Dire ai bambini di oggi che i bambini di una volta leggevano di più

L’adulto ha spesso la tentazione ( e raramente vi resiste) di lodare i «suoi tempi» specie quelli di quand’era bambino, che la memoria gli dipinge di vivaci colori e gli presenta come una stagione ideale. La memoria è una adulatrice e imbrogliona di prima forza, ma è difficile rendersene conto.
C’è una canzone milanese, piuttosto sboccata, ma efficace. Tradotta in italiano suona pressappoco così:«Belli come noi – la mamma non ne fa più – si è rotta la macchinetta, eccetera eccetera». Molta gente che non ha mai sentito parlare di questa canzone pensa e vive rispettando il suo imperativo categorico.
«Una volta si leggeva di più». Una volta, quando? Cent’anni  fa, quando sessanta italiani su cento non sapevano leggere? Venti anni fa, quando avevamo ancora una decina di milioni di analfabeti? Chi leggeva di più? Quanti erano? Forse leggevano i ragazzi della buona borghesia o piuttosto alcuni di loro: una piccola minoranza di una minoranza.
Ci sono le cifre, a smentire i genitori che portano continuamente se stessi a esempio alla loro prole: le cifre della scolarizzazione, le statistiche dell’editoria, le case editrici in aumento, le tirature che salgono. «Una volta la lira faceva aggio sull’oro». Bravi. Ma chi pagava, perché fosse solida e benestante la signora lira? Milioni di disoccupati, milioni di famiglie che mangiavano pane e cipolla, e la carne una volta l’anno.
«Una volta c’erano dei bei libri per bambini». Per quali bambini? Siamo sempre lì. Così succede che degli ottimi genitori regalino il Cuore ai loro figlioli e si stupiscano di non vederli tutto il giorno con gli occhi rossi e gonfi di pianto. O regalino Giamburrasca e si meraviglino perché i loro figlioli non si divertono più.
Non si può chiedere ai ragazzi di amare il passato, un passato che non è il loro: e quando s’ottiene di far identificare i libri col passato altrui, come cosa che non fa parte della loro vita, ma bisogna ficcarci dentro «per far piacere a papà e mamma», s’è creato un motivo di più perché i ragazzi, appena possono, si tengano lontano dai libri.

