Incontro con gli alunni

Finalmente il momento è arrivato. Si parte per la Sicilia, verso l’appuntamento con gli alunni dell’Istituto Comprensivo di Caltabellotta e della frazione di sant’Anna che hanno terminato la lettura e il lavoro di commento sul mio libro “Il mistero dell’altopiano”. Con la professoressa di lettere abbiamo concordato l’incontro per il 2 maggio e io ho preparato il materiale che intendo portare loro: i quaderni con gli appunti e le ricerche, il manoscritto del racconto, alcuni testi che ho usato, insomma, gli attrezzi del mestiere, ciò che possa servire a mostrare loro in modo concreto come ho lavorato per creare la vicenda e costruire i personaggi. Porterò con me anche le foto scattate durante il viaggio in Scozia, nei luoghi in cui è ambientata la storia, così potranno vedere come sono realmente e confrontarli con l’immagine che se ne sono fatti leggendo il libro.
Sono molto emozionata, hanno compiuto un lungo lavoro sul testo, che credo ora conosceranno meglio di me, e il nostro incontro sarà la giusta conclusione di mesi di attività e di corrispondenza.
In tutto questo tempo ho sentito vivo e vicino il loro entusiasmo e questa è la più grande soddisfazione che possa avere chi scriva con l’intento di dare qualcosa di buono a chi leggerà.
Mi ritroverete qui dopo la parentesi siciliana, con il racconto dell’esperienza. A presto.
CaltabellottaPanorama di Caltabellotta
La frazione santLa frazione di sant’Anna

Napoleon, Napoleon Napoleon!

Di Napoleone Bonaparte si è detto e scritto di tutto, sulla sua figura sono stati girati innumerevoli sceneggiati e film, documentari e dossier. Ma non è questo che mi interessa. Voglio parlarvi di Napoleone presentato ai bambini e lo farò attraverso due libri.
Il primo è stato scritto da Gilles Bachelet, famoso illustratore che qui si cimenta anche come autore. Il titolo è “Napoleon champignon” e ha una caratteristica molto particolare: Napoleone e tutti i personaggi della storia  sono funghi. Sì, funghi. Alcuni commestibili, altri temibili perché velenosi, e su tutti svetta il più famoso champignon mai generato nella dinastia, questo Napoleon nato nel 1769, annata che le cronache non definiscono buona per la specie, a causa delle piogge improvvide. Assistiamo con partecipazione a tutta la parabola umana e politica del formidabile champignon e  benché la storia si rivolga ad un pubblico di giovani lettori dai 5 ai 10 anni, ci si rende conto subito che offre un’interessante e intelligente chiave di lettura anche ad un pubblico adulto.

Gilles Bachelet  Napoleon champignon 
Motta junior, 2006
pp. 28, ill., euro 15,90

Napoleon champignonIl secondo libro è “Il giovane Napoleone” di Ernesto Ferrero, saggista, esperto presso famose case editrici, chiamato nel 1998 a dirigere la Fiera del Libro di Torino. E’ il più noto biografo italiano di Napoleone, e dal suo romanzo “N.” sull’esilio napoleonico all’Elba, nel 2006 il regista Paolo Virzì ha liberamente tratto il film “N. (Io e Napoleone)
Durante l’esilio a sant’Elena l’anziano e sfiduciato ex imperatore conosce una quindicenne inglese, Betsy Balcombe, e stimolato dalle sue domande impertinenti, dipana davanti a lei una vicenda che i più non conoscono, la propria vita fino ai diciotto anni. In una sorta di rapporto nonno-nipote, Bonaparte si svela e rivela all’attenta interlocutrice gli anni della formazione, con i sentimenti e gli slanci, le emozioni e gli stati d’animo, gli anni  che hanno fatto di Bonaparte, Boney come lo chiama Betsy, il nemico degli inglesi e il personaggio che tutto il mondo ha conosciuto, amato, odiato, idolatrato, combattuto, seguito. “E tu, che bambino eri?” Da un grande conoscitore di Napoleone, una storia avvincente.

