Chi prende in giro la mamma?

Eccoci al terzo appuntamento con la letteratura slovena per l’infanzia.
Oggi vi propongo la storia di un ragazzino terribile, che troverete anche qui. 

Chi prende in giro la mamma?
di Branko Hofman

Chi si lava senz’acqua e si pettina senza pettine?
Niko.
Chi butta qua e là i giocattoli e si ficca le dita nel naso?
Niko.

Chi non ce la fa a inghiottire un cucchiaio di minestra ed è capace di mettersi in bocca tre tavolette di cioccolato?
Niko.

E chi è Niko?
Un ragazzo eccezionale:

Quando corre per le scale tutta la casa sussulta e gli inquilini credono che ci sia il terremoto. Quando gioca al pallone abbassano le tapparelle per salvare i vetri. Quando fischia si tappano le orecchie con l’ovatta per timore di assordarsi. Quando si piazza davanti al televisore corrono al telefono per avvertire lo zoo che dalla camera di Niko si sentono i ruggiti delle tigri. Inoltre il ragazzo mastica il chewing-gum a quattro palmenti, fa scoppiare i palloncini e sputacchia dal balcone. Fa i dispetti alle ragazzine, parla a bocca piena e ne combina tante che la sua mammina non immagina nemmeno.

Ma soprattutto Niko è così ingegnoso da far venire il capogiro a chi l’ascolta. Sa ogni cosa e s’intende di tutto. Se per caso non sa qualche cosuccia se la inventa e così sa sempre qualcosa che gli altri non sanno.

Per lo più è la mamma a non sapere. Perciò Niko la erudisce:
“Secondo me bisogna mantenere le promesse.”
“Davvero?” si meraviglia la mamma.
“Verissimo,” risponde Niko dirigendosi verso la porta. “Dove vai’?” Gli chiede la mamma.
“In cortile.”
“Ma guarda! E senza chiedere il permesso?”
“Mi avevi promesso di poter andarci dopo aver messo a posto i giocattoli.” Niko fa il broncio perché a suo giudizio non bisogna dimenticare cose così importanti.
“Li hai messi davvero a posto?”
Niko le assicura che tutto è okay. La mamma però non capisce l’inglese e quindi le deve ripetere che i giocattoli sono tutti in ordine.
“Vado proprio a dare un’occhiata,” dice la mamma e si avvia verso la stanza di Niko.
Sulla soglia si ferma di botto. Guarda in giro e non riesce a staccare gli occhi da ciò che vede:
cinque automobiline sparpagliate per la camera e la sesta giace capovolta sotto il letto. I dadi sono disseminati sotto l’armadio e il tavolo, dappertutto. L’orsacchiotto senza un orecchio prende il sole sul davanzale. La giraffa ha una sciarpa al collo, le sue gambe però sporgono da sotto la coperta di Niko. Il vigile è appeso al lampadario e osserva col cannocchiale l’orizzonte. Il brigante Bibi guarda feroce dal comodino e tre gattini bianchi sbirciano intorno sul calorifero. Per terra in un angolo c’è un libriccino illustrato malconcio sul quale galleggia la nave di Niko.

La mamma lo guarda come se tutto quello che vede fosse il colmo del disordine, un vero caos, e Niko si rende subito conto di quale piega prenderanno le cose ma non ha nessuna voglia di parlare e lascia che sia la mamma ad attaccare il discorso:
“È così che hai messo a posto i giocattoli? Ma bene, benissimo!”
Niko sospetta che la mamma pensi diversamente da come parla e per ciò per prudenza non apre bocca.
La mamma passeggia per la stanza e inciampa nei dadi:
“È questo il posto dei dadi?”
“No,” risponde Niko, “ma questi non sono i dadi bensì le rovine di un grattacielo distrutto dal terremoto.”
“Potresti mettere a posto anche le rovine,” dice la mamma.
“Non posso farlo, finché non arrivano le squadre di soccorso.”
“E dove sono?” s’incuriosisce la mamma.
“Stanno arrivando con queste vetture,” la mette al corrente Niko, mostrandole col dito le automobiline sparse il giro.
“E l’orsacchiotto alla finestra?”
“Gli ho detto che andavo a giocare al pallone e, accidenti, è salito sul davanzale per fare il tifo per me.”
“Anche la giraffa si è infilata da sola sotto la tua coperta?”
“No, la giraffa no!” ammette Niko.”L’ho messa io perché ha un forte raffreddore. È venuta dal sole africano che è molto più caldo del nostro ed ha preso freddo.”
“E cosa fa il brigante Bibi nel comodino?” continua a tempestarlo di domande la mamma.
“Non è nel comodino, ma in prigione. Non toccarlo!”
“È pericoloso?”
“Con un morso può staccarti un dito. Non vedi i suoi occhi torvi?”
“E quanto tempo rimarrà in prigione?”
Niko fa le spallucce come per dire: ”non sono io a decidere, ma il vigile sul lampadario,” che però non si pronuncia finché non cattura anche i corsari che navigano col tesoro a bordo del vascello verso l’isola del libretto illustrato.
“E i gattini sul calorifero?”
“Sono Bim, Bam, Bum.”
“Bene,” ribatte la mamma, “dimmi cosa stanno facendo Bum, Bim, Bam?”
“Non sono Bum, Bim, Bam, ma Bim, Bam, Bum. Per carità, non scambiarli, altrimenti succede una baraonda.”
“Che baraonda?”

Niko spiega alla mamma che i mici sono dei gran furbastri, non c’è da fidarsi di loro. Non perdono nessuna occasione per combinare qualche disastro. Basta che Niko guardi irato Bum, ecco che Bum giura di essere Bim e d’un tratto ci sono due gatti Bim e nessun Bum. Se invece loda Bam, vogliono essere Bam tutti e tre. Insomma, tutto va a catafascio. E addio ordine.

“A te l’ordine sta molto a cuore?” gli chiede la mamma.
“Sì, molto. Voglio averlo, punto e basta,” dice Niko, perché così parla il papà, quando cerca gli occhiali che ha dimenticato in ufficio, però è colpa della mamma se non li trova a casa.
“Anch’io pretendo l’ordine!” replica la mamma. “Perciò metti prima a posto la camera, se vuoi andare in cortile.”
“Perché devo farlo?”
“Perché è la tua camera.”
“L’ho ceduta ai giocattoli, appartiene a loro. I giocattoli quindi sono responsabili dell’ordine, perciò rivolgiti a loro, me cancella pure dall’elenco.” Niko si ribella disperatamente, gli sembra addirittura incredibile che la mamma si ostini a non capire verità così elementari.
“Esigo da te di riordinare la stanza, e perciò non m’interessano i tuoi patti con i giocattoli,” lo rimbecca la mamma.
“Ma non vedi che è a posto?” insiste testardo.
“Ti sembra?” La mamma lo guarda in un modo che solo lei conosce.
“Non si può fare di più, meglio di così è impossibile. Inoltre, al giocattoli non rinfacci mai il disordine. lo invece non sento altro che rimproveri. Non è giusto.”
“Credi che i giocattoli mi ubbidirebbero se pretendessi da loro di tornare dritti dritti al loro posto negli scaffali?”
Niko increspa la fronte e alla fine sbotta:
“Anche se ti ubbidissero, te ne vorrebbero.”
“Perché?”
“Perché interromperesti tutte le straordinarie avventure che stanno felicemente vivendo. Li priveresti della gioia e senza gioia non c’è vita. I giocattoli non se lo meritano proprio.”
“E questa dove l’hai pescata?”
“Non l’ho pescata da nessuna parte. So che è così.”
“Oh, le tue solite vanterie!” sospira la mamma, poi si mette a pensare e, alquanto perplessa, non sa che partito prendere.

