Racconti da Shakespeare

“Detesto il fetore dei cavalli”. Mary Lamb si avvicinò alla finestra e sfiorò con la mano il pizzo sbiadito che le bordava l’abito. Era un vestito di foggia antiquata ma lo indossava senza alcun imbarazzo, tanto non faceva differenza il modo in cui decideva di vestirsi. “Questa città è una gran latrina”. Era da sola nel soggiorno e sollevò il mento, esponendo il viso alla luce del sole, la pelle segnata dalle cicatrici del vaiolo di cui aveva sofferto sei anni prima; immobile, con il volto illuminato, immaginava di essere il disco butterato della luna.
“L’ho trovato, mia cara. Era nascosto in Tutto è bene”. Charles Lamb irruppe nella stanza con in mano un volumetto verde.
Mary si voltò sorridendo. Non sapeva resistere all’entusiasmo del fratello. Abbandonò le sue fantasticherie lunari.
“Ed è così?”
“Che cosa, mia cara?”
“Tutto è bene, ciò che finisce bene?”
“Lo spero proprio”. Charles aveva la camicia di lino sbottonata sul collo e il foulard allentato. “Vuoi sentire?” Il giovane si lasciò cadere su una poltrona e accavallò le gambe con il movimento repentino e disinvolto che la sorella aveva imparato a riconoscere. Aprì il libro, le braccia tese davanti a sé e cominciò a leggere a voce alta.
Così Peter Ackroyd ci presenta Charles e Mary nel suo romanzo I fratelli Lamb, pubblicato nel 2005 da Neri Pozza con la traduzione di Massimo Ortelio.
Charles e Mary Lamb accettarono l’invito dell’editore William Godwin e si cimentarono in un’impresa che sembrava difficilissima,  quasi impossibile: per la casa editrice Children’s Library realizzarono un volume fortunatissimo e rimasto insuperato, Tales from Shakespeare (Racconti da Shakespeare), la rielaborazione in forma narrativa di alcune opere del Bardo. Ancora oggi la riscrittura letteraria dei fratelli Lamb è presa a modello per la sua semplicità e, nel medesimo tempo, scrupolosità e fedeltà.
I Racconti furono scritti dai due fratelli nel 1806 e stampati nel medesimo anno, ma con la data del successivo, muniti del sottotitolo “designed for the Use of Young”.
Quest’impresa rappresentò un fervido tributo che Charles e Mary dettero alla loro fanciullezza, ma soprattutto un notevole contributo alla critica del dramma. Nacquero dall’attenta lettura di venti drammi shakespeariani e a Charles ne appartengono cinque, mentre quindici a Mary.

Vediamoli nel dettaglio:

Tutto è bene quel che finisce bene  (Mary)
Sogno di una notte di mezza estate (Mary)
La bisbetica domata (Mary)
Racconto d’inverno  (Mary)
La commedia degli equivoci  (Mary)
Molto rumore per nulla  (Mary)
Misura per misura   (Mary)
Come vi piace  (Mary)
La dodicesima notte  (Mary)
I due gentiluomini di Verona   (Mary)
Timone di Atene   (Charles)
Il mercante di Venezia (Mary)
Romeo e Giulietta  (Charles)
Cimbelino  (Mary)
Amleto (Charles)
Re Lear  (Charles)
Otello  (Mary)
Macbeth   (Charles)
Pericle (Mary)
La tempesta  (Mary)

È con queste profetiche parole che Charles e Mary nella prefazione accompagnano gli ideali lettori verso l’arte di Shakeaspere e la consegnano loro:

 “Se i giovani lettori avranno sentito desiderio di leggere questi racconti, di gran lunga più vivo è il nostro desiderio che i Drammi originali di Shakesopeare possano dimostrare loro, quando saranno adulti, di essere qualcosa che arricchisce la fantasia, che tempera la forza d’animo, che fa arretrare di fronte all’egoismo e alla venalità, di essere, insomma, una lezione di pensieri e azioni onorevoli, atti a insegnare la gentilezza, la benevolenza, la generosità e l’umanità, perché le pagine del grande scrittore sono tutte infiorate di mirabili esempi di queste elette virtù.”