Ernesto Ferrero
Il Giovane Napoleone
Gallucci, 2006
pp.96, euro 11,00

Il giovane Napoleone

Meditazioni/5

26.Leggere, come io l’intendo, vuol dire profondamente pensare.
Vittorio Alfieri  Del principe e delle lettere
250px-Vittorio_Alfieri27.Lo scrittore originale non è quello che non imita nessuno, bensì quello che nessuno può imitare
Renè de Chateaubriand Pensees
205px-Chateaubriand28.Le biblioteche non si fanno; crescono.
Augustine Birrell Obiter Dicta
180px-Augustine_Birrell_-_Project_Gutenberg_eText_1322029.La lettura e’ il viaggio di chi non puo’ prendere un treno.
Francis De Croisset Le cour dispose
De Croisset30.L’incontro casuale d’un buon libro può cambiare il destino di un’anima.
Marcel Prevost Nouvelles lettres a Françoise
175px-Prevost_Marcel31.Un libro indegno di essere letto una seconda volta è indegno pure di essere letto una prima.
Carlo Dossi Note azzurre n.1873

200px-Carlo_dossi

Il vampirino di Bomarzo

In provincia di Viterbo c’è il paese di Bomarzo, famoso per il magnifico Sacro Bosco che Vicino Orsini volle farsi popolare di mostruose e fantasiose creature di pietra dall’architetto  Pirro Ligorio intorno al 1550.
Più conosciuto dai turisti come il Parco dei Mostri, è lo scenario di un racconto per bambini in titolato “Il vampirino di Bomarzo“, scritto da Armido Branca e illustrato da Isabella Misso, edizioni Larus, 2003.

L’autore immagina che secoli prima in quel bosco, popolato di fantastiche creature, vivesse un certo Pierbertoldo,  dotato di poteri magici, che in una notte di tempesta, colpito da un fulmine, si risvegliò vampiro. Cominciò così la sua vita notturna, tutte le creature viventi del bosco divennero le sue vittime e si trasformarono in pietra, così ben presto egli rimase solo. Non gli restò che fare scorribande in paese, e ogni persona morsa diventava un vampiro come lui. Rapidamente il bosco fu popolato di vampiri maschi e femmine, di ogni età, compreso il piccolo Leonildo al quale però non si erano allungati i canini e perciò si nutriva solo delle bacche di sanguinella, divenendo ben presto lo zimbello della compagnia. Intanto gli abitanti di Bomarzo non restavano con le mani in mano a farsi mordicchiare ogni notte; tutto il paese fu circondato con lunghissime ghirlande di aglio e i vampiri, notoriamente disgustati dall’aglio, non poterono più avvicinarsi alle case e incominciarono a languire nel bosco per mancanza di nutrimento. Solo Leonildo manteneva il proprio aspetto florido, grazie alle scorpacciate di sanguinella. Pierbeltoldo comprese che la situazione era insostenibile, chiamò a raccolta tutti i vampiri e decisero di lasciare l’inospitale contrada per cercare rifugio in Transilvania. Ma non vollero portare con loro il piccolo Leonildo, il quale rimase nel bosco triste e solo: i vampiri non lo avevano voluto, ma gli uomini lo temevano, che ne sarebbe stato di lui? Una notte Leonildo, si trasformò in pipistrello e volò dentro un palazzo attraverso una finestra aperta dalla quale proveniva una luce, ma vi rimase intrappolato e la mattina, quando perse il potere di trasformarsi in pipistrello, non potè volare via in salvo. A trovarlo fu Matteo, uno dei bambini di casa, il quale, per nulla impressionato, gli fece conoscere i suoi fratelli e lo invitò a pranzo, al termine del quale fecero una scorpacciata di torta alla panna con lamponi. Da quel giorno Leonildo divenne amico dei bambini e riscoprì la gioia di giocare. Pare che si possa incontrare ancora Leonildo nel Sacro Bosco, come successe all’autore del libro a cui il vampirino raccontò la sua storia…
Mi è piaciuta molto questa storia semplice e graziosa, per il messaggio di tolleranza e di amicizia che la rende particolarmente interessante e istruttiva per i piccoli lettori.
Dell’autore so che è nato a Milano, ma vive e lavora a Bolsena, grazioso paese che si affaccia sull’omonimo lago 