Per Niko è un buon segno, anzi, è venuto il tempo, a suo parere, di non dover risparmiare le parole: “Lascia in pace la stanza. Se ai giocattoli piace così, deve piacere pure a noi. Su, mammina, andiamo, spicciamoci,” la sollecita.

La mamma finalmente sorride e gli dà una tiratina ai capelli:
“Sei proprio bravo a prendermi in giro, mio piccolo zazzerone! A furia di frequentarti imparerò ancora moltissime cose.”
“Senza dubbio,” giubila Niko, compiaciuto.

Poi pian piano chiudono la porta per non disturbare i giocattoli mentre giocano.
Niko è contento che tutto sia finito in questo modo, anche se non capisce perché la mamma sopporti con tanta indulgenza le sue burle. Senza spazientirsi perfino o provare imbarazzo. Al contrario: sorride dolcemente e cammina ancora più disinvolta.
Da Niko, naturalmente, imparerà ancora tanto, ma proprio tanto. Nessuno ne dubita.

Titolo del testo originale “KDO MAMICI SOLI PAMET”
Mladinska knjiga, Ljubljana 1985

Traduzione dallo sloveno di Jolka Mili&#269

Biografia (a cura di Jolka Mili&#269)

Branko Hofman, poeta, scrittore, drammaturgo e pubblicista, nacque nel 1929 a Rogatec in Stiria e morì stroncato dal cancro al culmine della sua creatività, nel 1991, a Ljubljana in Slovenia, dove passò la maggior parte della sua vita. Laureato in letteratura comparata e filosofia, iniziò la sua carriera come giornalista, poi fino alla morte fu redattore in una delle case editrici più importanti, concentrate quasi tutte nella capitale.
Opere letterarie: sette raccolte di poesia, quattro libri per l’infanzia, cinque lavori di teatro, un libro di racconti e tre romanzi, l’ultimo dei quali Noc do jutra (Notte fino all’alba), 1981, ha sollevato in quei tempi molto scalpore, trattandosi di un suggestivo romanzo giallo psicologico con colpi di scena, ma anche con un capitolo che i governanti non si aspettavano che trattava con abbondanza di dettagli l’inquietante tematica dei detenuti politici sul Goli otok e della violenza repressiva comunista che allora erano argomenti severamente proibiti e messi sotto silenzio. Ben poche persone ne sapevano qualcosa. Il libro, per un dato periodo, è stato tolto dalla circolazione e Hofman sottoposto a pressioni di ogni genere, ma i tempi erano ormai maturi anche per questa specie di informazioni carenti di critica e autocritica del governo. Dopo la… burrasca il libro è stato rimesso in vendita e tradotto in più lingue pubblicato anche all’estero. Hofman ha pubblicato inoltre due volumi di conversazioni. Il primo è intitolato: Pogovori s slovenskimi pisatelji (Conversazioni con gli scrittori sloveni), 1978, in cui c’è un esiguo numero di donne tra gli imperanti uomini e, dopo dieci anni, nel 1988, forse per riparare il torto fatto nei confronti del sesso gentile ha dato alle stampe Iskani in najdeni svet (Il mondo cercato e trovato), riempendolo stavolta solo di… penne al femminile, dedite all’arte difficile della scrittura, anche questa operazione ironico-arbitraria non è passata inosservata, ma discussa da ambo i sessi, comunque tutti e due i libri molto letti e di piacevolissima lettura.
E adesso i titoli dei libri per l’infanzia: Ringo star, 1980; Tonka Paconka (Simona la pasticciona), 1982; Kdo mamici soli pamet (Chi prende in giro la mamma?), 1985 e Ringo potepuh (Ringo, il vagabondo), 1990.

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Le location di Narnia

Prendendo spunto dalla recente uscita nelle sale del secondo capitolo (in ordine cinematografico) della saga di Narnia, Il principe Caspian, vorrei mostrarvene le location perché i paesaggi sono di una bellezza spettacolare. Ancora una volta, dopo l’epica esperienza de Il Signore degli Anelli, la Nuova Zelanda si rivela come il set naturale più adatto a questo tipo di produzioni fantastiche per il fascino della sua natura incontaminata.

È il caso della penisola di Coromandel, con i suoi oltre 400 chilometri di coste suggestive, e in particolare di Cathedral Cove, la bellissima spiaggia bianca con le rocce che compare all’inizio della seconda avventura dei fratelli Pevensie a Narnia, al loro ritorno nel mitico paese in cui l’età d’oro che avevano lasciato nella precedente avventura pare definitivamente tramontata sotto la tirannia della razza di origine umana dei Telmarini.

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A nord ovest di Aukland i cupi alberi di Woodhill Forest sono diventati il temuto accampamento della Strega Bianca, colei che ha usurpato il potere di Aslan il leone e ha tenuto in scacco Narnia nella morsa di un gelido inverno senza fine nel primo episodio, Il leone, la strega e l’armadio.

woodhill_forestCave Stream Scenic Reserve vicino al fiume Brocken è un altro paesaggio abbondantemente usato per ricreare l’ambientazione di Narnia.

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Elephant Rocks, vicino Oamaru nel distretto Waitaki del South Island si è trasformato nell’accampamento del leone Aslan.
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Sulle rocce Purakaunui Bay l’ambientazione spettacolare nella quale è stato ricostruito con la computer graphic il favoloso castello di Cair paravel, in cui vivono durante la loro permanenza a Narnia i re e le regine.

Parakaunui bayParadise (Glenorchy) vicino Queenstown è l’ambientazione di Narnia al ritorno della primavera.

Paradise
Ma diverse parti dei film sono state girate anche in Europa.
Nella repubblica Ceca è stato utilizzato l’Ardspach National Park vicino Trutnov per altre scene che necessitavano di paesaggio innevato e di foreste.

Ardspach
Mentre il castello di Praga è stato il punto di partenza per la creazione del superbo maniero del tiranno Miraz.

Castello praga
Il Polonia, al confine con la Bielorussia,  la splendida ambientazione della foresta  di Bialowieza attraverso la quale fugge il principe Caspian.

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In Inghilterra  la Severn Valley Railway vicino Ludlow, nello Shropshire, è servita per ambientare il viaggio dei fratelli Pevensie in fuga da Londra bombardata verso la misteriosa dimora dello zio professore.

Severn Railway
In Slovenia sono state girate le potenti immagini della battaglia sul fiume ambientandole in un bellissimo tratto dell’Isonzo (Soca, in sloveno), detto la bellezza di smeraldo per il colore acceso delle sue acque.

SocaCosì come già Il signore degli anelli, anche Le cronache di Narnia è un avvincente trasposizone visiva del mondo incantato che la fervida immaginazione di C.S.Lewis ha creato. Qui ci sono tantissime specie diverse di mitiche creature realizzate con perizia coniugando l’abilità manuale dell’uomo con la raffinatezza delle tecniche computerizzate.

Tanti lettori che hanno sognato sulle pagine il mondo di Narnia, ora lo possono vedere con i loro occhi. Dopo la Terra di Mezzo, Narnia è entrata far parte del nostro immaginario collettivo grazie ai sofisticati mezzi che oramai il cinema ha a disposizione, ma le bellezze della natura sono sempre una parte determinate nella spettacolare riuscita di colossali produzioni come queste.

Una curiosità. Sembra che il nome Narnia, Lewis lo abbia ricavato da un’antica carta geografica italiana sulla quale era riportato il nome latino della città umbra di Narni. Narnia, appunto.

Premio Brillante Webloglive

Premio Brillante weblogliveKavafis mi ha inviato questo premio per il quale lo ringrazio molto.

