I quarant’anni della Lettera

Sono 40 gli anni che compie un testo molto importante e tuttora discusso, che scardinò le certezze di molti insegnanti e divenne un testo fondamentale nella contestazione del 1968.
Generalmente viene considerata opera di don Lorenzo Milani , ma in realtà il testo fu scritto con il suo aiuto da otto ragazzi della scuola di Barbiana; l’intento era trovare le parole più efficaci per esprimere la ribellione a una scuola che faceva distinzione tra ricco e povero, che non offriva a tutti le medesime opportunità, che sottraeva ai più poveri i mezzi per impadronirsi della conoscenza, farla propria e poi  porla al servizio degli altri.
Fu un’operazione coraggiosa, che Pier Paolo Pasolini  salutò con queste parole: Don Milani ha portato a termine l’unico atto rivoluzionario di questi anni.
Facciamo un passo indietro e vediamo che cosa furono Barbiana e la sua scuola.
Barbiana era una minuscola frazione nel Mugello e lì venne trasferito nel 1954 don Lorenzo, rampollo di una colta famiglia borghese, nella quale la sua vocazione venne vissuta come un mistero, e uomo scomodo in seno alla Chiesa stessa.
A Barbiana la povertà si toccava con mano e si manifestava anche nel profondo distacco tra l’istruzione e la vita reale, nell’impossibilità per tanti ragazzi del popolo di acquisire e usare i medesimi strumenti culturali messi a disposizione dei coetanei più fortunati.
Che cosa fosse in concreto la scuola di Barbiana possiamo leggerlo in questo stralcio di una lettera, scritta al maestro Mario Lodi  e ai suoi allievi il 1° novembre 1963: 

don milani_2La nostra scuola è privata.

E’ in due stanze della canonica più due che ci servono da officina.
D’inverno ci stiamo un po’ stretti. Ma da aprile a ottobre facciamo scuola all’aperto e allora il posto non ci manca!Ora siamo 29. Tre bambine e 26 ragazzi.
Soltanto nove hanno la famiglia nella parrocchia di Barbiana.
Altri cinque vivono ospiti di famiglie di qui perché le loro case sono troppo lontane.
Gli altri quindici sono di altre parrocchie e tornano a casa ogni giorno: chi a piedi, chi in bicicletta, chi in motorino. Qualcuno viene molto da lontano, per es. Luciano cammina nel bosco quasi due ore per venire e altrettanto per tornare.  
Il più piccolo di noi ha 11 anni, il più grande 18.
I più piccoli fanno la prima media. Poi c’è una seconda e una terza industriali.
Quelli che hanno finito le industriali studiano altre lingue straniere e disegno meccanico.
Le lingue sono: il francese, l’inglese, lo spagnolo e il tedesco. Francuccio che vuol fare il missionario comincia ora anche l’arabo.
L’orario è dalle otto di mattina alle sette e mezzo di sera. C’è solo una breve interruzione per mangiare. La mattina prima delle otto quelli più vicini in genere lavorano in casa loro nella stalla o a spezzare legna.
Non facciamo mai ricreazione e mai nessun gioco.
Quando c’è la neve sciamo un’ora dopo mangiato e d’estate nuotiamo un’ora in una piccola piscina che abbiamo costruito noi.
Queste non le chiamiamo ricreazioni ma materie scolastiche particolarmente appassionanti! Il priore ce le fa imparare solo perché potranno esserci utili nella vita.
I giorni di scuola sono 365 l’anno. 366 negli anni bisestili.
La domenica si distingue dagli altri giorni solo perché prendiamo la messa.
Abbiamo due stanze che chiamiamo officina. Lì impariamo a lavorare il legno e il ferro e costruiamo tutti gli oggetti che servono per la scuola.
Abbiamo 23 maestri! Perché, esclusi i sette più piccoli, tutti gli altri insegnano a quelli che sono minori di loro. Il priore insegna solo ai più grandi. Per prendere i diplomi andiamo a fare gli esami come privatisti nelle scuole di stato.Poco più oltre c’è un passo significativo: Ma il priore dice che non potremo far nulla per il prossimo, in nessun campo, finché non sapremo comunicare.Imparare a comunicare, ecco che cosa vuole don Milani per i suoi ragazzi, perché così potranno essere indipendenti per loro stessi e utili agli altri. L’istruzione è il miglior strumento a disposizione per colmare le lacune sociali.
Scopo della sua scuola è far si che tutti abbiano l’opportunità di studiare e possano completare un percorso che garantisca una buona formazione e per raggiungere un tale obiettivo bisogna che l’insegnamento sia considerato una missione e non un mestiere o più o meno come tanti altri. 