vampirino_bomarzo

Se c’è una cosa che non sopporto è l’educazione

Per una volta esulo dai miei abituali argomenti e compio una furtiva sortita tra le pagine di un libro che ho appena finito di leggere, e con molto gusto, devo dire.
Si tratta di La tredicesima storia, opera d’esordio di Diane Setterfield, studiosa di letteratura francese del XX secolo, nata a Reading e residente nello Yorkshire.
Per la verità non intendo nemmeno dilungarmi a parlare del libro e della sua avvincente trama, quanto piuttosto riflettere su un brano che mi ha colpita molto per la sua essenza cinica e negativa, perfettamente in linea con il personaggio che enuncia il concetto.
Siamo all’inizio della vicenda, la giovane libraria antiquaria Margaret Lea sta facendo  conoscenza con la tanto celebre quanto misteriosa regina della narrativa Vita Winter, che l’ha eletta a propria biografa senza nemmeno consultarla, ma solo convocandola imperiosamente nella propria isolata magione, sperduta nelle campagne dello Yorkshire.

…Mi sedetti.
“Non l’accuso di niente…” dissi con molto tatto, ma lei m’interruppe subito.
“Non faccia tanto l’educata. Se c’è una cosa che non sopporto è l’educazione.”
La fronte ebbe un fremito, e un sopracciglio si levò sopra gli occhiali da sole. Un arco nero e marcato che nulla aveva in comune con un sopracciglio naturale.
“L’educazione. Se c’è una virtù che non vale niente è proprio quella. Che ci sarà di tanto ammirevole nell’inoffensività, mi domando. Guadagnarsela non costa niente. Essere educati non richiede un talento particolare. Anzi, la gentilezza è l’unica strada che ti rimane quando ti riveli incapace di tutto quanto il resto. Alle persone ambiziose non importa un accidente di quello che gli altri pensano di loro. Non credo proprio che la preoccupazione di aver urtato l’altrui suscettibilità togliesse il sonno a Wagner. Ma del resto lui era un genio.”
In un implacabile flusso vocale Miss Winter evocò una sequela di esempi di genio e del suo degno compare, l’egoismo, e nel frattempo non una delle pieghe del suo scialle si mosse. “Sarà fatta d’acciaio” pensai.
Finalmente concluse quella paternale con le parole:”L’educazione è una virtù che non possiedo né apprezzo negli altri. Non sarà certo un nostro problema”. E s’interruppe con l’aria di aver chiuso l’argomento…

(Diane Setterfield, La tredicesima storia, trad. di Giovanna Granato, Mondadori, 2007, euro 18,00)

Quando ho letto questo brano, mi sono fermata, poi sono tornata sui miei passi e l’ho riletto, due, tre volte. È stato come bere un liquore gradevole, ma il cui sorprendente e inatteso retrogusto amaro si riveli all’improvviso e disgusti.
Perché mi ha tanto disturbata questo brano di narrativa? Perché non è solo narrativa, è realtà quotidiana.
Chi attribuisce alla gentilezza e alla buona educazione un peso ed un valore, si trova purtroppo molto spesso circondato e sopraffatto da persone che mettono in pratica la teoria enunciata dall’immaginaria miss Winter, anche se non la affermano con tali chiarezza e cinismo. L’arroganza e la sicumera sono il biglietto di visita più diffuso, ad ogni livello e in qualunque circostanza della nostra vita personale e sociale.
Tutti abbiamo avuto che fare con persone piene di sè, pronte a calpestare i più elementari diritti altrui in nome dell’affermazione dei propri. Persone che insegnano ai loro figli, sin da piccoli, che aggredire è necessario, che alzare la voce è segno di potere e di forza, che chi si fa pecora il lupo se lo mangia. Si tratti di un sorpasso lungo la via intasata dal traffico, della coda interminabile in un ufficio pubblico tra arroganti per finire di fronte a un impiegato pur peggiore, di una convocazione a scuola per controbattere le costernate rimostranze di un professore indignato.
Mi ribello a questo stato di cose e mi brucia che si possa pensare alla gentilezza e alla buona educazione come a prove di debolezza e di incapacità, che vanno indecorosamente sottolineate approfittando della prima occasione utile.
Preferisco dedicare la mia attenzione alle poche persone che ancora conoscono il valore di un sorriso, di un atteggiamento paziente capace di far passare in secondo piano le proprie esigenze per venire incontro a quelle di un altro, di un gesto cortese dettato dal rispetto, non certo dall’inettitudine.