Scopo del premio è promuovere la bloglive secondo poche e precise regole:

1. al ricevimento del premio, bisogna scrivere un post mostrando il premio e citando il nome di chi ti ha premiato, evidenziando il link del suo bloglive;

2. scegliere un minimo di 7 bloglive (o di più) che credi siano brillanti per temi e/o design; evidenziarne dunque il nome e il link;

3. avvisare i premiati che sono stati nominati per il premio “Brillante webloglive”;

4. facoltativo: esibire la foto (o il profilo) di chi ha premiato e di chi viene premiato nel tuo bloglive.

Questa è la lista dei blog a cui assegno il premio Brillante webloglive (in rigoroso ordine alfabetico):

1)   Abbracci e pop corn
2)   Attraverso giardini
3)   Babilonia61
4)   Di tanti pulpiti
5)   Lavoretti
6)   Mazapegul
7)   Misteri e misteri
8)   Nonblog di Habanera
9)   NonSoloProust
10) Oyrad
11) Passaggi Casuali
12) Pensare in un’altra luce

Muri il gatto

Prosegue il viaggio nella letteratura slovena per l’infanzia con la storia delicata del gatto Muri e degli abitanti di Gattopoli.
Troverete la storia qui.

Il gatto Muri
di Kajetan Kovic

Suona suona la sveglietta:
Muri, il gatto senza fretta
apre gli occhi e guarda intorno
per vedere il nuovo giorno.
Ecco, subito si spiccia
a pulirsi la pelliccia
e rassetta il suo lettino,
le lenzuola ed il piumino.
Esce e va nella locanda
dove sta gatta Fernanda.
Là lo aspetta un tavolino
riservato allo spuntino:
dolce latte spumeggiante,
pane morbido e fragrante.
Mentre mangia, il bel gattino
legge i fogli del mattino,
legge tutto senza posa,
punti, virgole e ogni cosa.
Alla fine paga il conto,
ad uscire adesso è pronto:
la “Gattopoli” lo attende
con le strade sue stupende.

A Gattopoli, tranne i gatti e gli articoli per gatti, non c’è proprio niente, neanche un cane. Se per caso passa di lì qualche cucciolo sprovveduto, deve portare la museruola. Dato che i cani detestano questi arnesi, evitano la città. Per questo, lungo il Corso gli unici passanti sono i gatti di ambo i sessi. Si dirigono a frotte verso piazza Gattapelata dal baffutissimo gatto Marco per rifornirsi di pesce fresco.In mezzo alla piazza c’è il Municipio. Vi esercita le sue alte funzioni il sindaco Micione, soprannominato Micio il Grande. Quando appare sul balcone, tutti i gatti in piazza lo salutano in coro. Micione, d’altra parte, allieta sempre i suoi concittadini con qualche piacevole notizia. Talvolta li avverte:

“Domenica pomeriggio, nel parco Miagolì-Miagolà, si farà il gioco della tombola. Il primo premio sarà per tutti – psst, gatta ci cova – una grande sorpresa.”

Oppure annuncia:

“Oggi alle tre, in viale dei Gattici, avrà luogo la gara motociclistica dei sorci. Il pubblico è pregato di non divorare i concorrenti.”

E così i giorni a Gattopoli trascorrono allegramente secondo i gusti di questi felini.

Il gatto Muri vive in via degli Orticelli, all’estrema periferia della vivace città, in una vecchia bicocca. Momentaneamente non è in casa, perché si sta avviando per il Corso verso piazza Gattapelata. Prima aveva pensato di comperarsi del pesce, ma strada facendo aveva abbandonato questo progetto decidendo di mangiare all’osteria AL GATTO NERO. Anzi, per non annoiarsi. da solo, gli era balenata la felice idea di invitare a pranzo la sua amica del cuore, la micetta Federica. La gattina però abita dall’altro capo della città, Muri quindi deve telefonarle.

C’è una micia dormigliona,
va dal letto alla poltrona,
questa gatta assai carina
sembra quasi parigina.
La sua casa quieta e ombrosa
molto spesso è silenziosa
ma il telefono squillando
si fa udir di quando in quando.
Federica si ridesta
e risponde lesta lesta…
“Qui ti parla il gatto Piero,
tu stai bene per davvero?”
e la gatta allora dice:
“Io mi sento un po’ infelice.”
Suona ancora l’apparecchio,
parla Miki nell’orecchio,
Federica non dà udienza
e con lui non ha pazienza,
vuole starsene tranquilla
ma di nuovo il fono squilla,
è Peppino, il parrucchiere
per le gatte del quartiere.
E poi dopo il gatto Ciombe
scapestrato e tira bombe.
Indi il vecchio Rigoletto,
un po’ gobbo poveretto…
Quando arriva mezzodì,
chiama Muri lì per lì
e con grande decisione
sa invitarla a colazione.
Federica un po’ confusa
è felice e fa le fusa.

Avendo ancora un’oretta a sua disposizione, Muri andò a passeggiare per il Corso. Andava da un marciapiede all’altro guardando di tanto in tanto le vetrine.Nella pasticceria LINGUE DI GATTO vide una serie di torte a quattro piani, ma non appartenendo alla schiera dei gattini golosi, tirò innanzi senza battere ciglio.

Nella calzoleria IL GATTO CON GLI STIVALI in una vetrinetta, tra tante cose, era esposto un paio di stivaletti modernissimi. Pensò di provarseli, ma non trovò il suo numero.

Nell’oreficeria LACRIME DI GATTA scorse una incantevole collana di perle vere. Era così bella e così salata che ogni gatta si scioglieva in un pianto davanti alla vetrina.

Poi Muri si fermò davanti alla libreria dov’era messo ben bene in mostra un grosso libro illustrato di raffinata CUCINA GATTESCA. L’aveva scritto Dino, il capocuoco dell’osteria AL GATTO NERO. Al solo pensiero dell’imminente pranzetto, venne a Muri l’acquolina in bocca e si leccò i baffi prima del tempo.

In quello stesso istante le guardie Zampetta e Musino, sul marciapiedi di fronte, portavano in gattabuia il gagliardo Ciombe. L’avevano colto in flagrante, con quattro petardi e due castagnole addosso, mentre voleva scassinare la banca.

Muri proseguì il suo cammino e, attraverso la finestra del salone GATTIN SBARBATO, adocchiò il sindaco Micione. L’impareggiabile acconciatore Peppino il bullo gli stava arroncigliando i mustacchi e inanellando la coda.

Infine, passo a passo, arrivò fino a un enorme edificio con la scritta: SCUOLA PER GATTONZOLI. Sul portone stava all’entrata il bidello Maramao, all’interno invece gli scolari cantavano con foga la loro filastrocca preferita:

Quattro topi ed una gatta,
e una capra un poco matta
– e anche sorda un pochettino –
stan giocando a rimpiattino.
“Capra sorda, correrai
ma beccarci non potrai.”
Mentre va la gatta a spasso
i topastri fanno chiasso,
ma la capra bicornuta
e mattoide, all’insaputa
dei festanti è sul balcone
a dar fiato al suo trombone.
Qua purtroppo quatta quatta
c’è la coda della gatta
e un topino saputello
sulla torre del castello.
Ma la capra che non sente
non capisce un accidente.
Beve latte ed acquavite,
organizza viaggi e gite.
Le caprette, i topi e i mici
vanno in cerca di amici,
al di là dell’equatore
troveranno anche l’amore.

Federica, nel frattempo, si vestì in fretta e prese l’autobus diretto in città. C’erano pochi passeggeri. Oltre a lei, c’era l’ormai pensionato barbiere Figaro, la studentessa di musica Pika con la sua fisarmonica ed infine la cuoca Maia e la cameriera Mara che lavoravano nelle ore pomeridiane all’ALBERGO GATTINARA. E, ovviamente, c’erano sull’autobus il conducente Tobia e il bigliettaio Silvestro. Mentre attraversavano il largo Micini, sopra il tetto dell’autobus lampeggiò e seguì un tonfo.“Dio mio!” esclamò la studentessa Pika fuori di sé. “È stato certamente un disco volante.”