don milani“Lettera a una professoressa” è un libro scritto in brevi capitoli, ognuno dei quali evidenziato a margine da parole o brevi frasi di introduzione. Si divide in tre parti; la prima intitolata La scuola del’obbligo non può bocciare, la seconda Alle Magistrali bocciate pure, ma… e la terza Documentazione, contenente dati statistici sul fenomeno delle bocciature e delle ripetenze negli anni dal 1954 al 1965.
Vi propongo alcuni brani tratti dal testo.
il preferito
“La vita era dura anche lassù. Disciplina e scenate da far perdere la voglia di tornare. Però chi era  senza basi, lento o svogliato, si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo    della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta solo per lui. Finché non aveva capito, gli altri non     andavano avanti.” (pag.12)
le bambine
“Delle bambine di paese non ne venne neanche una. Forse era la difficoltà della strada. Forse la   mentalità dei genitori. Credono che una donna possa vivere anche con un cervello di gallina. I maschi        non le chiedono d’essere intelligente. E’ razzismo anche questo. Ma su questo punto non abbiamo nulla da  rimproverarvi. Le bambine le stimate più voi che i loro genitori” (Si fa riferimento all’Annuario Statistico dell’Istruzione 1965, che riportava una maggior percentuale di promossi in prima e seconda media tra le femmine piuttosto che fra i maschi, riguardo l’anno scolastico 1962-63)  (pag.16)
 

scuola_barbiana_2senza distinzione di lingua

“Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia la lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter  sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo. Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta. Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo. quando Gianni era piccolo chiamava la  radio lalla. E il babbo serio: – Non si dice lalla, si dice aradio -. Ora, se è  possibile, è bene che Gianni impari a dire radio. La vostra lingua potrebbe fargli  comodo. Ma intanto non potete cacciarlo dalla scuola. – Tutti i cittadini sono uguali  senza distinzione di lingua – L’ha detto la Costituzione pensando a lui. (pag.18)      
Gianni è milioni
“La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde. La vostra scuola dell’obbligo ne perde per strada 462.000 l’anno. A questo punto gli unici incompetenti della scuola siete voi che li perdete  e non tornate a cercarli. Non noi che li troviamo nei campi e nelle fabbriche e li conosciamo da vicino. I problemi della scuola li vede la mamma di Gianni, lei che non sa leggere. Li capisce chi  ha in cuore un ragazzo bocciato e ha la pazienza di metter gli occhi sulle statistiche. Allora le cifre si mettono a gridare contro di voi. Dicono che di Gianni ce n’è milioni e che voi siete stupidi o cattivi. (pag.35)
 

scuola_barbianaeguaglianza

“Carriera, cultura, famiglia, onore della scuola, bilancino per pesare i compiti. Son piccinerie. Troppo poco per riempire la vita di un maestro… In Africa, in Asia, nell’America Latina, nel mezzogiorno, in montagna,nei campi, perfino nelle grandi città, milioni di ragazzi aspettano d’esser fatti uguali. Timidi come me, cretini come Sandro, svogliati come Gianni. Il meglio dell’umanità.
              Le riforme che proponiamo
              Perché il sogno dell’uguaglianza non resti un sogno vi proponiamo tre riforme:
               I – Non bocciare
              II – A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a tempo pieno
             III – Agli svogliati basta dargli uno scopo (pag.80)
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1 Commento (+aggiungi il tuo?)

  1. annaritav
    Apr 03, 2007 @ 05:49:00

    @ sgnapisvirgola
    Sei sempre molto gentile, il piacere di leggersi è recioproco, lo sai.

    @ cochina63
    Benvenuta e grazie per l’apprezzamento.

    Rispondi

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