urlo

Buona Pasqua


Dall’uovo di Pasqua

è uscito un pulcino
di gesso arancione
col becco turchino.
Ha detto: “Vado,
mi metto in viaggio
e porto a tutti
un grande messaggio”.
E volteggiando
di qua e di là
attraversando
paesi e città
ha scritto sui muri,
nel cielo e per terra:
“Viva la pace,
abbasso la guerra”.
(Dall’uovo di Pasqua – Gianni Rodari)
pasqua(L’immagine proviene da qui)

L’Uomo Nero

L’Uomo Nero è stato lo spauracchio di intere generazioni di bambini, che si son sentiti minacciare di rapimento da parte dell’essere abominevole su commissione di mamme, papà e nonni i quali avevano la pazienza ridotta a brandelli dalle innumerevoli marachelle e dai capricci dei piccoli di casa.
E come non ricordare la diffusa e inquietante ninna nanna nella quale, in compagnia di una insolita e cattiva Befana, si dichiara esplicitamente il suo ruolo di sequestratore?Ninna nanna, ninna – oh!
Questo bimbo a chi lo darò?
Lo darò alla Befana
che lo tenga una settimana.
Lo darò all’Uomo Nero
che lo tenga un mese intero.
Ninna nanna, ninna – oh!
paura uomo neroL’Uomo Nero assume molti nomi, secondo il paese in cui compie le sue gesta: Spauracchio, Babau, Croquemitaine, Monsieur Louis,Jean Gris, Lowethme, Galffre e molti altri ancora, elencati con precisione in un testo molto esauriente per quanto riguarda il mondo della fantasia: La grande enciclopedia dei folletti di Pierre Dubois, Mondadori, 1992
Qui l’Uomo Nero o Bogey Man è minuziosamente descritto come una creatura di statura corta e dalla pesante ossatura, capigliatura e barba folte, pelle robusta e villosa. Pare che i pesanti abbigliamenti dotati di cappuccio(pelli di orso, cappotti foderati di muschio) servano a celare corne e orecchie puntute, così come gli stivali nascondano piedi caprini. Sembra che un tempo dimorassero in luoghi isolati come le montagne, le caverne e le foreste, poi si siano spinti sempre più vicini ai paesi e alle città, per i quali si aggirano in cerca di bambini, con una grossa gerla in spalla.

Anche nella tradizione statuniteste esiste una figura equivalente al nostro Uomo Nero, detta Boogeyman; è una cratura malvagia che, secondo le madri, vive nelle cantine e nei ripostigli e si aggira di notte, per catturare i bambini che non dormono o punirli delle loro marachelle.
Facendo leva sulla paura ben radicata che questa mostruosa figura esercita anche sugli adulti, memori delle esperienze infantili, anche il cinema gli ha dedicato attenzione. E’ del 2005 un film che si intitola appunto Boogeyman – l’uomo nero, il quale però non ha riscosso un gran successo.
boogeyman
asso bastoniEsiste anche un gioco detto Uomo Nero, che si gioca con quaranta carte, ledonna di picche quali possono essere di stile italiano (coppe, spade, bastoni e ori) o di stile francese (picche, quadri, cuori e fiori); nel primo caso si scartano gli assi tranne quello di bastoni,che rappresenta l’uomo nero, nel secondo i fanti, escluso, per il medesimo motivo, quello di picche.
Le carte vengono distribuite a tutti i giocatori, i quali provvedono a scartare le coppie di carte simili, che pongono coperte sul tavolo, poi il primo prende una delle carte del giocatore a sinistra, il quale  gliele avrà offerte a ventaglio e coperte, e scarta la coppia, se sarà riuscito a formarne una. Pian piano i giocatori diminuiscono, perché chi riesce a liberarsi di tutte le carte ovviamente esce dal gioco, e alla fine  resterà uno solo perdente, con in mano il famigerato “uomo nero”.
Dalle mie parti questo gioco si chiamasi chiama Peppa Tencia, e la sinistra carta che segna la sconfitta è la donna di picche.
Mi ricordo il gioco della “Peppa tencia” (la “Peppa sporca”), che si faceva con le carte: chi restava, alla fine del gioco, con la Donna di picche, doveva fare varie penitenze, come baciare il paiolo della polenta (e sporcarsi la faccia di fuliggine), o andare in cortile a gridare il soprannome di un vicino, o fare tre giri della stanza in ginocchio…(da “L’angolo di Rodari” in Pioniere, n. 5 dell’ 1.2.59)

