Se c’è una cosa che non sopporto è l’educazione

Per una volta esulo dai miei abituali argomenti e compio una furtiva sortita tra le pagine di un libro che ho appena finito di leggere, e con molto gusto, devo dire.
Si tratta di La tredicesima storia, opera d’esordio di Diane Setterfield, studiosa di letteratura francese del XX secolo, nata a Reading e residente nello Yorkshire.
Per la verità non intendo nemmeno dilungarmi a parlare del libro e della sua avvincente trama, quanto piuttosto riflettere su un brano che mi ha colpita molto per la sua essenza cinica e negativa, perfettamente in linea con il personaggio che enuncia il concetto.
Siamo all’inizio della vicenda, la giovane libraria antiquaria Margaret Lea sta facendo  conoscenza con la tanto celebre quanto misteriosa regina della narrativa Vita Winter, che l’ha eletta a propria biografa senza nemmeno consultarla, ma solo convocandola imperiosamente nella propria isolata magione, sperduta nelle campagne dello Yorkshire.

…Mi sedetti.
“Non l’accuso di niente…” dissi con molto tatto, ma lei m’interruppe subito.
“Non faccia tanto l’educata. Se c’è una cosa che non sopporto è l’educazione.”
La fronte ebbe un fremito, e un sopracciglio si levò sopra gli occhiali da sole. Un arco nero e marcato che nulla aveva in comune con un sopracciglio naturale.
“L’educazione. Se c’è una virtù che non vale niente è proprio quella. Che ci sarà di tanto ammirevole nell’inoffensività, mi domando. Guadagnarsela non costa niente. Essere educati non richiede un talento particolare. Anzi, la gentilezza è l’unica strada che ti rimane quando ti riveli incapace di tutto quanto il resto. Alle persone ambiziose non importa un accidente di quello che gli altri pensano di loro. Non credo proprio che la preoccupazione di aver urtato l’altrui suscettibilità togliesse il sonno a Wagner. Ma del resto lui era un genio.”
In un implacabile flusso vocale Miss Winter evocò una sequela di esempi di genio e del suo degno compare, l’egoismo, e nel frattempo non una delle pieghe del suo scialle si mosse. “Sarà fatta d’acciaio” pensai.
Finalmente concluse quella paternale con le parole:”L’educazione è una virtù che non possiedo né apprezzo negli altri. Non sarà certo un nostro problema”. E s’interruppe con l’aria di aver chiuso l’argomento…

(Diane Setterfield, La tredicesima storia, trad. di Giovanna Granato, Mondadori, 2007, euro 18,00)

Quando ho letto questo brano, mi sono fermata, poi sono tornata sui miei passi e l’ho riletto, due, tre volte. È stato come bere un liquore gradevole, ma il cui sorprendente e inatteso retrogusto amaro si riveli all’improvviso e disgusti.
Perché mi ha tanto disturbata questo brano di narrativa? Perché non è solo narrativa, è realtà quotidiana.
Chi attribuisce alla gentilezza e alla buona educazione un peso ed un valore, si trova purtroppo molto spesso circondato e sopraffatto da persone che mettono in pratica la teoria enunciata dall’immaginaria miss Winter, anche se non la affermano con tali chiarezza e cinismo. L’arroganza e la sicumera sono il biglietto di visita più diffuso, ad ogni livello e in qualunque circostanza della nostra vita personale e sociale.
Tutti abbiamo avuto che fare con persone piene di sè, pronte a calpestare i più elementari diritti altrui in nome dell’affermazione dei propri. Persone che insegnano ai loro figli, sin da piccoli, che aggredire è necessario, che alzare la voce è segno di potere e di forza, che chi si fa pecora il lupo se lo mangia. Si tratti di un sorpasso lungo la via intasata dal traffico, della coda interminabile in un ufficio pubblico tra arroganti per finire di fronte a un impiegato pur peggiore, di una convocazione a scuola per controbattere le costernate rimostranze di un professore indignato.
Mi ribello a questo stato di cose e mi brucia che si possa pensare alla gentilezza e alla buona educazione come a prove di debolezza e di incapacità, che vanno indecorosamente sottolineate approfittando della prima occasione utile.
Preferisco dedicare la mia attenzione alle poche persone che ancora conoscono il valore di un sorriso, di un atteggiamento paziente capace di far passare in secondo piano le proprie esigenze per venire incontro a quelle di un altro, di un gesto cortese dettato dal rispetto, non certo dall’inettitudine.

urlo

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