“Libri d’oggi per ragazzi d’oggi” Gianni Rodari

Gianni Rodari, 1967

piangerePiù leggo le riflessioni di Rodari, più mi stupisco della loro attualità. Anche noi, come gli adulti di quarant’anni fa, cediamo spessissimo alla tentazione del laudator temporis acti.
Rimproveriamo i bambini e i ragazzi, che siano nostri figli o nostri studenti,  ammorbandoli con questo fantomatico passato nel quale, secondo la nostra rosea memoria, ci sarebbero state legioni di giovani e eroici lettori, tra i quali noi stessi.
Ma quando mai. Siamo stati trattati né più e né meno come adesso trattiamo loro, ma non ce lo ricordiamo più. O non vogliamo ricordarcelo.
Rispetto al periodo in cui Rodari scriveva le sue riflessioni, la produzione per ragazzi è migliorata e, senza dubbio, si è ampliata; i giovani lettori dispongono di una ventaglio di offerte tanto vasto da essere talvolta imbarazzante, nel senso della scelta, e noi adulti spesso non siamo di grande aiuto. Osservando genitori e insegnanti che ho avuto o che ho a portata di mano, ho notato che il loro atteggiamento si sviluppa secondo due opposte tendenze: la riproposizione del “classico” ritenuto sempreverde e come tale degno dell’attenzione del giovane lettore, o l’offerta indiscriminata del successo del momento.essere triste
In entrambi i casi gli effetti possono essere negativi, se non nefasti.
Come giustamente sottolineava già Rodari quarant’anni fa, il “nostro” libro non può essere il “loro” libro. Una storia che, bambini o adolescenti, ci ha commossi, divertiti, catturati, non è assolutamente detto susciti  l’attenzione di figli, nipoti o studenti d’oggi.
Io stessa, che pure sono stata sin da bambina una lettrice vorace, rammento con fastidio, e a volte con pena, la lettura “obbligata” di libri considerati classici e edificanti, che mi hanno invece angustiata. Come l’intramontabile “Cuore” (Edmondo De Amicis,1886) o “Incompreso” (Montgomery Florence, 1869) o “I pattini d’argento” (Mary Mapes Dodge, 1865). Per non parlare di “Marcellino pane e vino” (José Sanchez da aver pauraSilva,  1953), trasportato sullo schermo due anni dopo in un commovente film che fece epoca e credo contribuì moltissimo a instillare nei bambini la paura di morire da piccoli. (Io personalmente lo ritengo anche responsabile della mia fobia nei confronti degli scorpioni).
L’atteggiamento opposto è quello dell’ultima moda. Mi è capitato spesso di sentir chiedere in libreria un libro di successo, da regalare a un giovane lettore per fare bella figura mostrandosi aggiornati e al passo con le novità editoriali. Neppure questo può essere un buon sistema, non è detto che l’ultimo best seller per ragazzi incontri i gusti del destinatario.
La soluzione ideale credo sia sempre quella di far scegliere al lettore il proprio testo. Consideriamo per esempio anche il fatto che libri assolutamente per adulti siano poi stati eletti a testi preferiti dai ragazzi. Penso a “Don Chisciotte”, “I viaggi di Gulliver”, “Robinson Crusoe” “Moby Dick”. Come dice Rodari, si tratta appunto di “libri non nati per i ragazzi e adottati invece dai ragazzi come libri di avventure, spogliati dei loro significati satirici, dai loro personaggi culturali e ridotti ad azione, ridotti a intreccio, a caratteri, a scontro di caratteri”.ridere
Rammento mia figlia, molto piccola, che apprezzava tanto la lettura ad alta voce da parte mia di “Due uomini in barca” per il semplice motivo, ne sono convinta, che ne intuisse il lato puramente comico e gradisse molto riderne con me fino alle lacrime. Per il medesimo motivo, poco più grande, ha letto con altrettanto gusto tutta la saga della famiglia Malaussène di Pennac.
Quindi cercare di conoscere il lettore e offrirgli ciò che desidera, magari aiutandolo nella ricerca di una propria identità, ma sempre con il massimo rispetto per i gusti e le idee. E non angustiare più nessuno con il fatidico “ai miei tempi”…

Chi non conosce il passato è condannato a ripeterlo

Il 27 gennaio 2007 si celebra la Giornata della Memoria, istituita con la Legge n.211 del 20 luglio 2000.

In tutte le scuole italiane ci sarà un minuto di silenzio e di raccoglimento alle 11,54. e si leggerà la poesia di Primo Levi “Se questo è un uomo”.

Perché quest’ora e questo giorno?

Perché alle 11,54 del 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche in marcia verso Berlino entrarono ad Auschwitz.

Scuola e Shoah è una iniziativa del Ministero della Pubblica Istruzione nata dopo l’istituzione di questa ricorrenza. E’ uno spazio di riflessione di attività da parte degli insegnanti e gli studenti che insieme vogliono meditare sull’atrocità della Shoah e agire.

Shoah in lingua ebraica significa “distruzione”, “desolazione”, “calamità” con l’intento di esprimere tutto l’orrore per una catastrofe inattesa. Gli Ebrei preferiscono usare questo termine piuttosto che “olocausto”, il quale si riferiva ai sacrifici di animali che la Torah prescriveva; gli animali venivano uccisi secondo un rituale e poi bruciati sull’altare del tempio  Quindi l’uso di un termine dal preciso significato teologico per gli Ebrei suonava offensivo.

Nel sito del Ministero della Pubblica Istruzione si parla anche della Shoahdei Bambini. “Quattromila disegni e sessantasei poesie sono tutto quello che ci resta dei bambini di Terezín, erano 15.000 e ne sono sopravvissuti meno di 100. Terezín fu un campo di concentramento nazista della Repubblica Ceca che prevedeva uno spazio per i bambini, perché di transito. Vi furono deportati complessivamente 150 mila persone, tra le quali i 15.000 bambini. La poesia che riportiamo porta la data del 1941, non si conosce il nome di chi l’ha scritta, ma il messaggio che ci ha lasciato è di fiducia nella vita e ne canta la bellezza. L’autore s’identifica con il volo libero dell’uccello come l’autrice del disegno nella farfalla.”

