I gatti di James Joyce

Il 10 agosto 1936 lo scrittore James Joyce incominciò una lettera indirizzata al nipote Stephen James Joyce nella quale  scriveva: “Ti ho spedito un gattino pieno di dolcetti alcuni giorni fa, ma forse tu non conosci la storia del gatto di Beaugency.” E Joyce proseguiva inventando per il nipote una graziosa fiaba, Il gatto e il diavolo, in verità un po’ incongrua, dal momento che mescolava elementi del folclore irlandese e francese, per spiegargli la magica costruzione di un ponte sulla Loira. In breve, il borgomastro della cittadina di Beaugency stringe un patto con il Diavolo affinché gli costruisca in una sola notte il ponte. Il Diavolo naturalmente accetta, ma, come il solito, pretende in cambio il possesso della prima anima che lo attraverserà. Il furbo borgomastro accetta e la mattina successiva manda un gatto a percorrere il ponte: il patto con il Diavolo è rispettato, ma in questo modo il Maligno non si può impadronire di un’anima umana.

Questa piccola fiaba  fu scritta a poche settimana di distanza da quella che Giunti ha pubblicato in Italia, dopo l’uscita in Irlanda limitata a 200 copie nel febbraio 2012, e che si riteneva fosse l’unica. Si tratta di I gatti di Copenhagen.

La fiaba è contenuta, coma le precedente, in un’altra lettera al piccolo Stephen, stavolta datata 5 settembre 1936, e pare prenda sempre spunto dall’invio del cosiddetto “gatto di Troia” il gattino ripieno di dolci menzionato nella precedente lettera di agosto. Joyce si trovava a Copenhagen e probabilmente non trovò un analogo oggetto da spedire al nipotino, così inventò la fiaba, anticipando a Stephen nella lettera: “Purtroppo non posso inviarti un gatto da Copenhagen perché non ci sono gatti a Copenhagen!”

I gatti di Copenhagen, nella traduzione di Anna Sarfatti e con le illustrazioni di Casey Sorrow, è invece una piccola e deliziosa fiaba dal sapore vagamente anarchico.

Joyce personalmente amava molto i gatti, li preferiva senza esitazione ai cani, e probabilmente questo è un buon motivo per aver fatto di loro i protagonisti di queste due piccole storie.

La storia della lettera in cui si trova questo racconto è interessante, la potete trovare nella prefazione all’edizione italiana, ma ve la riassumo qui. Nel marzo 2006 Hans E. Jahnke, figliastro di George, a sua volta figlio di James Joyce, fece dono all’omonima fondazione di Zurigo di un baule malridotto, pieno  di documenti, ereditato da sua madre Asta, la seconda moglie di George Joyce. Conteneva molti documenti di grande interesse e tra questi le lettere di James alla nuora Helen Fleischman (prima moglie di George) e quindi madre del nipotino Stephen. Tra nonno e nipote c’era un caldo e forte rapporto e alla nascita del bambino, avvenuta il 15 febbraio 1932, poco tempo dopo la perdita dell’amato padre, James Joyce aveva composto per lui una poesia dal titolo Ecce puer, qui trascritta in inglese e nella traduzione che ne fece il poeta Edoardo Sanguineti, pubblicata nel 1961:

Of the dark past          Dal passato oscuro
A child is born;            un bimbo è nato;
With joy and grief        da gioia e dolore
My heart is torn.          Il mio cuore è spezzato.

Calm in his cradle        In pace, nella sua culla,
The living lies.             il vivo giace.
May love and mercy     L’amore e la pietà
Unclose his eyes!         schiudano le sue luci!

Young life is breathed    Sul vetro è soffiata
On the glass;                la vita infantile;
The world that was not   il mondo che non era
Comes to pass.             viene a incarnarsi.

A child is sleeping:        Un bimbo dorme:
An old man gone.          un vecchio è mancato.
O, father forsaken,        Perdona tuo figlio,
Forgive your son!          o padre abbandonato!

Se nel primo racconto il povero gatto, o meglio la sua anima, finisce tra le grinfie del Maligno, qui è tutta un’altra storia. Sembra che nella tranquilla città danese ci siano in gran numero pesci e biciclette, ma non gatti. E non si vedono nemmeno poliziotti. Non che non ci siano, se ne stanno a casa e bevono latticello e fumano sigari sdraiati sui loro letti. In compenso la città è piena di giovanotti vestiti di rosso i quali recapitano la corrispondenza ai poliziotti e da loro ricevono ordine di riferire che fare ai mittenti delle lettere.  Ironicamente Joyce spiega al nipotino che un giorno porterà a Copenhagen un gatto, per mostrare ai poliziotti quanto sia più economico e pratico affidarsi ai felini, oltretutto in una città piena di pesce. Leggendo il libriccino vi domanderete tutti se Joyce volesse raccontare al nipotino di un mondo tanto tranquillo da non aver bisogno dei poliziotti o, al contrario, stigmatizzare la pigrizia che impedisce loro di rendersi utili.

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1 Commento (+aggiungi il tuo?)

  1. gianmarcoveggetti
    Mag 04, 2013 @ 00:26:41

    Sei stato “nominato” in un giochino.. Dovevo premiare un blog che mi piace e ti ho scelto! vai sul mio blog e leggi il post relativo al Liebster Award e capirai tutto! complimenti!

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