A distanza di un secolo i Racconti sono ancora annoverati fra i classici della letteratura per ragazzi, ma nel medesimo tempo hanno un fascino che li rende di godibilissima lettura anche per gli adulti, meglio ancora se conoscitori delle opere originali da cui sono tratti. Ciò perché Charles e Mary hanno saputo cogliere perfettamente le caratteristiche principali dei personaggi e i tratti essenziali delle vicende, rendendo in tutta la sua ricchezza l’atmosfera shakespeariana. Quindi i Racconti non si sminuiscono affatto nel confronto con gli originali, anzi si offrono come stuzzicante invito alla loro conoscenza.
Per cercare di capire con quali criteri i fratelli Lamb abbiano scelto le opere del Bardo, faccio riferimento alla suddivisione che Giorgio Melchiori ha fatto dei testi shakespeariani curandone l’edizione completa in nove volumi per i Meridiani Mondadori.
Sono stati trascurati completamente tutti i drammi storici;  Charles ha privilegiato 3 delle 4 tragedie, 1 dei 5 drammi classici e 1 dei 4 drammi dialettici;  Mary ha adattato 4 delle 5 commedie eufuistiche, 4 delle 5 commedie romantiche, 3 dei drammi dialettici, la tragedia non elaborata dal fratello, e 4 dei 5 drammi romanzeschi.


Per curiosità e comodità vi riporto lo schema del Melchiori sulla suddivisione delle opere shakespeariane:

Le commedie eufuistiche
La bisbetica domata – La commedia degli equivoci – I due gentiluomini di Verona – Pene d’amor perdute – Sogno di una notte di mezza estate

Le commedie romantiche
Il mercante di Venezia – Molto rumore per nulla – Come vi piace – La dodicesima notte – le allegre comari di Windsor

I drammi dialettici
Amleto – Troilo e Cressida – Tutto è bene quel che finisce bene – Misura per misura

Le tragedie
Romeo e Giulietta – Otello _ Re Lear – Macbeth

I drammi classici
Tito Andronico – Giulio Cesare     – Antonio e Cleopatra – Coriolano – Timone d’Atene

I drammi romanzeschi
Pericle – Cimbelino – Il racconto d’inverno – La tempesta – I due nobili congiunti

I drammi storici
Riccardo II – Enrico IV, parte I – Enrico IV, parte II – Enrico V
Enrico VI, parte I – Enrico VI, parte II – Enrico VI, parte III – Riccardo III
Re Giovanni – Edoardo III – Sir Tommaso Moro – Enrico VIII
Con il termine “eufuismo” si indica la maniera letteraria inglese derivata da due opere di John Lyly: Eufue, l’anatomia dello spirito (1578) e il seguito  Eufue e la sua Inghilterra (1580). “L’eufuismo riprende dalla prosa del Boccaccio e degli umanisti spagnoli e italiani  la struttura latineggiante, impreziosendola con artifici retorici, aggettivi ricercati e complesse metafore. La prosa del Lyly ebbe largo seguito ne teatro, lo stesso Shakespeare la riprese e non solo per burla.” (dalla Garzantina di Letteratura).

I fratelli Lamb non ebbero vita facile. Trovatisi in ristrettezze economiche dopo la morte del datore di lavoro del padre, ben presto cominciarono a fare i conti con la follia ereditaria. Charles (nato nel 1775) era impiegato alla Compagnia Inglese delle Indie Orientali e appena ventenne fu ricoverato nel manicomio di Hoxton e due anni dopo la tragedia si abbattè su di loro. Mary, che aveva già mostrato forti segni di squilibrio, aggredì i genitori ferendo il padre e uccidendo la madre. Da quel momento Charles si occupò di lei, evitandole la reclusione in manicomio dopo ciò che aveva fatto. 

La situazione era ancora più penosa se si pensa che nei momenti di lucidità Mary manifestava in pieno le proprie doti d’intelligenza e d’arte, come aveva dimostrato collaborando con il fratello alla stesura dei Racconti.
Riguadagnato un minimo di sicurezza economica, i due fratelli rimasero insieme fino alla morte, confortati solo dalla presenza di pochi, intimi amici, come Coleridge, compagno di studi di Charles al Christ’s Hospital, e una giovane ragazza da loro adottata, figlia di un italiano, che non si separò da loro fino al matrimonio. Ma il loro conforto più grande rimase la scrittura.
Se la fama letteraria di Mary è legata alla produzione per ragazzi, Charles deve la propria ai Saggi di Elia, che gli hanno dato un posto di spicco tra i classici della letteratura inglese.
Charles morì nel 1834 in seguito a una caduta, pochi mesi dopo Coleridge, mentre Mary visse nella della follia fino al 1847.
Esistono in commercio molte edizioni dei Racconti da Shakespeare, dalla più recente del 2007, pubblicata da Fabbri e illustrata da Joelle Jolivet a quella proposta da Sellerio, con una selezione di cinque racconti affiancati ai testi originali; dall’edizione Mursia del 1993 a quella più vecchia e difficile da trovare delle Edizioni Paoline del 1976.shakespeare

