Chi c’era dietro Nancy Drew

Ho già avuto modo di scrivere qui di Nancy Drew, come vedete il post risale a molti anni fa, ma in questi giorni sulla rivista on line della Smithsonian Institution ho letto un articolo che me lo ha riportato alla mente. Si parla infatti della scrittrice Mildred Wirt Benson, autrice delle prime avventure di Nancy Drew sotto lo pseudonimo di Carolyn Keene.

Prima però facciamo un rapido cenno al personaggio di Nancy Drew.

Questa giovane investigatrice è divenuta l’archetipo di un certo tipo di donna americana: intelligente e impetuosa alle prese con la violenza, ma anche rispettata dalla polizia e da un padre che stravedeva per lei. Anche alla moda. Benché fosse solo un personaggio immaginario, fu fonte di ispirazione, e persino i giudici della Corte Suprema Sandra Day O’Connor, Ruth Bader Ginsburg e Sonia Sotomayor hanno detto che ha avuto un’enorme influenza sulle loro vite.

In più di seicento libri, le avventure di Nancy Drew spesso sono state ripetitive e, sebbene le sue auto e i suoi vestiti siano stati aggiornati spesso, lei aveva sempre la medesima età. Accompagnata dai suoi migliori amici, Bess e George, ha portato alla luce testamenti e cimeli perduti e ha ritrovato persone scomparse. Ha esplorato scale segrete e tetre case infestate. Tenace e coraggiosa, Nancy aveva un fidanzato, il fascinoso Ned. Ha sempre combattuto per riparare i torti, usando l’intelligenza per uscire da situazioni pericolose. Nancy Drew è stata rapita. Le hanno fatto perdere i sensi. Gli avversari le hanno intimato di stare alla larga (altrimenti!).

Ciò che lei offriva alle ragazze americane era l’intraprendenza. Ci ha insegnato a lanciare un SOS con un rossetto, a fuggire da una finestra usando i tacchi a spillo e a tenere sempre in macchina un cambio per la notte – una ragazza non poteva mai sapere quando si sarebbe imbattuta in un’improvvisa investigazione notturna. Le vittime di autentici rapimenti hanno detto che le storie di Nancy Drew le hanno ispirate a usare l’ingegno per fuggire; donne che hanno avuto successo nelle forze dell’ordine dichiarano che Nancy Drew le ha guidate nella carriera.

Il vero mistero di Nancy Drew è come un tale personaggio immaginario possa ispirare donne reali. Si possono trovare indizi in tal senso nella donna che ha creato la personalità della giovane investigatrice, la donna che si chiamava Mildred Wirt Benson. Nel corso degli anni vari scrittori hanno lavorato alle storie di Nancy Drew, che sono state sempre pubblicate sotto lo pseudonimo di Carolyn Keene. Ma i primissimi libri della serie, quelli che determinarono l’indomabile coraggio di Nancy, furono scritti dalla Benson, che era tanto tenace, audace e indipendente quanto la sua eroina.

Mildred Augustine nacque nel 1905 a Ladora, nello Iowa, una comunità agricola rurale vicino a Iowa City. Avida lettrice di classici per bambini come Piccole donne di Louisa May Alcott, riviste per bambini e storie a puntate, preferiva i libri scritti per i ragazzi a quelli per le ragazze perché, diceva, si concentravano sull’ avventura e sull’azione.

L’articolo prosegue raccontandoci che la giovane Benson amava molto scrivere, ma che in un posto come Ladora vi erano ben poche opportunità di carriera per una donna che non volesse metter su famiglia e dare una mano nei campi. Lei era figlia di un medico e i genitori curarono la sua istruzione e la incoraggiarono a seguire la carriera di scrittrice. Dopo la laurea nel 1927 si recò a New York e lì cominciò a lavorare come ghost-writer nella Stratemeyer Syndicate, una compagnia che sfornava manoscritti per le case editrici e che diede origine a serie di grande successo tra le quali quella degli Hardy boys, serie per ragazzi che aveva come protagonisti dei giovani investigatori. Dopo che il magnate della compagnia l’ebbe assunta per lavorare alla serie di Ruth Fielding, che la Benson aveva letto da bambina, le chiese di aiutarlo a lanciare una nuova serie che avrebbe avuto come protagonista un’investigatrice adolescente di nome Nancy Drew. Edward Stratemeyer buttò giù un testo di tre pagine e lo spedì alla Benson; sarebbe stata la prima avventura di Nancy Drew, dal titolo Il segreto del vecchio orologio, e la protagonista sarebbe stata Una moderna ragazza americana, brillante, intelligente, piena di risorse e di energia.