Il conducente fermò l’autobus e scese in strada a vedere.

Subito si rese conto che sul tetto non era precipitato nessun UFO ma il gatto volante Felix. Mentre si arrampicava su per un albero, aveva messo sbadatamente un piede in fallo piombando come un bolide sulla vettura.

Tobia, rabbioso come un cane, chiamò immediatamente la polizia stradale. Il gatto Felix fu portato senza indugi alla stazione di polizia per aver disturbato il traffico e per caccia illecita agli uccelli. Dovette pagare una multa di cinque dugatti.

L’autobus intanto continuò il suo percorso e si fermò in piazza Gattapelata. Là Muri aspettava Federica e insieme, a braccetto, entrarono nell’osteria. Si accomodarono ad un tavolo riparato dal sole in un angolino accogliente del giardino. Il cameriere venne di corsa con la lista delle vivande.

Il menù delle delizie,
per i gatti le primizie:
Tutto panna è il brodo bianco,
si tramuta il pane stanco
in crostini appetitosi
dai profumi deliziosi.
Poi ci sono la polenta
e la pizza succulenta,
il ragù con la cipolla,
trote fresche e carne frolla.
Pei gattini golosetti
ci son gran manicaretti,
per i gatti più affamati
le frattaglie e gli insaccati.
Capo cuoco è il gatto Dino
che lavora allo spiedino,
cuoce, frigge e fa bollire
cibi ghiotti a non finire.
Muri siede con l’amica,
la gattina Federica,
e si sfiorano i ginocchi
e si abbuffano di gnocchi,
di vitello fatto arrosto
e non badano al suo costo.
Sono sazi e innamorati,
sono gatti fortunati,
ma ahimé il tempo vola
tra un bacio e una parola.

Dopo il pranzo, Federica andò a trovare l’amica Teodora. Suo marito, il gatto Jumbo, era in viaggio per affari in Tigrania, e così le due amiche potevano chiacchierare indisturbate della moda, dei bambini e delle conoscenti comuni.Teodora aveva due figlioletti, Teo e Dora. Il maschietto frequentava la terza elementare e la femminuccia la prima. Tutti e due se la cavavano benissimo a scuola. Erano l’orgoglio di Teodora.

All’arrivo di Federica avevano appena finito di fare i compiti ed erano andati a giocare. Teo faceva le capriole e Dora cercava di acchiapparsi la coda. Dopo, i due gattini giocarono a carte e poi a nascondino. Dora si rannicchiò in un armadio e Teo riuscì a trovarla in un istante. La facilità del gioco lo infastidiva e sbuffava annoiato, ma non troppo.

Teodora suggerì ai due di recitare per la zia Rica qualche poesiola. Dora accettò con entusiasmo la proposta, fece subito un inchino e declamò prontamente:

                  Fa’ la pappa, bel micino,
                  crescerai se sei piccino.

Federica la applaudì clamorosamente. Teo invece cercò di farla franca dicendo di non sapere nessuna poesia. Dopo lunghe esortazioni da parte di Teodora, riuscì a ricordarsene una. Recitò con enfasi:

                  Il vicino alleva gli orsi,
                  noi le pulci che dan morsi.

Federica rise di cuore, al contrario di Teodora che gettò un gridolino di disgusto: “Mamma mia, chi ti ha insegnato questi versi impertinenti?”.

“Il bidello Maramao”, spiattellò Dora.

“Spiona!” le rinfacciò Teo facendo le boccacce.

“Smettetela!” si spazientì Teodora.”Adesso mangerete alla svelta e andrete difilato e senza far storie a dormire.”

I due gattini ubbidirono. Dopo aver bevuto il latte, s’infilarono nel letto. Il lettino di Dora era rosa, quello di Teo invece celeste.

Teodora e Federica cantarono ai frugolini la ninna nanna GATTI GATTI:

Gatti bianchi, gatti rossi,
gatti neri dentro i fossi,
viene l’ora di dormire
perché il sole va a morire.
Gatte scure, gatte chiare,
questa è l’ora di sognare.
Ogni sogno è una scodella
dove nuota una sardella,
ogni sogno sa di miele,
ha il profumo delle mele.
Gatti, gatti, vien la notte,
uno ad uno già vi inghiotte.
Ha il sapore della panna
questa dolce ninnananna,
sembra proprio un’altalena
questa breve cantilena.

Mentre Federica era da Teodora, Muri sedeva con l’amico Miao allo stadio. Era il giorno di una grande partita. In campo c’erano le squadre GATTONE e GATTINO. I Gattoni erano della città vicina, i Gattini invece giocavano in casa. Gli spettatori naturalmente tifavano per i Gattini. Anzi, si sgolavano: “Viva i Gattini! Che schifo i Gattoni!”.Nonostante questo, i Gattoni avevano avuto la meglio durante l’intero primo tempo. Solo al secondo tempo avevano subìto la prima rete. Il pubblico delirava per la propria squadra, e i più scalmanati si erano messi a scandire:”Noi tifosi abbiam gridato: rete! rete! a perdifiato.”

Dopo ci fu una gran mischia davanti alla porta dei Gattini e più d’uno era rimasto per terra lungo disteso e ammaccato. L’arbitro Matteo Rigattieri assegnò ai fallosi un calcio di rigore. I tifosi si misero a fischiare. Il più accanito di tutti era il grande e grosso Ciombe. Poco mancava che non saltasse in campo. Ululava come un ossesso: “L’arbitro Matteo è un babbeo!”.

Ciombe veramente avrebbe dovuto marcire in gattabuia, ma poiché le guardie Zampetta e Musino avevano voluto vedere la partita a tutti i costi, l’avevano portato con sé.

Dopo, nello stadio si fece un gran silenzio. Il centravanti dei Gattoni sferrò un colpo magistrale che il portiere dei Gattini parò con altrettanta maestria, anzi, riuscì a bloccare il pallone a un pelo dalla porta. Tutto lo stadio esplose dalla gioia; Miao abbracciò Muri promettendogli un boccale di latte frappé a fine partita.

Subito i Gattini tornarono alla carica e segnarono ben presto altre tre reti. Vinsero per quattro a zero. Gli spettatori sventolavano le bandiere, la banda municipale intonò la marcia dei calciatori e i più focosi si misero a cantare e a sfottere: “Questo gatto centro-avanti / ne fa quattro in pochi istanti!”.

Anche Miao si unì per un po’ al coro, ma a furia di spolmonarsi gli venne una sete da morire e con Muri andò a bersi il progettato frappé.

E così la giornata di Muri a Gattopoli sta lentamente finendo. I suoi amici lo hanno lasciato, andando ognuno per la sua strada.

Federica guarda Tom e Jerry alla televisione, il bidello Maramao racconta ai suoi micetti favole di gattopardi, gattimammoni e gattemorte.

Miao è andato in piena notte a pesca di gattucci.

Le guardie Zampetta e Musino invece giocano con Ciombe a rubamazzo e a su le mani!

Insomma, tutti si divertono un mondo.

Muri si incammina verso il vicolo degli Orticelli chiedendosi meditabondo cosa scriverà nel libro che sta compilando di sera in sera, già da qualche annetto. Muri, bisogna dirlo, è uno scrittore e tempo fa il sindaco gli aveva affidato l’ingrato compito di eternare tutti gli eventi degni di memoria accaduti a Gattopoli.