Vedrai che è bello vivere

Chi s’aggrappa al nido

non sa che cos’è il mondo,

non sa quello che tutti gli uccelli sanno

e non sa perché voglia cantare

il creato e la sua bellezza.

 

Quando all’alba il raggio del sole

illumina la terra

e l’erba scintilla di perle dorate,

quando l’aurora scompare

e i merli fischiano tra le siepi,

allora capisco come è bello vivere.

 

Prova, amico, ad aprire il tuo cuore alla bellezza

quando cammini tra la natura

per intrecciare ghirlande coi tuoi ricordi:

anche se le lacrime ti cadono lungo la strada,

vedrai che è bello vivere.

 testatina_shoah

shoah5Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri  

nelle vostre tiepide case, 

voi che trovate tornando a sera 

Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo 

Che lavora nel fango 

Che non conosce pace 

Che lotta per un pezzo di pane 

Che muore per un sì o per un no.  

Considerate se questa è una donna,shoah5 

Senza capelli e senza nome 

Senza più forza di ricordare 

Vuoti gli occhi e freddo il grembo 

Come una rana d’inverno

Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore 

Stando in casa andando per via, 

Coricandovi alzandovi;

Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa, 

La malattia vi impedisca, 

I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

 



LEGGE 20 luglio 2000, n. 211

 Istituzione del <<Giorno della Memoria>> in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti.

In data 20 luglio 2000 è stata promulgata dal Presidente della Repubblica, dopo l’approvazione della Camera dei Deputati e del Senato, la seguente legge:

Art. 1.

La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, <<Giorno della Memoria>>, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato e protetto i perseguitati.

Art. 2.

In occasione del <<Giorno della Memoria>> di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai accadere.

(dal sito proteofaresapere)

Mi fa piacere segnalare un’iniziativa della mia scuola.

Stamattina due studenti, che hanno visitato Auschwitz-Birkenau nell’ambito di un viaggio premio a Cracovia per i loro elaborati sulla pace, esporranno le crude fotografie scattate e loro riflessioni, accompagnando idealmente tutti icompagni e i professori sulle tracce dell’orrore dell’olocausto.

Piccoli bulli crescono

Torno sul tema del bullismo per segnalare un libro pubblicato il questo primo scorcio del nuovo anno. Si chiama Piccoli bulli crescono e l’autrice è la psicologa piemontese Anna Oliverio Ferraris, la quale ha già pubblicato numerosi libri legati alle problematiche dei bambini e dei ragazzi.

In una intervista rilasciata a Repubblica il 10 gennaio scorso, la psicologa pone l’accento sul fatto che la tecnologia oggi giochi un ruolo fondamentale nelle dinamiche del branco e del bullismo.

Il videotelefonino diventa un mezzo potente di diffusione di comportamenti deviati dietro i quali spesso si cela una forte componente di narcisismo negativo, del quale in buona parte è responsabile anche la scadente produzione televisiva che bombarda i bambini e i ragazzi. Ovviamente non è il caso di demonizzarla, sarebbe troppo comodo e troppo facile addossare tutte le colpe ai programmi della TV. Teniamo conto del fatto che gli atteggiamenti prepotenti e aggressivi nascono da carenze interne alla famiglia e anche alla scuola, quindi la prevenzione deve nascere da questi ambienti privilegiati, perché sono i principali nei quali il bambino, prima, e l’adolescente, dopo, si muovono e vengono a contatto con una realtà, purtroppo spesso fatta di atteggiamenti superficiali, di rapporti frettolosi e scarsamente gratificanti, quando non addirittura di vera e propria volenza e prevaricazione, di imperante legge del più forte.

In un post di alcuni giorni fa rammentavo a me stessa e a chi mi legge che “i bambini imparano ciò che vivono” e mai come in questi ultimi tempi mi sembra sia un’innegabile verità.

 copbt.asp

Presentare il libro come una alternativa al fumetto

Dopo aver analizzato le reazioni degli adulti di fronte al fenomeno TV, Rodari sposta la propria attenzione sul versante del fumetto, altro terreno scottante del contrasto da grandi e piccoli, visto al pari della prima come una degenerazione  della lettura. Anzi, come un vero e proprio imbarbarimento dei gusti…