Nancy Drew personificava “l’immagine ideale presente nella maggior parte degli adolescenti”, scrisse la Benson in un saggio autobiografico nel 1973. Questa adolescente degli anni ’30 è stata culturalmente rilevante per più di 80 anni, anche se i ruoli delle giovani donne sono cambiati radicalmente. Madri e nonne hanno passato i libri alle loro figlie. “Le donne mi raccontano ancora come si siano identificate con Nancy Drew e che Nancy Drew ha infuso loro la fiducia di essere ciò che volevano essere”, disse a un’intervistatrice nel 1999.

Mildred Wird Benson si sposò due volte ed ebbe una figlia, ma continuò la propria carriera. Scrisse moltissimi libri e lavorò per più di cinquant’anni come giornalista in Ohio, sulle pagine di due quotidiani della città di Toledo, The Toledo Times e Toledo Blade, battendosi con tenacia contro il crimine locale e la corruzione. Dopo aver scritto intere serie di libri avventurosi, la Benson intraprese vere avventure.

Durante gli anni ’60, si esercitò per diventare un pilota e viaggiò in America Centrale per vedere gli antichi siti Maya prima che fossero aperti al turismo di vaste proporzioni. Viaggiò da sola, sfidando fiumi infestati dai coccodrilli e giungle in cui dovette farsi strada con un machete. Una volta fu persino imprigionata in una stanza, in Guatemala all’inizio degli anni ’60, da alcuni abitanti del luogo che pensavano lei sapesse troppo sull’attività criminale nella loro città. (In quel momento, la Benson disse in seguito, pensò tristemente: “Che cosa farebbe Nancy?”). Alla fine la Benson, in autentico stile Nancy Drew, ebbe la meglio su uno dei rapitori e fuggì, ma come ogni bravo investigatore in seguito tornò in Guatemala per saperne di più su ciò che le era successo.

Siccome la Statemeyer Syndicate non rivelava mai i nomi dei propri dei propri autori, dovettero passare decenni prima che si venisse a sapere, sul principio degli anni ’70, che dietro lo pseudonimo di Carolyn Keene si celasse la Benson e poi agli inizi degli anni ’90 la scrittrice donò alcuni documenti e la propria macchina da scrivere al Museo Nazionale di Storia Americana della Smithsonian Institution. Dopo la conferenza su Nancy Drew del 1993, molto pubblicizzata dall’Università dello Yowa in cui si tenne, la Benson poté finalmente godere del riconoscimento e dell’ammirazione che meritava. Mildred Wirt Benson morì il 28 maggio 2002 alla venerabile età di 96 anni, mentre stava ancora scrivendo per il quotidiano Toledo Blade.

 

Abbandonare un gatto. Ricordi di mio padre

Haruki Murakami è uno dei miei autori contemporanei preferiti e quando mi sono imbattuta in un suo articolo, pubblicato sul numero del 7 ottobre scorso del New Yorker, l’ho letto con grande interesse e poi ho pensato di proporvene alcuni stralci perché Murakami parla dei suoi ricordi di bambino, legati ai gatti e al padre.

Se volete leggere l’articolo integrale in inglese, andate qui. È stato tradotto in inglese dal giapponese da Philip Gabriel.