Sotto il raggio della luna
già le case ad una ad una
si addormentano beate
lungo strade abbandonate.
Solo Muri è ancora desto,
scrive scrive, lesto lesto
il suo LIBRO DI FELINO,
lo compone per benino.
E non c’è nulla di meglio
del caffè per stare sveglio.
Muri scrive, Muri beve,
la fatica si fa lieve.
Mezzanotte è già battuta
quando l’opera è compiuta.
Ora il gatto gran scrivano
può buttarsi sul divano
e in men che non si dica
sta sognando Federica.

Titolo del testo originale ” MACEK MURI”
Mladinska knjiga, Ljubljana 1975

Traduzione dallo sloveno di Jolka Milič,
per le filastrocche con l’aiuto della
poetessa triestina Valeria Sisto Comar

Di seguito breve biogragfia dell’autore a cura di Jolka Milič 

Il poeta, romanziere, scrittore per l’infanzia e traduttore sloveno Kajetan Kovic è nato nel 1931 a Maribor in Slovenia. Si è laureato in letteratura comparata e teoria letteraria all’università di Ljubljana nel 1956. Fino al pensionamento è stato editore capo della casa editrice nazionale DZS. Per ragioni di studio ha soggiornato a Parigi e a Praga. Ha partecipato a numerosi incontri letterari nelle più svariate città europee. Membro dell’Associazione degli scrittori sloveni e del Pen club. Membro anche dell’Accademia slovena delle Scienze e delle Arti.
Autore di quatto romanzi, di un libro di racconti, di un libro di saggi sulla poesia slovena, di diciassette raccolte di poesia e di una decina di libri per l’infanzia, tra cui segnaliamo: Franca izpod klanca (Francesca vattelappesca), 1963, premio Levstik; Zlata ladja (Il vascello d’oro), 1969, 1975 e 1980; Moj prijatelj Piki Jakob (Il mio amico Piki Jakob), 1972, ristampato fino ad oggi moltissime volte; Macek Muri (Il gatto Muri), 1975, anche questo con numerose ristampe; Zgodnje zgodbe (Racconti iniziali), 1978; Križemkraž (A sbieco e di traverso), 1980, edizione ampliata 1991; Zmaj direndaj (Il draghetto chiassosetto oppure Il dragone fracassone), 1981, 1991; Pajacek in puncka (Il pagliaccio e la bambina), 1984 – premio Levstik 1985 e Macji sejem (La fiera dei gatti), 1999.num010kovic

(foto di Tihomir Pinter)

Una lunga e articolata storia nella quale i protagonisti assoluti sono i gatti, visti nelle loro attività quotidiane, alle prese con situazioni e problemi molto umani.
Da notare anche il ricorrere, quasi un gioco di parole, di termini derivati e composti della parola gatto. Come non pensare al “Gatto con gli stivali”, proposto all’attenzione dei lettori per la prima volta da Giovanni Francesco Straparola (e non si sa se sia una sua invenzione o la ripresa di un tema popolare), rielaborato da Gianbattista Basile, ma definitivamento attestato come personaggio grazie ai fratelli Grimm e a Charles Perrault.
Ma ci sono gatti più moderni sono lo Stregatto di Alice e altri resi celebri dai film, come gli Aristogatti di Walt Disney o la versione spagnola del Gatto con gli stivali in Shrek.
Persino nei fumetti e nei cartoni animati i gatti non mancano, da  gatto Silvestro a Felix , da Tom a Garfield e poi il delizioso Tom Micio di Beatrix Potter.
I gatti hanno sempre occupato un posto di rilievo nella storia, o venerati, come ai tempi degli Egizi, o odiati e perseguitati, come nel medioevo, e ancora oggi un gatto nero può suscitare superstizioso fastidio oppure essere considerato un portafortuna come il famoso Maneki Neko, la statuina giapponese detta anche gatto della fortuna.


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Intervallo pittorico librario n.2

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Donna in azzurro che legge una lettera
Jan Vermeer, van Delft, 1663
olio su tela, 46,6 × 39,1 cm
Amsterdam, Rijksmuseum

 

C’era solo una cosa che potesse distoglierla dalla lettura del libro che aveva lasciato la sera prima sul tavolo. Una lettera. E solo una lettera di Jacob. Dopo tante insistenze aveva ottenuto che un servitore salisse ad appendere al muro quella grande carta geografica sulla quale seguire con la fantasia il viaggio di Jacob. Sua madre era convinta che lo stare a lungo in piedi a fissare il muro avrebbe ben presto nuociuto al bambino. Ma Grethe non aveva certo intenzione di commettere un’imprudenza. Il bambino che aspettava da Jacob era il loro bene più prezioso, un legame in più in quella forzata, ma necessaria lontananza, e lei non avrebbe fatto nulla che potesse metterne in pericolo la salute. La vecchia Aylin, che in molte cose era più moderna di sua madre, l’aveva incoraggiata, sostenendo che il bambino avrebbe sentito il benefico influsso dell’amore reciproco tra i genitori e così Grethe si era fatta sistemare una comoda poltrona davanti alla carta geografica e spesso vi sedeva, raccontando a bassa voce al bambino l’itinerario del padre. Ma quella mattina Grethe non pensò neppure un attimo a mettersi seduta. Aveva dormito più del solito e quando era scesa, la posta era già stata consegnata a suo padre. Tutta, tranne quella grande lettera bianca che spiccava sul copritavolo di velluto scuro. Il bambino si mosse con delicatezza, quasi avesse intuito l’emozione della madre. Grethe lesse tutta la lunga lettera restando in piedi davanti al tavolo, gli avambracci delicatamente appoggiati alla casacca di seta azzurra che copriva il suo ventre sempre più voluminoso. Jacob stava per tornare. La lettera non avrebbe potuto contenere notizia più bella, Jacob sarebbe stato accanto a lei nel momento in cui il loro piccolo avrebbe visto la luce. Solo questo contava. Sorvolò il lungo elenco di magnifici doni che Jacob aveva accumulato per loro nelle varie tappe del viaggio e la sua mente pratica cominciò a valutare le cose più necessarie da fare perché al suo ritorno tutto fosse pronto. Per prima cosa avrebbe chiesto a Jutta di aiutare Morrisen a rinfrescare lo studio di Jacob; Morrisen si sarebbe occupato dei lavori pesanti,e Jutta avrebbe provveduto al resto. Da quel giorno in poi non doveva mancare ogni mattina un mazzo di tulipani freschi sulla scrivania di Jacob, fino al suo arrivo. Poi bisognava che Oberon, il suo cavallo preferito, fosse portato regolarmente a cavalcare, affinché il padrone lo ritrovasse in piena forma. Tutta la casa doveva essere pronta per accoglierlo. Ma c’era tempo. Grethe aveva tutta la giornata davanti a sé per assaporare la gioia del ritorno di suo marito. Sedette nella comoda poltrona davanti alla carta geografica e cominciò a raccontare al bambino i preparativi che suo padre stava facendo sulla nave per fare vela verso di loro. Presto, molto presto.