La tecnica d’applicazione di questo sistema ricalca quella accennata alla voce precedente.
– Ti brucerò tutti i giornalini, se non ti vedo leggere.
– Cinque in lingua, eh? Da domani niente più giornalini.
Eccetera.
Proibire anche in questo caso non serve a nulla. Vale la pena di proibire? Si è tanto discusso sui fumetti che oramai spezzare una lancia in loro favore equivarrebbe a sfondare un portone spalancato. Farò solo un caso. Trent’anni fa, mese più mese meno, uscì in Italia il primo autentico giornale a fumetti, l’ormai storico “Avventuroso“, sparando nel tranquillo mondo provinciale delle nostre letture infantili i suoi Gordon, i suoi Mandrake e compagnia bella. Chi era ragazzo allora non può aver dimenticato l’effetto di quell’improvvisa apparizione. A quei tempi nella letteratura infantile, la parte dell’ebreo, di quello a cui tutti danno addosso, era ancora rappresentata, (incredibile ma vero) dall’innocuo Salgari e dai suoi nobili pirati, fumettari ante litteram. La nostra provincia pedagogica, già soffocata dal pedantismo tradizionale, era interamente occupata dentro e fuori della scuola dal fascismo ballilaceo, dalla sua retorica nazionalistica e guerriera, dai suoi impulsi regressivi. E coi fumetti, senza preavviso, piombavano tra noi gli spaziali. Una finestra si apriva a un tratto, non già sul mondo, ch’era impossibile, ma almeno sul cosmo della fantasia.
Guidati da un Verne meno poeta e meno responsabile ma indubbiamente più moderno, prendevamo contatto col mondo del futuro. Fantascienza, magia e stregoneria offrivano una via d’evasione che – date le circostanze – appariva quasi una via di liberazione.I quarantenni d’oggi, guardandosi indietro e mettendosi una mano sulla coscienza, debbono riconoscere che Gordon è stata la lettura più stimolante, più istruttiva, probabilmente anche più educativa della loro infanzia.
Le cose stanno oggi diversamente, il fumetto ha conservato solo la funzione di nutrire e alimentare il bisogno d’avventure, di comicità, da consumare in fretta, da rinnovare spesso: è maneggevole, economico, scambievole; sostituisce un cinema per ragazzi che non c’è, e che la Tv ancora non da: non ha niente a che fare con la lettura, è un’altra cosa, ma i ragazzi non hanno bisogno solo di buone letture.
Del resto, leggere i fumetti è difficilissimo. Se non si ha una buona pratica, ci si rovinano gli occhi. Cominciare con fumetti, è come cominciare col saltare un metro per imparare a saltare venti centimetri.
Conosco filosofi che almeno una volta alla settimana leggono un libro giallo. Eppure non si  può mettere in dubbio che la loro passione dominante sia la filosofia. Conosco ragazzi che leggono molto e coltivano, con la mano sinistra, anche l’orticello dei fumetti. Ciò vuol dire, secondo me, che non c’è rapporto di causa e d’effetto tra la passione per i fumetti e l’assenza d’interesse per le buone letture. Questo interesse, evidentemente, deve nascere da  qualche altra parte, dove le radici del fumetto non arrivano.
“Libri d’oggi per ragazzi d’oggi” Gianni Rodari


Commentare queste righe precise e nette è superfluo. Che cosa è cambiato nel rapporto tra libro e fumetto, se già quarant’anni fa Rodari, sosteneva riguardo quest’ultimo,che “ha conservato solo la funzione di nutrire e alimentare il bisogno d’avventure, di comicità, da consumare in fretta, da rinnovare spesso“? Oggi la letteratura per ragazzi è vastissima, il cinema produce molto per loro, anche se non sempre i risultati sono all’altezza delle esigenze e delle aspettative, la televisone ha cercato di adeguarsi e a volte i prodotti sono molto buoni. Il cinema gioca buona parte della sua partita sulla velocità, sugli effetti speciali. Penso al recentissimo Eragon, film che secondo molti non si sta rivelando all’altezza dei libri da cui è tratto e che  invece tanto favore hanno incontrato presso i giovani lettori: Eragon e Eldest di Christopher Paolini. Film che, a sua volta, affonda le radici in produzioni altrettanto sontuose, ma di diverso spessore, come Le cronache di Narnia,  la saga di Harry Potter o, ancora più indietro nel tempo, un capolavoro qual era La storia infinita.
La televisione offre ai più piccini l’interessante e istruttiva Melevisione, ai più grandicelli il GT Ragazzi o Art Attack e la vasta gamma delle proposte dalla tv satellitare, da Disney Channel a Cartoon Network a Rai Educational.
Al di là di queste opportunità la funzione del fumetto evidenziata da Rodari oggi si rivela soprattutto nel proliferare dei manga, che occupano un posto speciale nella classifica delle letture dei nostri ragazzi.
Il termine manga letteralmente vuol dire “immagini casuali, senza nesso logico” e contraddistingue tutta la produzione giapponese; i personaggi hanno tratti infantili, un po’ irreali, e la struttura stessa del fumetto è diversa dalla nostra, infatti si legge al contrario, dall’ultima pagina alla prima, e le vignette dall’alto in basso nel senso da destra a sinistra. Quando un personaggio ha particolare successo di pubblico, le sue avventure vengono trasposte, o più o meno fedelmente, in un anime, cioè un cartone animato. E’ il caso dei nomi attualmente più noti al giovane pubblico:
bastardBastard
 