Girando per il web in cerca di informazioni sull’Uomo Nero, sono incappata in una notizia per musicofili: esiste una farsa in un solo atto di Gaetano Donizetti dal nome “La romanzesca e l’uomo nero”
romanzesca e uomo nero
Qualche volta, almeno nei libri, l’Uomo Nero può rivelarsi un alleato dei bambini, come accade sosprendentemente a Bill, il protagonista del romanzo di Christine Nostlinger  “Guarda che viene l’uomo nero!”
Terrorizzato dalla mamma ogni volta in cui ne ha combinata una delle sue, il piccolo Bill si immagina l’aspetto orribile che potrebbe avere l’Uomo nero, ma resta sbalordito quando, dopo tante chiamate, il famoso Uomo Nero compare veramente e sottoforma di un tranquillo vecchietto assai bendisposto nei suoi confronti. L’uomo nero si nasconde così nella camera di Bill e lo aiuta in tanti modi, ma purtroppo un giorno viene scoperto dalla sua mamma e lo spavento lo fa trasformare davvero in una creatura orrenda. Adesso è la mamma ad essere in pericolo e chi la salverà? Solo Bill, ma a patto che lei la smetta una buona volta di chiamare ogni momento questo benedetto Uomo Nero…

L’Uomo Nero è il protagonista di un delizioso raccontino di Achille Campanile.
Ci sono vecchi signori che hanno una certa disposizione a fare l’Uomo Nero. Ne vidi uno molto gentile che si prestava cortesemente: in tram, seduto – per caso – vicino a una signora che aveva un bambino sulle ginocchia. Il bambino strepitava. “Guarda, guarda l’Uomo Nero”, gli disse a bassa voce la mamma.
E gl’indicò nascostamente il vecchio signore bonaccione, con la barbetta curata, seduto vicino a lei. Questi s’accorse della manovra e lungi dal dire: “No, guardi, signora, lei prende un abbaglio, l’Uomo Nero non sono io”, si mise gentilmente a fare l’Uomo Nero. Di quando in quando alzava gli occhi dal giornale e, guardando il bambino, faceva un mugghio. Il bambino si chetò e rimase a guardare con un certo terrore l’Uomo Nero, che continuava ad alternare la lettura del giornale con qualche mugghio in sordina…
…Ma quest’Uomo Nero non ha altro da fare che stare a disposizione dei parenti dei ragazzini? Essi lo scomodano a tutte le ore. Per le minime futilità, chiamano:
“Uomo Nero!”
E, al bambino:
“Senti? E dietro la porta”.
Questo essere terribile e misterioso – che, d’altronde, è d’una cortesia esemplare verso chi lo chiama – non ha altro a cui pensare che i ragazzini? Bella prodezza, far paura ai piccoli! Ma vada un poco a intimidire le persone d’una certa età! E sì che, in alcuni casi, ci vorrebbe per loro un Uomo Nero che si facesse sentire al momento opportuno.
Invece, il bambino non vuol dormire? Subito:
“Bada che chiamo l’Uomo Nero”.
Vero è che l’Uomo Nero, persona evidentemente seria, spesso chiamato, non si presenta mai. Resta quasi sempre dietro la porta; al massimo, qualche volta, si spinge fino a far sentire la sua voce: un misterioso ruggito che parrebbe fatto piuttosto da qualche compiacente famigliare, nascosto dietro la porta.
Si racconta – ma sarà vero? – che un giorno, sentendosi chiamare, l’Uomo Nero sbucò fuori e disse ai parenti d’un bimbo capriccioso:
“Insomma, la finite di importunarmi per mille sciocchezze? O immaginate che io sia il vostro servitore?”
Non si crederebbe, eppur ricordo d’aver udito coi miei orecchi, una volta, chiedere l’intervento dell’Uomo Nero, perché un bambino non voleva finire di mangiar la sua pappa (sic). Si può essere più indiscreti di così? Vi pare, questo della pappa, un fatto tanto importante da doversi per esso scomodare un personaggio misterioso? Da doversi tirare in ballo, niente di meno, l’Uomo Nero?
Conobbi, non vi starò a dire attraverso quali avventure, il caso di un Uomo Nero diventato la vittima di due bambini.
Costoro, per nulla spaventati dalla minaccia di chiamar l’Uomo Nero, lo chiamavano essi stessi e pretendevano di averlo sempre a disposizione. L’Uomo Nero, com’è suo costume, si nascondeva dietro le porte e faceva i soliti strani muggiti, ma i due ragazzini l’aspettavano nascosti, per dargli qualche colpo di bastone sulla testa. E lo coprivano di sberleffi per nulla riverenti verso un uomo, sia pure nero, che tante benemerenze ha presso le famiglie.

