aveva  labbra così piccole e delicate! Si incontrarono di nuovo il giorno del compleanno di Belinda, e Poldino si presentò con un mazzo di fiori ed un ombrello, perché lei gli aveva detto per telefono che stava ricevendo una pioggia di auguri.

Rue_CorotBelinda capì al volo la situazione e rassicurò Poldino che la faccenda non era poi così grave, anzi, secondo lei, prendere tutto alla lettera era molto divertente. Poldino si sentì tanto felice e decise di fare il postino; chiese a Belinda di sposarlo e andarono a vivere in una casetta nel cuore della città, come piaceva a lei, anche se lo aveva sfiorato il dubbio che la notte avrebbero dormito male, a causa dei battiti.

 

Flai

 Flai, vola da tuo padre, ti sta cercando per un lavoretto…”
“Lo farei volentieri, mamma, ma ho finito proprio adesso di pulirmi…”
“Flai, la spazzatura…”
“Oh, come mi dispiace! Mi sono appena asciugato dopo una bella doccia…”
“Flai, i tuoi fratelli ti aspettano per quella faccendaDoccia in cortile!”
“Me n’ero proprio dimenticato…a parte il fatto che mi sono appena sistemato ben benino…”
Ogni giorno la stessa storia. Flai metteva tutto l’impegno possibile nell’evitare ogni azione che potesse non dico insudiciarlo – che cosa orribile! – ma appena impolverarlo.
Se suo padre aveva pazientato tanto, era stato solo per un riguardo verso la moglie, che nutriva una vera predilezione per il loro ultimo nato, il più mingherlino e il più strambo della numerosa figliolanza. Aveva pazientato, dicevo, ma gli era sempre più difficile tenere a bada i fratelli e le sorelle di Flai, irritati per doversi occupare anche delle incombenze che sarebbero toccate a lui. Il guaio era che non si trovava una soluzione.
DiscaricaUn pomeriggio, nei paraggi della discarica comunale, gli cadde sotto gli occhi  un lembo di giornale con una notizia interessante: il professor Pinpric, illustre psicanalista, avrebbe tenuto un ciclo di conferenze in città. Il padre di Flai non perse tempo, ne parlò con moglie e figlio, convincendoli della necessità di quel tentativo, e ottenne un incontro con il professore, incuriosito dalla stranezza del caso.Si presentarono tutti e tre all’appuntamento, ma Flai entrò per primo, un pochino preoccupato; ben presto però si sentì a proprio agio in quello studio luminoso, pulito e ordinato.Psicanalista
“Il tuo caso mi ha colpito, Flai! – dichiarò il professore, cercando una posizione comoda – Erano anni che non me ne capitava uno tanto interessante…rilassati e rispondi senza timore alle mie domande. Qui non si tratta di dare risposte intelligenti per fare bella figura, devi solo essere te stesso. E’ chiaro?”
Flai annuì e fece un profondo respiro. La voce bassa e uniforme del professore gli dava un piacevole senso di sonnolenza.
“Bene, cominciamo…qual è la cosa che più ti piace fare?”
“Lavarmi…”
“E a parte il lavarti?”
“Spazzolarmi ben bene…”
“E a parte lavarti e spazzolarti ben bene?”
“Evitare di sporcarmi…”
“Capisco… – il professor Pinpric scribacchiò qualcosa su un taccuino – e qual è la cosa che più detesti?”
“Sporcarmi…soprattutto se mi sono appena pulito.”
“E la cosa che più ti fa schifo?”
“La spazzatura e ogni genere di sudiciume…”
“…e quella che ti fa più paura?”
“Prendermi una malattia a causa della sporcizia…”
“Eclatante! – bofonchiò il professore, senza smettere di prendere appunti – qual è il peggior incubo che hai avuto?”
“Sognare di vivere nella discarica, senza potermi mai lavare…”
Saponette“E il sogno più bello, invece?”
“Diventare un divo della tivvù, facendo pubblicità ad una profumatissima e morbidissima saponetta…”
Il professore chiuse il taccuino e si strinse nelle spalle.
Flai avrebbe voluto domandargli spiegazioni, ma non ebbe coraggio, così uscì e rimase ad origliare mentre il professore parlava con i suoi genitori. “Egregi signori, senza dubbio il caso di Flai è più raro di una mosca bianca; l’ho esaminato attentamente, ma per ora mi ritrovo con un pugno di mosche. Vi chiedo ancora un po’ di tempo per riflettere…”
Se i suoi genitori erano perplessi, Flai era proprio depresso.La seduta psicanalitica non era servita a nulla, forse perché non esisteva davvero una soluzione. Con le lacrime agli occhi si ripromise di diventare come i suoi fratelli, ma il solo pensiero del loro andirivieni tra i rifiuti lo fece quasi sentir male per lo schifo. Tornando a casa sconsolato, Flai passò vicino ad una finestra aperta e la sua attenzione fu attirata dalle grida provenienti dall’interno della stanza.Casetta con giardino
“Sono stufa di questa storia! Possibile che non t’importi nulla d’esser tanto sudicio? La sera non vuoi mai fare il bagno, non ti lavi le mani prima di mangiare, tocchi qualunque cosa tu veda e ovunque sia, non ti vuoi mai cambiare… non ne posso più! Darei non so che cosa pur di avere un figlio amante dell’ordine e della pulizia!”
MoscaA Flai non sembrò vero: aveva trovato la soluzione al problema di entrambi! In men che non si dica si mise d’accordo con Dirti, era questo il nome del ragazzino sporcaccione, e si scambiarono di posto. Dirti andò a vivere nei paraggi della discarica con lo sciame di mosche e Flai, la mosca igienista, si trasferì nella linda villetta dal bel giardino. Non so se Dirti si sia pentito della scelta fatta. Flai no davvero.

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