Certo, ho un bel po’ di ricordi di mio padre. È naturale, considerando che abbiamo vissuto sotto lo stesso tetto della nostra non propriamente spaziosa casa dal momento in cui nacqui fino a quando la lasciai a diciotto anni. E, come nel caso della maggior parte dei bambini e dei genitori, immagino che alcuni dei miei ricordi di mio padre siano felici, altri non tanto. Ma i ricordi che rimangono più vividi nella mia mente ora non rientrano in nessuna categoria; coinvolgono eventi più ordinari.
Questo, ad esempio.
Quando vivevamo a Shukugawa (una parte della città di Nishinomiya, nella prefettura di Hyogo), un giorno andammo in spiaggia per sbarazzarci di un gatto Non un gattino, ma una vecchia femmina. Non rammento perché avessimo bisogno di liberarcene. La casa in cui vivevamo era una casa unifamiliare con giardino e stanze spaziose per un gatto. Forse era una randagia che avevamo preso quando era gravida e i miei genitori sentivano che non potevano più prendersene cura. La mia memoria non è chiara su questo punto. Liberarsi dei gatti allora era un evento comune, non qualcosa per cui qualcuno ti avrebbe criticato. L’idea di sterilizzare i gatti non era mai passata per il cervello a nessuno . All’epoca ero in una delle classi inferiori della scuola elementare, credo, quindi probabilmente era pressappoco il 1955, o poco più tardi. Vicino a casa nostra c’erano le rovine di una banca che era statoa bombardato da aerei americani, una delle poche cicatrici ancora visibili della guerra.
Mio padre e io partimmo quel pomeriggio d’estate per abbandonare ila gatta sulla riva. Lui pedalava sulla bicicletta, mentre io sedevo dietro reggendo una scatola con dentro la gatta. Percorremmo il fiume Shukugawa, arrivammo sulla spiaggia di Koroen, posammo la scatola tra alcuni alberi e, senza guardare indietro, tornammo a casa. La spiaggia deve essere stata a circa due chilometri da casa nostra.
A casa, scendemmo dalla bicicletta – parlando di come ci dispiacesse per la gatta, ma cosa avremmo potuto fare? – e quando aprimmo la porta d’ingresso la gatta che avevamo appena abbandonato era lì, a salutarci con un miagolio amichevole, la coda ritta. Era arrivata a casa prima di noi. Per tutta la vita, non riuscii a capire come avesse fatto. Dopotutto noi eravamo andati in bicicletta. Anche mio padre era perplesso. Rimanemmo lì per un po’, completamente senza parole. Lentamente, lo sguardo di vuoto stupore di mio padre si trasformò in uno sguardo di ammirazione e, infine, in un’espressione di sollievo. E la gatta tornò a essere il nostro animale domestico.
Abbiamo sempre avuto gatti a casa e ci piacevano. Non avevo fratelli o sorelle e i gatti e i libri furono i miei migliori amici mentre crescevo. Mi piaceva sedermi sulla veranda con un gatto, prendendo il sole. Quindi perché avevamo dovuto portare quella gatta sulla spiaggia e abbandonarla? Perché non avevo protestato? Queste domande – insieme con quella di come la gatta fosse arrivata a casa prima di noi – sono ancora senza risposta.

 Comincia così l’articolo di Murakami, portandoci nel bel mezzo di questo suo ricordo infantile associato alla gatta di casa e a suo padre. Padre del quale lo scrittore giapponese prosegue a narrarci, ricordandolo profondamente immerso nella preghiera ogni mattina davanti al butsudan familiare: Non era un santuario buddista qualsiasi, in verità, ma una piccola teca cilindrica di vetro con all’interno una statua di bodhisattva splendidamente scolpita. Perché mio padre recitava i sutra ogni mattina davanti a quella teca di vetro, invece che davanti a un normale butsudan ? Questo è un’altra delle domande di quelle senza risposta nella mia lista.

Murakami non aveva molta confidenza con il padre e, come vedremo nel prosieguo dell’articolo, il rapporto tra loro si fece sempre più freddo fino a deteriorarsi completamente. Tuttavia, vincendo la timidezza, il piccolo Haruki chiese al padre per chi pregasse così intensamente ogni mattina: Una volta, da bambino, gli chiesi per chi stesse pregando. E lui rispose che era per i morti in guerra. I suoi compagni soldati giapponesi che erano morti, così come i cinesi che erano stati i loro nemici. Non scese nei particolari e io non gli feci pressione. Sospetto che se avessi tentato, si sarebbe aperto di più. Ma non lo feci. Dovette esserci stato qualcosa in me che mi impedì di insistere sull’argomento.

Inizia a questo punto una lunga digressione sul passato del padre. Il nonno paterno, Benshiki Murakami, era nato in una famiglia di agricoltori nella prefettura di Aichi.  Come era usanza con i figli più piccoli, mio ​​nonno fu mandato in un tempio vicino per essere istruito come sacerdote. Era un discreto studente e, dopo l’apprendistato in vari templi, fu stato nominato sacerdote capo del tempio Anyoji a Kyoto. Questo tempio aveva quattro o cinquecento famiglie nella parrocchia, quindi fu piuttosto una promozione per lui. Il nonno ebbe sei figli, tutti maschi, e quando morì improvvisamente all’età di settant’anni, investito da un treno, il tragico avvenimento mise i figli nella condizione di dover decidere chi di loro avrebbe preso il suo posto al tempio.