Meditazioni/7

Ritorno alle mie meditazioni sui libri e sulla scrittura, mentre cucino una nuova ricetta, la cui idea mi è venuta proprio da questo post.
40.I libri pensano per me.
(da Ultimi saggi di Elia)

Charles Lamb (1775 – 1834), scrittore e saggista britannico.
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41.Per me un libro é valido quando ti dà l’impressione che l’autore sarebbe crepato se non l’avesse scritto.
(dalle Lettere)

Thomas Edward Lawrence (1888 – 1935), militare, archeologo, ufficiale dei servizi segreti di Sua Maestà britannica e scrittore britannico (Lawrence d’Arabia)
200px-Lawrence d42.Felici fien quelli che presteranno orecchi alla parola dei morti: leggere le buone opere e osservarle.
Leonardo da Vinci (1452 – 1519), ingegnere, inventore, scultore, pittore, architetto italian
200px-Leonardo_self43.Un libro é uno specchìo. Se ci si guarda una scimmia, quella che compare non é evidentemente l’immagine di un apostolo.
(da Osservazioni e pensieri)

Georg Christoph Lichtenberg (1742 – 1799), fisico, filosofo e scrittore tedesco
200px-Georg_Christoph_Lichtenberg_Big44.”Non voglio mai leggere nulla.
Libri?
Ma che libri!”.
(da La nuvola in calzoni)

Vladimir Vladimirovič Majakovskij (1894 – 1930), poeta georgiano.
200px-Majakovskij.face45.La carne, ahimé, è triste e ho letto tutti i libri.
Stéphane Mallarmé (1842 – 1898), poeta francese.
200px-Mallarme46.Se aveste intera fiducia nei libri, sarebbe meglio non avere libri.
Mencio (372 a.C. – 288 a.C.), filosofo cinese
mencio

Kamo. L’Agenzia Babele

Kamo_immagine.jspTitolo:Kamo. L’Agenzia Babele
Autore: Daniel Pennac
Traduttore: Paola Novarese
Illustratore: Jean-Philippe Chabot
Editore: Einaudi Ragazzi
Prezzo: euro 8,00
Età di lettura: 9-14 anni


