Dire ai bambini di oggi che i bambini di una volta leggevano di più

L’adulto ha spesso la tentazione ( e raramente vi resiste) di lodare i «suoi tempi» specie quelli di quand’era bambino, che la memoria gli dipinge di vivaci colori e gli presenta come una stagione ideale. La memoria è una adulatrice e imbrogliona di prima forza, ma è difficile rendersene conto.
C’è una canzone milanese, piuttosto sboccata, ma efficace. Tradotta in italiano suona pressappoco così:«Belli come noi – la mamma non ne fa più – si è rotta la macchinetta, eccetera eccetera». Molta gente che non ha mai sentito parlare di questa canzone pensa e vive rispettando il suo imperativo categorico.
«Una volta si leggeva di più». Una volta, quando? Cent’anni  fa, quando sessanta italiani su cento non sapevano leggere? Venti anni fa, quando avevamo ancora una decina di milioni di analfabeti? Chi leggeva di più? Quanti erano? Forse leggevano i ragazzi della buona borghesia o piuttosto alcuni di loro: una piccola minoranza di una minoranza.
Ci sono le cifre, a smentire i genitori che portano continuamente se stessi a esempio alla loro prole: le cifre della scolarizzazione, le statistiche dell’editoria, le case editrici in aumento, le tirature che salgono. «Una volta la lira faceva aggio sull’oro». Bravi. Ma chi pagava, perché fosse solida e benestante la signora lira? Milioni di disoccupati, milioni di famiglie che mangiavano pane e cipolla, e la carne una volta l’anno.
«Una volta c’erano dei bei libri per bambini». Per quali bambini? Siamo sempre lì. Così succede che degli ottimi genitori regalino il Cuore ai loro figlioli e si stupiscano di non vederli tutto il giorno con gli occhi rossi e gonfi di pianto. O regalino Giamburrasca e si meraviglino perché i loro figlioli non si divertono più.
Non si può chiedere ai ragazzi di amare il passato, un passato che non è il loro: e quando s’ottiene di far identificare i libri col passato altrui, come cosa che non fa parte della loro vita, ma bisogna ficcarci dentro «per far piacere a papà e mamma», s’è creato un motivo di più perché i ragazzi, appena possono, si tengano lontano dai libri.

“Libri d’oggi per ragazzi d’oggi” Gianni Rodari

Gianni Rodari, 1967

piangerePiù leggo le riflessioni di Rodari, più mi stupisco della loro attualità. Anche noi, come gli adulti di quarant’anni fa, cediamo spessissimo alla tentazione del laudator temporis acti.
Rimproveriamo i bambini e i ragazzi, che siano nostri figli o nostri studenti,  ammorbandoli con questo fantomatico passato nel quale, secondo la nostra rosea memoria, ci sarebbero state legioni di giovani e eroici lettori, tra i quali noi stessi.
Ma quando mai. Siamo stati trattati né più e né meno come adesso trattiamo loro, ma non ce lo ricordiamo più. O non vogliamo ricordarcelo.
Rispetto al periodo in cui Rodari scriveva le sue riflessioni, la produzione per ragazzi è migliorata e, senza dubbio, si è ampliata; i giovani lettori dispongono di una ventaglio di offerte tanto vasto da essere talvolta imbarazzante, nel senso della scelta, e noi adulti spesso non siamo di grande aiuto. Osservando genitori e insegnanti che ho avuto o che ho a portata di mano, ho notato che il loro atteggiamento si sviluppa secondo due opposte tendenze: la riproposizione del “classico” ritenuto sempreverde e come tale degno dell’attenzione del giovane lettore, o l’offerta indiscriminata del successo del momento.essere triste
In entrambi i casi gli effetti possono essere negativi, se non nefasti.
Come giustamente sottolineava già Rodari quarant’anni fa, il “nostro” libro non può essere il “loro” libro. Una storia che, bambini o adolescenti, ci ha commossi, divertiti, catturati, non è assolutamente detto susciti  l’attenzione di figli, nipoti o studenti d’oggi.
Io stessa, che pure sono stata sin da bambina una lettrice vorace, rammento con fastidio, e a volte con pena, la lettura “obbligata” di libri considerati classici e edificanti, che mi hanno invece angustiata. Come l’intramontabile “Cuore” (Edmondo De Amicis,1886) o “Incompreso” (Montgomery Florence, 1869) o “I pattini d’argento” (Mary Mapes Dodge, 1865). Per non parlare di “Marcellino pane e vino” (José Sanchez da aver pauraSilva,  1953), trasportato sullo schermo due anni dopo in un commovente film che fece epoca e credo contribuì moltissimo a instillare nei bambini la paura di morire da piccoli. (Io personalmente lo ritengo anche responsabile della mia fobia nei confronti degli scorpioni).
L’atteggiamento opposto è quello dell’ultima moda. Mi è capitato spesso di sentir chiedere in libreria un libro di successo, da regalare a un giovane lettore per fare bella figura mostrandosi aggiornati e al passo con le novità editoriali. Neppure questo può essere un buon sistema, non è detto che l’ultimo best seller per ragazzi incontri i gusti del destinatario.
La soluzione ideale credo sia sempre quella di far scegliere al lettore il proprio testo. Consideriamo per esempio anche il fatto che libri assolutamente per adulti siano poi stati eletti a testi preferiti dai ragazzi. Penso a “Don Chisciotte”, “I viaggi di Gulliver”, “Robinson Crusoe” “Moby Dick”. Come dice Rodari, si tratta appunto di “libri non nati per i ragazzi e adottati invece dai ragazzi come libri di avventure, spogliati dei loro significati satirici, dai loro personaggi culturali e ridotti ad azione, ridotti a intreccio, a caratteri, a scontro di caratteri”.ridere
Rammento mia figlia, molto piccola, che apprezzava tanto la lettura ad alta voce da parte mia di “Due uomini in barca” per il semplice motivo, ne sono convinta, che ne intuisse il lato puramente comico e gradisse molto riderne con me fino alle lacrime. Per il medesimo motivo, poco più grande, ha letto con altrettanto gusto tutta la saga della famiglia Malaussène di Pennac.
Quindi cercare di conoscere il lettore e offrirgli ciò che desidera, magari aiutandolo nella ricerca di una propria identità, ma sempre con il massimo rispetto per i gusti e le idee. E non angustiare più nessuno con il fatidico “ai miei tempi”…

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