Ajataj

La letteratura slovena per l’infanzia non è molto nota in Italia. Anzi, non lo è per nulla. E proprio per questo motivo vi propongo alcune storie tradotte appositamente in italiano da Jolka Milič e pubblicate sulla rivista on line Fili d’aquilone.
La storia di Ajataj è inserita nel numero dieci della rivista.

milicJolka Milič è nata nel 1926 a Sežana (in Slovenia), dove tutt’ora vive e lavora. Ha tradotto almeno una ventina di libri di poesia, che in gran parte ha anche curato. Traduce soprattutto poesia dall’italiano allo sloveno e viceversa. Nel 1999 ha vinto il “Premio Kosovel” per la traduzione della silloge Botticelli di Ivo Svetina. Nel 2004 è stata premiata dall’Associazione Artecultura di Trieste “per la sua preziosa e intelligente opera di ponte fra le letteratura di Slovenia e Italia”. Nel 2005 le è stata conferita dal Presidente della Repubblica Ciampi l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana e dall’Associazione dei traduttori letterari sloveni di Ljubljana ha ricevuto l’ambito “Diploma Lavrin”.
Ajataj
di Gitica JakopinDietro tre verdi stagni, in una vasta foresta vive il gigante Ajataj. Ajataj ha una chioma fluente come tutti gli uomini acquatici e una folta barba grigia che tocca terra. Il suo viso è pieno di piccole rughe. Gli si sono formate perché è un tipo gioviale che ride volentieri. Sorride agli uccelli e alle formiche, agli scoiattoli e alle farfalle, alle fate e agli gnomi. Inoltre ai bambini e talvolta anche agli adulti.Ajataj ha un letto di soffice muschio e non ha bisogno di una casa. Sopra il suo letto si intrecciano i rami con larghe foglie e lo riparano dal vento e dalla pioggia. Per tavolo ha scelto un ceppo liscio e rotondo. Gli scoiattoli glielo puliscono ogni giorno con la coda, le farfalle lo ricoprono con le loro ali di seta.Ajataj dorme di giorno. Riposa all’ombra di una vecchia quercia. Con essa ha stretto amicizia da lungo tempo. Tutti gli animali selvatici del luogo sono invece la sua famiglia. Gli insetti gli ronzano intorno come dei piccoli elicotteri. l battiti dei picchi sui tronchi echeggiano cupamente. Le gazze quasi sempre litigano svolazzando rabbiose di ramo in ramo. La ghiandaia siede ogni mattina su un cespuglio e nella scuola degli uccelli insegna ai passeri, ammaestra le cinciallegre, gli storni e i fringuelli. Anche lo scoiattolo, smanioso di imparare, ogni tanto scende in aula lungo un fusto scivoloso e persino la vecchia volpe sorniona tende un orecchio.Ma il nostro gigante continua a dormire saporitamente. Qualche volta russa nel sonno e sotto gli alberi pare il sospiro di una montagna.Ma quando arriva la notte in punta di piedi, all’improvviso tutto si rianima. Le civette, stridendo da ogni dove, si augurano il buon giorno e dai rifugi del bosco sbuca l’armata di Ajataj, gli allegri folletti Dormi-dormi. Si chiamano a colpi di fischietto e corrono sotto la vecchia quercia. Quando sono tutti riuniti siedono intorno al ceppo e Ajataj comincia a parlare: “Tutti qui? Stanotte ci sarà un gran daffare, perché fa molto caldo. I bambini stenteranno di addormentarsi. Andiamo?”.“Andiamo?” rispondono in coro i folletti e si alzano.Ajataj tira verso di sé una grande gerla e i folletti uno dopo l’altro, salendo prima sul ceppo, vi saltano dentro. Quando è piena il gigante se la carica sulle spalle e riprende la strada di ogni notte.Passando oltre i tre verdi stagni, arriva su una radura dove il tasso dormiglione gli fa un cenno di saluto, le lepri invece si affacciano solo alla soglia e si voltano sonnacchiose dall’altra parte. Ajataj le saluta e scende sul sentiero che biancheggia tra i campi. Sotto la scura montagna serpeggia un fiume limpido. I prati tacciono sotto il chiaro di luna. Quando Ajataj scorge davanti a sé i bianchi muri e i tetti lucenti della città si ferma. Posa la gerla sul marciapiede. I folletti saltano fuori. Nel frattempo hanno fatto un sonnellino e adesso si stiracchiano tutti contenti.“Su, svelti, filate!” dice Ajataj. “E badate di non spaventare i lattanti che dormono sodo già da un pezzo.”I folletti pullulano per le vie come formiche. Silenziosi come topolini entrano di soppiatto in tutte le case. Danno una occhiata ad ogni lettino dove i bambini già dormono, e regalano loro dei bei sogni. Ma in vari luoghi i marmocchi vegliano ancora. Sdraiati sul dorso si divertono un mondo a scalciare e a buttare le coperte per terra. Oppure si tirano i cuscini e saltano vispi come capretti. In queste case i folletti sostano di più. Fanno un cerchio, si prendono per mano e si mettono a cantare:  
                 Ninna-ò, Ninna-ò,
                  ogni gioco
                  dura un po’.    
                 Se dormire
                  non vorrai,
                  alla scuola tarderai. 
                  Chiudi gli occhi
                  e fa la nanna
                  cocco bello della mamma. 
                  Ninna-ò, Ninna-ò,
                  ogni gioco
                  dura un po’.
Anche in queste case si fa presto silenzio. I bambini respirano profondamente. Le palpebre diventano così pesanti che tra qualche istante gli occhi già socchiusi si chiuderanno definitivamente. Nella ragnatela sotto il soffitto si è intrappolata una mosca e cerca invano di liberarsi. Il ragno invece continua a tessere la sua tela e tesse, tesse senza posa…I folletti chiudono silenziosamente le porte alle loro spalle. Ballando e cantando a lungo, vanno di casa in casa, finché non si addormenta tutta la città. Solo allora ritornano da Ajataj. Cadono stanchi morti nella sua cesta e lui li riporta indietro attraverso i prati sotto la scura montagna, per il bianco sentiero, oltre la radura e i tre verdi stagni. Laggiù, nella vasta foresta, li scarica. I folletti si separano andandosene ognuno per conto proprio ed anche Ajataj si distende sul suo soffice muschio.Gli uccelli tra i rami si stanno svegliando, gli alberi scuotono le fronde intorpidite, la rugiada imperla le foglie. L’alba pian piano risplende sulla città, sulla campagna e sul bosco immenso.Titolo del testo originale “AJATAJ”
Mladinska knjiga, Ljubljana 1984Traduzione dallo sloveno di Jolka Milič
Di seguito la biografia dell’autrice a cura di Jolka MiličLa traduttrice e scrittrice Gitica Jakopin nacque nel 1928 a Leskovec (Krško, in Slovenia). Nel 1942, prima ancora di completare il ginnasio, fu deportata con la famiglia in Austria e, a Bregenz, alla fine della guerra ottenne la maturità classica; in seguito fece ritorno in patria con i suoi. Dopo essersi laureata in germanistica e romanistica alla facoltà di filosofia di Ljubljana, iniziò la sua intensa carriera di traduttrice: tradusse infatti più di 70 romanzi di autori famosi, tra cui Dostojevskij, Rabelais, Carroll, London, Hohlen, Smullyan, Agata Christie, Handke, Chamisso ecc. Lavorò per ben otto anni anche nella redazione cinematografica della Radiotelevisione slovena, traducendo centinaia di film, drammi e serial. Scriveva anche in proprio, pubblicando poesia e prosa per adulti e l’infanzia su molte riviste letterarie.
Nel 1962 diede alle stampe il suo primo romanzo, Žarometi (Riflettori), con una successiva edizione rivista nel 1996; nel 1963, Devet fantov in eno dekle (Nove giovani e una ragazza – Premio Kajuh), romanzo rielaborato nel 1978; mai del tutto soddisfatta pubblicò il racconto Veronika nel 1980 e lo rifece ampliandolo nel 1996, cambiando perfino il titolo in Slovo od deklištva (Addio alla fanciullezza o allo stato di ragazza). Il libriccino illustrato per i più piccini Ajataj è anche del 1980. Nel 1986 con il titolo Anina uspavanka (La ninnananna di Ana) uscì una raccolta di poesie infantili e nel 1995 la raccolta di prose brevi Duša kaj želiš (Anima che cosa desideri). Riunì in un libro tre radiocommedie: Na vrhu svobode (Al culmine della libertà), che pubblicò all’inizio del 1996, un po’ prima di morire per un ictus cerebrale, il 9 marzo. Nel 1985 le fu assegnato il premio Sovrè per la sua opera di traduttrice.num010jakopin

(foto di Primož Jakopin)Leggendo questa bella storia ho ripensato alla figura dell’Uomo della Sabbia, nota da secoli e ripresa anche da E.T.A. Hoffmann ( la storia d’amore tra un uomo e la bambola meccanica Olimpia, tema che verrà ripreso nel tempo,  ricordiamo almeno Eva futura di A.Villiers de l’Isle-Adam e Metropolis di Thea von Harbou e Fritz Lang) e da H. C. Andersen.