03 KamoKamo non riesce a imparare l’inglese e sua madre non riesce a mantenere un posto di lavoro per più di un mese. Sono una particolarissima coppia che litiga ridendo e si sforza di condurre una vita normale dopo la morte del padre, assai amato, al quale Kamo deve la fissazione materna sull’inglese. Fissazione scaturita anche da una considerazione pragmatica: “la prudenza tipica da immigrati” (pag.16) ereditata dalla nonna in fuga prima dalla Russia del ’23 e poi dalla Germania nazista, prudenza fattasi concreta nell’uso addirittura di una decina di lingue da parte della madre di Kamo, “caso mai capitasse che…” (pag.16)
05 Mamma
Così Kamo si trova in mano una lista con i nomi di quindici possibili corrispondenti di varie nazionalità, selezionati dall’Agenzia Babele alla quale sua madre si è rivolta. Il loro patto è semplice: se la mamma riuscirà a conservare il posto di lavoro per almeno tre mesi, Kamo si dedicherà a studiare l’inglese. Detto e fatto. La mamma mantiene l’impegno e ora Kamo non sa come sottrarsi. Anzi, lo sa bene. Obbedirà a modo proprio. Lanciando il compasso sulla lista, la scelta cade sul nome di Catherine Earnshaw.
Esordendo con un “Cara Rosbif” Kamo le indirizza una bizzarra e sconclusionata lettera che ha un solo scopo: fingere obbedienza al volere della mamma e liberarlo dall’incubo della promessa di studiare l’inglese.
Le avevo promesso che avrei scritto e l’ho fatto. Però non posso promettere che qualcuno mi risponda…” (pag.21)
La scappatoia escogitata mette Kamo di ottimo umore, situazione positiva che si ripercuote sull’intera classe e migliora il rapporto persino con la terribile prof di inglese, la signorina Nahoum.
Ma i bei sogni spesso durano poco, tempo una settimana e arriva la risposta della sconosciuta miss Earnshaw, che esordisce definendo Kamo “schifoso ranocchio dalla mente malata”. Anche l’aspetto della lettera è bizzarro: carta ruvida, coperta di spigolosa scrittura vergata con inchiostro violetto e piena di cancellature, chiusa in una busta sigillata con ceralacca.
01 lettera
Il testo è un colpo al cuore per Kamo, l’amaro sfogo di una ragazzina che non ha ancora superato il dolore per la morte del padre e convive con il rimorso di averlo fatto soffrire tante volte con il proprio egoismo e le proprie pretese.
Pieno di sensi di colpa per la propria leggerezza, Kamo ricorre all’aiuto del suo migliore amico, assai bravo in inglese, e risponde con una lettera alluvionale nella quale continua a scusarsi per l’involontaria cattiveria e le parla a ruota libera del padre e della sua morte.
Comincia così la febbrile attesa di un cenno di perdono da parte della lontana e sconosciuta Cathy, la quale risponde rassicurandolo e sfogandosi a propria volta nel rivelargli la brutalità del fratello Hindley e la nascosta passione per un certo H. che vive in casa con loro come uno sguattero.
Continua l’allucinata corrispondenza che Kamo inizialmente porta avanti con l’indispensabile aiuto del fraterno amico il quale, angosciato per il fortissimo coinvolgimento emotivo di Kamo,  comincia indagare per conto proprio. Strana, stranissima ragazza questa Cathy che si esprime come se vivesse alla fine dell’Ottocento, deve essere una povera mentecatta rinchiusa in un manicomio, che descrive le brutalità e le violenze che la circondano! Ma la faccenda sembra più complicata del previsto. Con l’aiuto del professor Baynac, l’insegnante di storia, del professor Pouy, insegnante di educazione artistica e del medico scolastico, il dottor Grappe, viene a galla la strabiliante realtà: la carta da lettere, la grafia, il sigillo, l’inchiostro, tutto dimostra chiaramente che quella lettera proviene davvero dall’Ottocento!
04 Amico
Di fronte all’intervento dell’amico, che vuole salvarlo dalla pericolosa fissazione per Cathy, avviene l’inevitabile rottura. Kamo monta su tutte le furie, non parla più con il compagno e si fa comprare dalla madre vari vocabolari d’inglese, d’ora in avanti farà di tutto per tradurre le lettere di Cathy e scriverle in un inglese decente, perfino rivolgendosi all’esultante prof.ssa Nahoum che vede così Kamo trasformarsi nel primo della classe per la sua materia.
L’amico di Kamo non si dà per vinto, conosce altri ragazzi che hanno un corrispondente straniero e si convince sempre più che ci sia sotto qualcosa di veramente strano.
Raynel è avviluppato in una fitta corrispondenza in italiano con il nipote di un certo Visconte di Terralba, terrorizzato perchè lo zio, dopo essere  stato tagliato in due sul campo di battaglia contro i Turchi alla fine del ‘600 , tiranneggia chiunque gli stia vicino e tenta di ucciderlo. Franklin soffre per Nietotchka Niezvanov, angustiata dalla vita con il patrigno, un violinista ubriacone, nella san Pietroburgo di metà secolo scorso. Veronique spasima in svedese dietro un certo Gosta Berling, prete spretato cacciato per ubriachezza dalla sua parrocchia nel 1800 o giù di lì.
A poco a poco ne trovai dodici, di questi ragazzi e ragazze, tutti abbonati all’Agenzia Babele, tutti in rapporto con il passato… e in tutte le lingue. Ognuno di loro si trovava altrove. E più di tutti Kamo… Fino al giorno in cui dissi a me stesso: No! Niet! Assez! Basta! Es reicht! Stop it! Ne ho abbastanza!” (pag.63)
Insomma, l’amico di Kamo è determinato a salvarlo da questa follia e si mette  a investigare, scoprendo chi vada a ritirare le lettere e dove questa si trovi l’Agenzia Babele; è qui che porta Kamo, verso lo scioglimento  finale che non vi rivelo, anche se i lettori più smaliziati lo avranno intuito.
Daniel Pennac è nato in Marocco nel 1944 e ha trascorso l’infanzia in Africa e nel Sud Est asiatico, trasferendosi poi a Nizza dopo la laurea in lettere; in quella città ha intrapreso la carriera di insegnante e attualmente è professore in un liceo parigino. Clamoroso successo hanno avuto il ciclo dedicato a Benjamin Malussène e alla sua squinternata famiglia (1991-96), romanzi per adulti che hanno conquistato anche il pubblico giovanile, e il brillante saggio “Come un romanzo” (1993).
“Kamo.L’agenzia Babele” appartiene al ciclo di Kamo, che comprende altri tre titoli, pubblicati in Italia tra il 1994 e il 1997:
“Io e Kamo”
“Kamo e l’idea del secolo”
“L’evasione di Kamo”
Ho scelto di proporvi questo titolo dei quattro perchè è un libro che ho trovato godibilissimo dalla prima all’ultima pagina, basato su una trovata brillante e ben condotta fino alla soluzione con uno stile che stuzzica la curiosità del lettore. Siamo da tutt’altra parte rispetto al ciclo dei Malaussène, ma il profumo della banlieue aleggia anche qui.
Tutto il ciclo di Kamo è illustrato con essenziale efficacia da Jean-Philippe Chabot.