La notte in cui la nostra famiglia seppe che mio nonno era morto, rammento che mio padre si preparò rapidamente per andare a Kyoto, e che mia madre piangeva, si aggrappava a lui, supplicando: “Qualunque cosa tu faccia, non acconsentire a subentrargli nel tempio”. All’epoca avevo solo nove anni, ma questa immagine è impressa nel mio cervello, come una scena memorabile di un film in bianco e nero. Mio padre era inespressivo, annuiva silenziosamente. Penso che avesse già deciso. Potevo percepirlo.

Non era una decisione facile da prendere, tutti e sei i figli di Benshiki avevano la preparazione necessaria per subentrargli nella carica, ma avevano anche una famiglia e un lavoro e sapevano benissimo che si sarebbe trattato di un incarico gravoso anche per la moglie del sacerdote, che avrebbe vissuto accanto alla vedova di Benshiki, una persona rigorosa e austera; qualsiasi moglie avrebbe avuto difficoltà a prestare servizio come consorte del sacerdote capo con lei ancora lì. Mia madre era la figlia maggiore di una famiglia di mercanti stabilitasi a Senba, a Osaka. Era una donna alla moda, per niente adatta a essere la moglie del sacerdote capo a Kyoto. Quindi non c’era da meravigliarsi che si aggrappasse a mio padre, in lacrime, implorandolo di non subentrare nel tempio. Almeno dal mio punto di vista di figlio, mio ​​padre sembrava essere una persona onesta e responsabile. Non aveva ereditato la disposizione spensierata di suo padre (era più un tipo nervoso), ma i suoi modi bonari e il suo modo di parlare mettevano a proprio agio le altre persone. Aveva anche una fede sincera. Probabilmente sarebbe stato un buon sacerdote, e penso che lo sapesse. La mia ipotesi è che, se fosse stato scapolo, non avrebbe resistito molto all’idea. Ma aveva qualcosa su cui non poteva scendere a compromessi: la sua piccola famiglia.

Infine fu il figlio maggiore Shimei a lasciare il proprio lavoro all’ufficio delle imposte e a prendere il posto di suo padre come sacerdote capo del tempio di Anyoji. Il successore fu suo figlio Junichi, cugino di Haruki, il quale sostenne che il padre avesse accettato l’incarico sentendosi in obbligo in quanto figlio maggiore.

Murakami riprende la narrazione dell’infanzia e della gioventù paterni e ci racconta della profonda ferita che secondo lui dovette imprimersi nell’animo paterno quando fu mandato da ragazzo a fare l’apprendista in un tempio nella zona di Nara e poi fece ritorno a casa, in apparenza per via del clima che non gli si confaceva, ma più probabilmente perché non riusciva ad adattarsi.

Ricordo ora l’espressione sul volto di mio padre – inizialmente sorpresa, poi impressionata, poi sollevata – quando quella gatta che presumibilmente avevamo abbandonato ci ebbe preceduti a casa. Non ho mai provato niente del genere. Sono stato educato – abbastanza amorevolmente, direi – come l’unico figlio di una famiglia qualsiasi. Quindi non riesco a capire, a livello pratico o emotivo, che genere di cicatrici psicologiche possono derivare quando un bambino viene abbandonato dai suoi genitori. Posso solo immaginarlo a un livello superficiale.

Segue poi il racconto del periodo dell’arruolamento di suo padre e delle sue vicissitudini, compresa la passione per gli haiku, nata nel periodo in cui frequentava la scuola di Seizan e sviluppata sotto le armi. Murakami racconta anche di come il padre gli abbia parlato della guerra solo una volta, raccontandogli di come la sua unità avesse dovuto giustiziare mediante decapitazione con la spada un prigioniero di guerra cinese, episodio che impressionò profondamente il giovanissimo Haruki e gli fece intuire quanto quel fardello avesse pesato su suo padre e lo avesse così inconsciamente indotto a trasferirlo sul figlio.