Un vedovo di mia conoscenza, che mi permetterete di non nominare, si trovava una sera nella sua stanzetta da pranzo, sotto la luce della lampada, intento a rammendare un paio di pedalini di suo figlio, bambino di circa tre anni; il quale era in terra carponi, occupato a tirar la coda al gatto.
I bambini hanno una predilezione per tirar la coda al gatto. Credo che essi sieno convinti che il buon Dio abbia fornito i gatti di quella graziosa appendice, al solo scopo di procurare un passatempo ai bambini. Opinione che non è condivisa dai gatti medesimi. I quali, lungi dal prestarsi all’innocente svago, quando si sentono tirare per la coda, tirano anch’essi dalla parte opposta, rendendo più penosa che mai la loro situazione.
L’orfanello, dunque, sarà bene ripeterlo, era occupato a tirar la coda al gatto. E il gatto a tirare l’orfanello per mezzo della coda. Nel resto della casa, deserta, regnava il silenzio. Il vedovo, senza alzare il capo dal lavoro, disse: “Lascia stare il gatto, che ti graffia”. Il bambino non se ne diè per inteso e piano piano, carponi, cercò di agguantare il gatto che s’era nascosto sotto un mobile. S’udirono lontano, nella strada, lo scampanellio d’un tram e lo strombettamento fugace d’un’automobile. A un tratto si sentì nella saletta uno strano e improvviso gorgoglio, che si concluse in nove rintocchi. La pendola. Scovato, il gatto riparò sotto la tavola, tra le gambe del vedovo, dove l’orfanello lo raggiunse. “Buono, – disse il babbo – ché tra poco si va a letto.” E, sentendo miagolare la bestiolina, si curvò, tirò fuori di sotto la tavola il bambino e disse: “Ma vuoi finirla? Bada che chiamo l’Uomo Nero”. Si mise a infilar l’ago contro il lume, e continuò: “Sai chi è l’Uomo Nero? È quello che si porta via i bambini cattivi”. Il bimbo si chetò, ma dopo poco riprese a dar la caccia al gatto. Finalmente afferrò l’animale, che si divincolò miagolando dolorosamente; lo lasciò andare, urtò contro le gambe del tavolino e del vedovo che, senza alzar gli occhi dal lavoro, chiamò:
“Uomo Nero! Uomo Nero! Vieni a prendere Carletto!”
La porta si spalancò ed entrò come una saetta l’Uomo Nero, che, dicendo: “Ai suoi comandi”, si prese Carletto e scomparve.
Quanto pianse, dopo, il povero vedovo! e ogni volta che ripensava al bambino portato via, diceva: “Ah, quanto avrei fatto meglio a non chiamare l’Uomo Nero!”
(Achille Campanile – Le ore: VII – Bambini)

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