99 storie del signor Bonaventura

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Titolo:Novantanove storie del signor Bonaventura
Autore e illustratore: Sergio Tofano
Editore: Garzanti, Milano, 1964

Bombetta ed elegante redingote rosse su larghi pantaloni bianchi e lunghissime scarpe a punta, ecco come si presentò al pubblico dei suoi lettori il signor Bonaventura, nato dalla prolifica penna dello scrittore e attore di origini napoletane Sergio Tofano, in arte Sto (Roma, 20 agosto 1886-28 ottobre 1973). 

L’anno di nascita del signor Bonaventura fu il 1917, periodo buio e triste nel quale le sue avventure piene di ottimismo conquistarono rapidamente il favore di grandi e piccini. Sua culla il Corriere dei Piccoli, il celebre settimanale nato per i più piccini come supplemento del Corriere della Sera. 

Era un personaggio adulto, anche se si poteva ritenere piuttosto giovane, ma il suo caratteristico aspetto, le ambientazioni stilizzate nelle quali prendevano vita le sue avventure e i personaggi che gli facevano da spalla, fecero immediatamente di Bonaventura un personaggio assai caro ai bambini. 

Erano gli anni di Cirillo, Fortunello, Arcibaldo e Petronilla, Bibi e Bibò con il capitan Cocoricò, personaggi d’importazione accanto ai nostrani Quadratino, Bilbolbul e Barbacucco, ma era forte l’esigenza di personaggi italiani da parte del Corriere dei Piccoli, anche se lo zoccolo duro dei piccoli lettori non rilevava, giustamente, alcuna differenza tra i personaggi. Nostrani o d’importazione che fossero, essi popolavano l’immaginario infantile di quegli anni ed erano parimenti amati e apprezzati. 

Nel 1917 il direttore del Corrierino, Silvio Filippi Spaventa, ammiratore dei deliziosi figurini che Sto disegna sulle riviste femminili, gli offrì la possibilità di gestire in proprio un’intera pagina.
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Nacque così il signor Bonaventura, dinoccolato ed elegante, simile al suo creatore nel fisico, dal carattere aperto e leale, un po’ ingenuo, ma in fondo sempre fortunato. Inizialmente Bonaventura, al termine delle sue originali avventure, riceveva in premio encomi e medaglie, a volte anche la mano di qualche principessina, ma la trovata geniale fu quella del compenso finale, il grande foglio bianco sul quale invariabilmente era scritta la favolosa cifra di un milione. Raccontava Tofano stesso che, per rendere a suo giudizio meno monotono e scontato il finale con l’immancabile premiazione del signor Bonaventura, inventò delle storielle nelle quali alla fine egli perdeva il milione, ma fu subissato di lettere di protesta da parte dei piccoli lettori i quali esigevano il regolare andamento delle storie e l’immediata restituzione del premio finale.

bonballinoIl signor Bonaventura viveva ogni sorta di avventure e di sventure, ma immancabilmente trionfava con il proprio ottimismo e grazie alla partecipazione di altri personaggi che diventarono parte integrante e indiscutibilmente importante delle storie:

Il “torvo” Barbariccia, il cui colorito variava dal gialliccio al verdiccio, a causa dell’innata cattiveria e dell’inevitabile attacco di rabbiosa itterizia di fronte ai successi di Bonaventura; 04 barbariccia

 

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gli stolidi parenti Omobono e Pinotto,

il disonesto baron Partecipazio,02 partecipazio
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il solerte commissario Sperassai,

l’inesperto dottor Crepacuore,03 crepacuore

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il bellissimo Cecè vanitoso e pasticcione,

il fedele cane bassotto e persino un figlio, il vivace Pizzirì.06 bassottoepizziri

Ecco l’opinione di Gianni Rodari sul signor Bonaventura.