Mio padre ha sempre adorato la letteratura e, dopo essere diventato insegnante, ha trascorso gran parte del suo tempo a leggere. La nostra casa era piena di libri. Questo potrebbe avermi influenzato durante l’adolescenza, quando ho sviluppato la mia personale passione per la lettura. Mio padre si laureò con lode alla scuola di Seizan e nel marzo 1941 entrò nel dipartimento di letteratura dell’Università Imperiale di Kyoto. Non può essere stato facile superare l’esame di ammissione a una scuola superiore come l’Università Imperiale di Kyoto dopo aver ricevuto un’istruzione buddista come sacerdote. Mia madre mi diceva spesso: “Tuo padre è molto brillante.” Quanto fosse davvero brillante non ne ho idea. Francamente, non è una domanda che mi interessa molto. Per qualcuno nel mio modo di lavorare, l’intelligenza è meno importante di un’intuizione acuta. Comunque sia, resta il fatto che mio padre ha sempre avuto ottimi voti a scuola. In confronto a lui, non ho mai avuto molto interesse per gli studi; i miei voti furono poco brillanti dall’inizio alla fine. Sono il tipo che persegue avidamente le cose che mi interessano ma non posso preoccuparmi di nient’altro. Questo era vero per me quando ero uno studente ed è vero ancora adesso.

Murakami riconosce che il padre fu molto deluso dalla sua scarsa propensione allo studio, probabilmente facendo il paragone tra le difficoltà che egli stesso aveva dovuto affrontare e la mancanza di intralci e di preoccupazione che invece caratterizzava la vita del figlio.

Ma non potevo essere all’altezza delle aspettative di mio padre. Non avrei mai potuto forzarmi a studiare come voleva lui. Ho trovato molto tediose la maggior parte delle lezioni a scuola, il sistema scolastico eccessivamente uniforme e repressivo. Ciò ha portato mio padre a provare uno sgomento persistente e me a provare un disagio persistente (e una certa rabbia inconscia). Quando ho debuttato come romanziere, a trent’anni, mio ​​padre era davvero contento, ma a quel punto il nostro rapporto era diventato distante e freddo.

Murakami ammette la sensazione di aver sconvolto e deluso il padre con il proprio atteggiamento ma, all’epoca, essere incollato alla mia scrivania per finire i compiti e ottenendo voti migliori nei test aveva molto meno fascino del leggere i  libri che mi piacevano, dell’ascoltare la musica che mi piaceva, del fare sport o del giocare a Mah-jongg con gli amici e dell’andare ad appuntamenti con le ragazze.

Illustrando le ultime vicende della vita militare di suo padre, Murakami giunge alla conclusione che a salvargli la vita fosse stato un ufficiale che lo congedò, ritenendolo più utile al servizio del paese con gli studi che come soldato, ma non gli pare una ragione sufficiente e sospetta che altri fattori abbiano influenzato e prodotto tale evento. La realtà fu che suo padre venne congedato otto giorni prima dell’attacco a Pearl Harbor ed ebbe salva la vita, cosa che lo angustiò per il resto dei suoi giorni a causa del pensiero di tanti compagni morti combattendo.

Subito dopo che mio padre fu congedato dal servizio, la Seconda Guerra Mondiale scoppiò nel Pacifico. Nel corso della guerra, la 16ma divisione e la 53ma divisione furono sostanzialmente spazzate via. Se mio padre non fosse stato congedato, se fosse stato mandato con una delle sue precedenti unità, sarebbe quasi certamente morto sul campo di battaglia, e quindi, ovviamente, io ora non sarei vivo.  Potreste definirlo fortunato, ma avere salva la vita mentre gli ex compagni la persero, divenne una fonte di grande dolore e di angoscia. Ora capisco ancora di più perché chiudeva gli occhi e recitava devotamente i sutra ogni mattina della sua vita.

La nascita di Haruki nel gennaio del 1949 indusse il padre ad abbandonare gli studi e a diventare insegnante di giapponese; anche la moglie era un’insegnate, che rinunciò alla professione quando si sposarono.

Secondo mia madre, mio ​​padre in gioventù aveva vissuto una vita piuttosto libera. Le sue esperienze in tempo di guerra allora erano recenti e la frustrazione per il fatto che la vita non fosse andata come voleva a volte rendeva le cose difficili. Beveva molto e ogni tanto picchiava i suoi studenti. Ma quando crebbe, si ammorbidì in modo significativo. Si sentiva depresso e scombussolato a volte, e beveva troppo (qualcosa di cui mia madre si lamentava spesso), ma non ricordo nessuna esperienza sgradevole in casa nostra.

Murakami ricorda con sorpresa e con piacere quanti ex studenti vennero a rendere omaggio a suo padre quando morì e ritiene che anche la madre fosse stata un’ottima insegnante, riconoscendo invece di non essere tagliato per la professione dei genitori. Crescendo, i dissidi tra padre e figlio si fecero più marcati e quando Haruki divenne uno scrittore a tempo pieno, il rapporto si era fatto così complesso che alla fine non si videro più, riprendendo a parlarsi poco prima che l’anziano genitore morisse e sentendo rinsaldarsi un po’ il loro legame.