Little Nemo Fellini

Inserisco qui assai volentieri il post di Giuliano, preso dal blog Abbracci e pop corn, perché è molto interessante e mi ha bruciata sul tempo

nemo2Sulle fonti di Fellini si è discusso molto, a suo tempo. Una di queste fonti è però certissima, e basterà confrontare alcuni fermo immagine dall’inizio di “I Clowns” di Fellini con le storie di Little Nemo per averne conferma. Lo scrupolo con il quale Fellini ha ricostruito la stanza da letto di Nemo è esemplare: non c’è una cosa fuori posto, bambino compreso.

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“Little Nemo” ha cent’anni. Il suo autore, l’americano Winsor McCay, lo ha disegnato per parecchi anni, più o meno dal 1905 al 1910, non per una galleria d’arte ma per un quotidiano, il New York Herald. La storia, in tanti episodi che si esauriscono sempre in una tavola, è quella di un bambino che dorme e sogna; e che dal sogno si sveglia sempre nell’ultima vignetta, spesso cadendo dal letto o comunque in modo buffo, o nel modo in cui anche noi ci svegliamo dai nostri sogni.
Sono sogni spettacolari, disegnati da un artista che definire grande è davvero riduttivo. Davanti alle tavole di Winsor Mc Cay si rimane ancora oggi senza aggettivi perché i superlativi finiscono subito.
nemo mccay 2nemo mccay 1nemo mccay 3Vanno sottolineate ancora due cose: che al mondo dei sogni era già dedicata la serie di tavole precedenti a Little Nemo (“Dreams of the rarebit fiend”: sogni e incubi derivati dall’aver mangiato troppo, con personaggi sempre diversi), e che negli stessi anni (per l’esattezza, l’anno 1900), a Vienna, Siegmund Freud dava alle stampe “L’interpretazione dei sogni”.

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È stata un’ottima occasione per riprendere in mano le due raccolte che acquistai tanto tempo fa su una bancarella. Sono due vecchie edizioni Lo Vecchio (sembra un gioco di parole), uniche superstiti dell’originaria raccolta in cinque volumi e contengono l’una le strisce scritte e disegnate da Winsor McCay dal 26 luglio 1908 al 27 giugno 1909 e l’altra dal 4 luglio 1909 al 28 agosto 1910 con i incipali personaggi delle avventure di Nemo: il buffo Flip che fuma sempre il sigaro, il piccolo selvaggio Imp, la bella Principessa di Slumberland, Bimbo, il dottor Pillola, re Morfeo, i marziani.
I sogni di Little Nemo sono sempre concitati e strabilianti e si concludono con un brusco risveglio, spesso accompagnato da una caduta dal letto, che gli fa sospirare: “Meno male che era un sogno” oppure”Ma perché non faccio sogni più belli?”
Qui un sacco di notizie interessanti su Little Nemo. 

Candy Candy

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Correva l’anno 1987 e su Rete 4 apparve una fanciullina bionda destinata a diventare un mito per le bambine e le adolescenti dell’epoca, nonché la cocca delle loro mamme: Candy Candy.
 

Il nome suonava un po’ melenso, ovviamente faceva pensare alle caramelle, ma ben presto le avventure disavventure dell’orfanella americana calamitarono l’attenzione di una vasta fascia di pubblico. Perché? 

La trama è ricca di colpi di scena, la piccola Candy in sedici anni passa dalla povera ma calda allegria della casa di Pony, l’orfanotrofio in cui cresciuta, agli agi dell’aristocratica famiglia Legan, nella quale la sua esistenza è avvelenata dalla perfidia dei rampolli di casa Iriza e Neal; dall’esclusivo collegio londinese in cui conosce i fedeli amici Archie, il damerino, Stear, l’eccentrico inventore, e Anthony, il principe azzurro incontrato nell’infanzia sulla collina di Pony, (tutti membri dell’altrettanto illustre casata degli Andrew che diventa la sua nuova famiglia, liberandola dalla tirannia dei Legan) , alla dura vita nelle corsie dell’ospedale. Nel college ritrova la compagna di orfanotrofio Annie, adottata dai Brighton, e conosce l’intellettuale Patty. Nascono i primi batticuori, Archie d Annie, Stear e Patty,  Candy e il nobile e spavaldo Terence Grandchester, malgrado Candy non abbia mai dimenticato il suo primo grande amore, il giovane Anthony Andrew, morto per una caduta da cavallo. Da qui in poi è un susseguirsi di colpi di scena, la comparsa del misterioso Albert, che vive con semplicità circondato dagli animali, il contrastato e sofferto rapporto con Terence e la rinucia a lui dopo che la compagna di lavoro Susan gli salva la vita durante un incidente di teatro. E poi il duro apprendistato sotto la rigidissima miss Mary Jane nell’omonima scuola per infermiere a New York, gli anni della Prima Guerra Mondiale con il suo carico di orrore e di morte (lo stesso Stear, arruolatosi in aviazione, morirà nei cieli d’Europa), la serrata corte del perfido Neal, disposto a qualunque inganno pur di poterla sposare, e il provvidenziale intervento del misterioso zio William, capo indiscusso della famiglia Andrew, che Candy scopre con grandissima sorpresa non essere altri che il sensibile Albert, da lei già incontrato tanti anni prima sulla collina di Pony e scambiato con Anthony per la somiglianza dovuta alla parentela. 

D’accordo, c’è molta carne al fuoco, ma perché tanto successo? Probabilmente perché il mondo reale irrompe per la prima volta nell’infanzia e nell’adolescenza con il suo carico di problemi: la morte, l’amore, la malattia, la guerra. Il giovane pubblico di Candy trepida èer lei, condivide gioe e dolori, ma  soprattutto l’apprezza perché ha carattere da vendere e non si abbatte mai sotto i duri colpi della vita. Ogni volta rialza orgogliosamente la testa e torna a lottare, magari dopo essersi concessa un periodo di riflessione e di riposo nella quiete della casa di Pony, il vecchio orfanotrofio in cui miss Pony e suor Maria l’aspettano sempre a braccia aperte. 

Candy con la sua allegria e il suo coraggio diventò così un forte modello positivo e propositivo per una generazione di adolescenti. Le veline e le letterine sono ancora di là da venire. 