“LA PROMESSA DI BONAVENTURA – Una volta alla settimana, nella nostra casa ben poco confortevole, arrivava Bonaventura e ci portava, in premio per la nostra attesa, un milione grande come un lenzuolo. Sapevamo perfettamente in anticipo che all’ultima vignetta le persecuzioni del torvo Barbariccia sarebbero cessate, le goffaggini dell’elegantissimo Cecè si sarebbero ricomposte e Bonaventura, grazie al caso che faceva di lui in continuazione un involontario salvatore di pericolanti, il nemico numero uno dei nemici pubblici, l’agente universale del bene, avrebbe intascato il rituale bigliettone. Che cosa, allora, ci faceva leggere ogni volta la sua storia come nuova? Come accadeva che il milione destasse sempre la sorpresa del primo? C’erano, intanto, quei versetti accurati, limpidi, seminati con discrezione di qualche paroletta rara, di qualche rima acrobatica, insomma, di suoni inattesi: l’effetto della loro musica era quello di un’ infinita serie di variazioni sullo stesso tema. Un effetto di magia. C’erano poi nelle avventure e nelle sciagure (per fortuna rare) del signor Bonaventura sottili, indirette allusioni al mondo, ai suoi personaggi, ai casi della vita che, come diceva Geppetto, “sono tanti”. E c’era nel finale ottimistico una promessa generosa di gratificazione, l’assicurazione che ogni speranza, prima o poi, si realizza, che ogni sogno scende in terra.
La gente si sottovaluta. Negli anni in cui gli adulti cantavano sospirando: “Se potessi avere mille lire al mese”, Bonaventura, senza alzare la voce, indicava ai bambini una meta mille volte più alta. Guadagnò il suo primo miliardo ben prima degli “industrialotti” del lavoro a domicilio. Non ignaro di guai e traversie, spesso disoccupato, col tempo anche sinistrato e senzatetto, Bonaventura ha continuato per mezzo secolo a insegnare che c’è sempre una via d’uscita; che Barbariccia è una tigre di carta; che catastrofi, incendi, fughe di di belve dai circhi, briganti da strada, incidenti automobilistici, cavalli imbizzarriti non hanno mai niente di definitivo: più in là c’è sempre il milione, come sopra le nuvole, anche nei giorni di nubifragio, c’è sempre il sole.
Da bambini abbiamo amato Bonaventura per il suo intrepido candore. Da grandi abbiamo ammirato Sergio Tofano per la sua discrezione, la sua misura, la sua invisibile, sterminata, ironica pazienza.”
Nella sua lunga e gloriosa carriera Sergio Tofano fu prolifico autore e apprezzato disegnatore di libri altrui e di pubblicità.

Ritratto di Sto attore come Bonaventura_Nino Bartoletti Nino Bertoletti
Sergio Tofano nella parte di Bonaventura
(Biblioteca del Burcardo, Roma)

Egli stesso portò sulle scene il personaggio del signor Bonaventura in sei brillanti rappresentazioni:
Qui comincia la sventura del signor Bonaventura (Torino, 17 marzo 1927)
Qui comincia la sventuraLa regina in berlina (Roma, 2 febbraio 1928)
La regina alla berlinaUna losca congiura (Roma, 28 febbraio 1929)
Una losca congiuraL’isola dei pappagalli (Torino, 18 gennaio 1936 e Roma, 1954)
LBonaventura veterinario per forza (Milano, 30 novembre 1948)
B.veterinarioBonaventura precettore a corte (Roma, 20 febbraio 1953)
B.precettore
Il signor Bonaventura ha esordito anche al cinema, nel film del 1941 “Cenerentola e Bonaventura”
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Grazie al lavoro di Gilberto Tofano, figlio di Sergio e suo erede artistico, con lo studio “Numeri” di Pisa è cominciata la terza vita del signor Bonaventura.
Dopo la prima sulle tavole sul Corriere dei Piccoli e la seconda in teatro, il signor Bonaventura è rinato grazie alla 3D Computer Animation e dopo un anno di inteso lavoro nel 2000 è stato presentato a “Cartoons on the bay”, il Festival internazionale di film d’animazione organizzato da RAI-TRADE a Positano, ritrovando il caloroso favore del pubblico e suscitando i commenti positivi degli esperti e della stampa.
45boncanVoglio concludere con questa esilarante filastrocca di Sto sugli animali:
 