Anche adesso posso rivivere la perplessità condivisa di quel giorno d’estate quando andammo insieme sulla sua bici fino alla spiaggia di Koroen per abbandonare una gatta a strisce, una gatta che ebbe la meglio su di noi. Rammento il suono delle onde, il profumo del vento che fischiava attraverso i pini svettanti. È l’accumulo di cose insignificanti come questa che mi ha reso la persona che sono.
Ho ancora un ricordo d’infanzia che coinvolge un gatto. Ho incluso questo episodio in uno dei miei romanzi, ma vorrei affrontarlo di nuovo qui, come qualcosa che è realmente accaduto.
Avevamo un gattino bianco. Non rammento come l’avessimo avuto perché allora avevamo sempre gatti che andavano e venivano in casa nostra. Ma ricordo quanto fosse bella la pelliccia di questo gattino, quanto fosse graziosa.
Una sera, mentre sedevo sotto il portico, questo gatto improvvisamente corse difilato verso il pino alto e bellissimo nel nostro giardino. Quasi volesse mostrarmi quanto fosse coraggioso e agile. Non riuscivo a credere quanto agilmente si arrampicasse sul tronco e scomparisse tra rami in alto. Dopo un po’, il gattino iniziò a miagolare pietosamente, come se stesse chiedendo aiuto. Non aveva avuto problemi a salire così in alto, ma sembrava aver paura di scendere di nuovo.
Ero ai piedi dell’albero a guardare in alto, ma non riuscivo a vedere il gatto. Potevo solo sentire il suo flebile pianto. Andai a chiamare mio padre e gli raccontai che cosa fosse successo, sperando che potesse trovare un modo per salvare il gattino. Ma non c’era niente che potesse fare; era troppo in alto perché una scala potesse essere di qualche utilità. Il gattino continuava a miagolare in cerca d’aiuto, mentre il sole iniziava a tramontare. L’oscurità alla fine avvolse il pino.
Non so che cosa sia successo a quel gattino. Il mattino seguente, quando mi alzai, non riuscii più a sentirlo piangere. Mi fermai ai piedi dell’albero e chiamai per nome il gattino, ma non ci fu risposta. Solo silenzio.
Forse il gatto era caduto durante la notte e se n’era andato da qualche parte (ma dove?). O forse, incapace di scendere, si era aggrappato ai rami, sfinito e sempre più debole, fino alla morte. Mi sono seduto lì sotto il portico, guardando l’albero, con questi scenari che mi attraversavano la mente. Pensando a quel gattino bianco, aggrappato con tutte le forze con i suoi piccoli artigli, poi avvizzito e morto.
L’esperienza mi ha insegnato una chiara lezione: scendere è molto più difficile che salire. A grandi linee, si potrebbe dire che i risultati sopraffanno le cause e le vanificano. In alcuni casi, nel procedimento resta ucciso un gatto; in altri casi, un essere umano.

Murakami conclude la sua riflessione affermando: sono il figlio comune di un uomo comune. Il che è abbastanza evidente, lo so. 

E chiude l’articolo con una bellissima immagine.

Per dirla in altro modo, immagina che le gocce di pioggia cadano su un ampio tratto di terra. Ognuno di noi è una goccia di pioggia senza nome tra innumerevoli gocce. Una caduta discreto e individuale, certo, ma completamente sostituibile. Tuttavia, quella goccia di pioggia solitaria ha le sue emozioni, la sua storia, il suo dovere di portare avanti quella storia. Anche se perde la sua integrità individuale e viene assorbito in qualcosa di collettivo. O forse proprio perché è assorbito in un’entità collettiva più grande.
Di tanto in tanto, la mia mente mi riporta a quel pino che incombeva nel giardino della nostra casa a Shukugawa. Al pensiero di quel gattino, ancora aggrappato a un ramo, il corpo che si trasforma in ossa sbiancate. E penso alla morte, e quanto sia difficile arrampicarsi da terra, così lontano sotto di te da far girare la testa. 

Spero di avervi offerto una gradevole lettura, aiutandovi a gettare uno sguardo nella memoria di un grande autore, amatissimo in tutto il mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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British Association for Victorian Studies Postgraduate Pages, hosted by Danielle Dove (University of Surrey) and Heather Hind (University of Exeter)

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