Due parole anche sui bravissimi doppiatori. 
Ecco qui le voci dei personaggi ( mi limito ai principali perché sono tantissimi): 

Candy Candy: Laura Boccanera ( sua anche la voce di Maria Antonietta in Lady Oscar, di Belle nel film Disney La Bella e la Bestia; il fratello Fabio è doppiatore (sua la voce di Stear), così come i cugini Rossi: Massimo, Emanuela e Riccardo, il primo e l’ultimo entrambi nel cast dei doppiatori di Candy Candy)
Annie Brighton: Susanna Fassetta (doppiatrice di tantissimi personaggi dei cartoon, cito uno per tutti: Jeanne de la Motte in Lady Oscar; sia lei che il fratello Christian hanno lasciato il doppiaggio))
Candy e Annie TV
Anthony Andrew: Marco Guadagno (attore dall’età di dieci anni, è la storica voce del puffo Quattrocchi, e ha anche lui una sorella doppiatrice, Francesca)
Anthony TV
Terence Grandchester: Massimo Rossi (ha prestato la suadente voce  anche ad André in Lady Oscar)
Candy e Terence TV
Albert /zio William Andrew: Guido Sagliocca (tra le tante interpretazioni, sua la voce di Blue Falcon nell’omonima serie)
Albert TV
Iriza Legan: Laura Lenghi ( la simpatica voce di Serine in Hello Spank e di Ape Magà)
Neal Legan: Riccardo Rossi (voce di Lucky Luke, Lowell in Lady Georgie e Frankie in “Angie Girl”, cartone animato al quale ho intenzione di dedicare un post, per quanto mi piacque.)
Neal e Iriza TV
Archie Andrew: Sergio Luzi (Bernard Chatelet in Lady Oscar e Ryoga in Ranma 1/2 2^ parte)
Stear Andrew: Fabio Boccanera (Willy in Ape maia, Ranma Saotome in Ranma 1/2 2^ parte 2^ ediz. Ryonosuke Akagi in Full Metal Panic)/Oliviero Dinelli (Naoto Date o l’Uomo Tigre nel cartone omonimo 2^ voce)
Stear e Archie TV
Patty: Cinzia De Carolis (la mitica lady Oscar e poi Evil-Lyn in He-Man e Simone Lorene/La Stella della Senna in Il Tulipano Nero)
Patty
Miss Pony: Laura Carli (la fata Smemorina nella Cenerentola disneyana)

Miss Pony TV(disegni del cartoon  dal sito di OnlyShojo)
Tutti gli interpreti hanno anche una rispettabilissima carriera di doppiatori cinematografici, ma a noi che siamo piccoli interessano i cartoni animati, vero? 😉

E poi ci tengo a precisare che la mia ricca fonte di informazione è stata questo utile sito

Candy Candy in origine fu un romanzo del 1975 di Keiko Nagita, o meglio Kyoko Mizuki, pseudonimo con cui era molto popolare l’autrice. Fu lei stessa ricavarne un manga, con le illustrazioni di Yumiko Igarashi e diventò una pubblicazione mensile dall’aprile 1975 al marzo 1979. Il successo fu talmente travolgente che la Toei Animation lo trasformò in un anime televisivo di  115 episodi che andarono in onda in Giappone dal 1° ottobre 1976 al 2 febbraio 1979.
Candy Candy arriva in Italia prima di tutto come anime e viene vissuta come la prima soap opera animata per teenager. La serie viene doppiata dalla CITIEMME su dialoghi adattati da Stefania Froia, e trasmessa per la prima volta nel 1980 su diverse emittenti locali (prima fra tutte Telesanterno di Bologna), e successivamente dal circuito Euro TV, per poi essere acquisita dalla allora Fininvest, e trasmessa su Rete 4 nel 1987 e su Italia 1 nel 1988, con la sigla italiana cantata dai Rocking Horse. Nel 1989 viene ritrasmessa su Canale 5, ma con il titolo Dolce Candy ed una nuova sigla cantata da Cristina D’Avena. (Da Wikipedia).
Le puntate di Candy Candy diventarono un appuntamento irrinunciabile per milioni di ragazzine e non solo. Rimanga fra noi, non ne ho persa una e non mi sono fatta mancare neppure l’album con le figurine, tanto avevo la scusa di due figli piccoli…

Grazia Nidasio

nidasio_1Giuliano dal blog Abbracci e pocorn

 

Veramente, Grazia Nidasio era roba per bambine: però i disegni erano belli, li guardavo sempre e finivo sempre con il leggere anch’io le storie di Valentina, che per la precisione erano storie da ragazze, e non da bambine. Quello che non sapevo ancora, perché era difficile collegare le due storie, era che Grazia Nidasio era anche l’autrice dei disegni del Dottor Oss, una storia (su testi di Piero Selva) che era apparsa sul Corriere dei Piccoli qualche anno prima (sto parlando degli anni fra il 1966 e il 1971) e che parlava di fantascienza, di esplorazioni, di avventura.
nidasio_2nidasio_3Per me fu una sorpresa, ma il disegno in effetti era lo stesso, anche se in ambiti diversi si capiva che l’autore era uno solo. Anzi, non l’autore ma l’autrice: e con un segno decisamente femminile, ben diverso da tutti gli altri che c’erano sul giornale. E, siccome è raro trovare una mano femminile nel mondo del fumetto, aggiungo subito che mi dispiace molto che di Grazia Nidasio si sia sempre parlato così poco: come si vede, ha ben poco da invidiare agli altri autori continuamente citati.

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E qui mi fermo, perché penso che di parole ne ho già messe in fila abbastanza: i disegni parlano da soli. Anzi, aggiungo solo una riga: quello che basta per un inchino rispettoso, alla maniera dei tre moschettieri, di quelli col cappello piumato che va a sfiorare il pavimento per poi risalire dietro la schiena (non mi viene tanto bene, di persona: ma con l’immaginazione ci si può arrivare).
PS: La vignetta con la Stefi viene dal “Corriere della Sera”, anno 2001 e dintorni.

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In appendice al post di Giuliano, potete leggere un’intervista di Giulia Mozzato del 26 febbraio 2006 a Grazia Nidasio. Qui

A ciascuno la propria “Norwegian wood”

Ho appena finito di leggere l’omonimo, bellissimo libro di Murakami e non ne parlerò, perché non si tratta di un libro per ragazzi. Sono qui piuttosto perché l’inizio del romanzo mi ha fatto riflettere su quanto possa essere importante nella nostra vita una canzone.
Nel libro di Murakami la canzone dei Beatles è il vaso di Pandora dei ricordi del protagonista.
Tutti abbiamo una o più canzoni alle quali siamo legati perché ci riportano a momenti belli della nostra vita, magari legati alla gioventù, al nascere di un’amore, a un periodo di vita particolarmente ricco di soddisfazioni.
Ma quando una musica o una canzone sono legati a un brutto ricordo, che cosa scatta dentro?
Una dirompente sensazione di déjà- vu prende il sopravvento, annullando il fatto inconfutabile di trovarsi in un altro tempo e magari in altra compagnia, o razionalmente è possibile scindere i due piani temporali e lasciare che la canzone resti ancorata ad un passato il cui ricordo oramai lontano è stato più o meno felicemente elaborato e metabolizzato?
Sono convinta che occorra una grande padronanza di sé per non farsi travolgere dalla piena emotiva in situazioni come questa.
È curioso, a mio parere, che non sia così difficile con un luogo. Voglio dire, visitare il medesimo luogo a distanza di anni e con persone diverse non ha un effetto pari a quello di riscoltare all’improvviso una canzone. Il luogo muta e si evolve fisicamente, è fatto di persone vive e in movimento, dà la piena sensazione dello scorrere del tempo e mi fa pensare a Eraclito… " Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va. "
E non posso dimenticare il mirabile modo in cui Proust ci spiega nella sua Recherche il meccanismo e il potere della "memoria involontaria " capace di restituirci in modo irrazionale episodi del passato che credevamo sepolti. Il sapore della madeleine inzuppato nel tè restituisce il mondo dell’infanzia a Combray; l’inciampare nel selciato dissestato è il veicolo immediato per il ritorno ad un felice soggiorno veneziano; il tocco rigido del tovagliolo, inamidato come l’asciugamano a Balbec.
Ma una canzone o una musica secondo me hanno un potere diversao, si cristallizzano in un angolo della mente, restano sopite per anni e anni fino a quando la casualità le risveglia e le riversa con l’intatta energia iniziale.
Si può vedere un luogo con altri occhi, ma non si può ascoltare una musica con altre orecchie.
Quei suoni resteranno indissolubilmente legati al passato e ce lo restituiranno come una pellicola che si srotola sotto i nostri occhi. Non ci si può far nulla. Ne sono convinta. E me ne sono persuasa ancora di più dopo aver letto il romanzo di Murakami.

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