LA FILASTROCCA DEI CENTO ANIMALI
(delle orecchie sturate i canali) 

Le zanzare a Zanzibar
vanno a zonzo pei bazar
e le mosche fosche e losche
fra le frasche stanno fresche.
Arsi gli orsi dai rimorsi
bevon l’acqua a sorsi a sorsi.
Mentre i ghiri ghirigori
fanno a gara nelle gore,
ai canguri fan gli auguri
con le angurie le cangure.Ecco il merlo con lo smerlo,
il merluzzo col merletto,
la testuggine ed il muggine
ricoperti di lanuggine,
di fuliggine e di ruggine.
Tutti i cervi ci hanno i nervi
e stan curvi e torvi i corvi,
la cornacchia s’ impennacchia
e sonnecchia nella nicchia,
la ranocchia ama la nocchia
e sgranocchia la pannocchia,
i cavalli fan cavilli
ed il ghiozzo ci ha il singhiozzo
e la carpa è senza scarpa
e si fa la barba il barbo
ed i bachi sui sambuchi
fanno buchi con i ciuchi.

Lunghe brache ci hanno i bruchi
e le oche fioche e poche
alle foche fan da cuoche.
I bisonti son bisunti,
qui c’è un ragno con la rogna,
la cicogna sogna e agogna
di vigogna una carogna,
l’anatrotto e l’anatrotta
con la trota trotta trotta.
Nanerottola è la nottola
e il pidocchio ch’è sul cocchio
all’abbacchio strizza l’occhio
e lo sgombro sgombra l’ombra
e l’aringa si siringa
e i mandrilli e i coccodrilli
fanno trilli e strilli ai grilli,
(però i grilli sono grulli).

La murena sulla rena
con la rana fa buriana
ed a galla resta il gallo,
duole il callo allo sciacallo
che barcolla e caracolla,
la mangusta si disgusta
e i machachi  mangian cachi,
lo stambecco non ha il  becco,
la giraffa arruffa e arraffa
poiché vien di riffa in raffa.

Eleganti gli elefanti
con gli infanti stan da fanti,
la beccaccia si procaccia
la focaccia con la caccia,
la civetta svetta in vetta
e l’assiuolo solo solo
fa un a solo nel chiassuolo.
Per ripicca picchia il picchio,
la tellina sta in collina,
sta in calabria il calabrone
come a Fano sta il tafano
Le zanzare a Zanzibar
vanno a zonzo pei bazar

 

41STOdisBon3P“…ma per carità, niente quadretto familiare, niente bozzetto patriottico, niente oleografie patetico-sentimentali; non storie lacrimevoli di piccoli saltimbanchi maltrattati o di spazzacamini affamati, né drammetti pietosi di orfanelli e trovatelli derelitti; non gesti edificanti di scolaretti probi né nobili azioni di balilla eroici. E soprattutto nessuna preoccupazione moraleggiante ed educativa. Càpita così di rado che i bambini si possano portare a teatro: quelle poche volte che càpita, facciamoli ridere, poveri piccoli; e non stiamo lì col fucile spianato della morale, della religione, dell’amor proprio, dell’educazione… Facciamoli ridere, vivaddio, a teatro: ché ogni loro risata accenderà un raggio in più di felicità nella loro esistenza, predisponendoli così all’ottimismo e risvegliando in essi il senso della bontà; più benefica quindi dei predicozzi, dei pistolotti e, soprattutto, della retorica.”  (Sergio Tofano, “Recitare per i bambini, SCENARIO, 1937)

42BonQCscopamaxSe volete approfondire la conoscenza di Sto e del suo mondo, questo è il posto giusto.
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Buona Epifania a tutti

befanaLascio che l’Epifania tutte le feste si porti via e poi ci si ritrova qui.
Tanti auguri a tutti!

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The Victorianist: BAVS Postgraduates

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