berserkBerserk

hollyCapitan Tsubasa ( da noi più noto come Holly e Benji)

cow boyCow Boy Bebop

dragonballDragonball

full metalExcel Saga

alchemistFull Metal Alchemist

excelFull Metal Panic

GTOGTO

kenKen il Guerriero

narutoNaruto

neon genesisNeon

Genesis Evangelionone pieceOne Piece

ranmaRanma 1/2

Slam dunkSlam Dunk.

Mi fermo qui perché la serie è incompleta e sarebbe suscettibile di moltissime integrazioni da parte dei giovani lettori-spettatori. Questi manga, e relativi anime, a volte adottano un linguaggio molto disinvolto, a volte presentano situazioni violente o inquietanti, e forse proprio per questo hanno una grande presa sul giovane pubblico. Ipotizzo che attraverso essi  i ragazzi compensino la loro voglia di trasgressione e esorcizzino in parte le loro paure. Resta il fatto che non li si può accusare di distogliere i ragazzi dalla lettura e la sola  e sterile condanna non ci esime dal continuare a cercare, come sottolineava Rodari, le cause di una mancanza di interesse che alligna “da qualche altra parte, dove le

radici del fumetto non arrivano“.
(continua)

Presentare il libro come una alternativa alla tivù

"Libri d’oggi per ragazzi d’oggi" è una conferenza che Gianni Rodari tenne a Napoli presso il Circolo della Stampa il 18 maggio 1967, ma solo nel 2000 è stata pubblicata (Il Melangolo euro 6,20).libri d
Oltre ad essere un un’accurata e acuta analisi del fenomeno allora nascente dell’editoria per ragazzi, riporta in appendice un breve scritto molto interessante sul rapporto tra i ragazzi e la lettura, rapporto che può "far nascere nei bambini una inestinguibile nausea per la carta stampata".
Così se poi Daniel Pennac avrebbe scritto nel 1999 i "Diritti imprescrittibili del lettore", a Gianni Rodari in quell’anno dobbiamo invece "Nove modi per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura".

I    PRESENTARE IL LIBRO COME UNA ALTERNATIVA ALLA TV
II   PRESENTARE IL LIBRO COME UNA ALTERNATIVA AL FUMETTO
III  DIRE AI BAMBINI DI OGGI CHE I BAMBINI DI UNA VOLTA LEGGEVANO DI PIù
IV   RITENERE CHE I BAMBINI ABBIANO TROPPE DISTRAZIONI
V    DARE LA COLPA AI BAMBINI SE NON AMANO LA LETTURA
VI   TRASFORMARE IL LIBRO IN UNO STRUMENTO DI TORTURA
VII  RIFIUTARSI DI LEGGERE AL BAMBINO
VIII NON OFFRIRE UNA SCELTA SUFFICIENTE
IX   ORDINARE DI LEGGERE

I    PRESENTARE IL LIBRO COME UNA ALTERNATIVA ALLA TV

– Leggi, invece di guardare la televisione.
– Se non ti vedo leggere, vendo il televisore.
– Prendi il libro di scuola, invece di perdere il tempo con quelle stupidate.
Non pretendo di conoscere tutte le espressioni particolari usate dai sostenitori di questo sistema quasi
infallibile. I bambini sanno che la TV non è una "stupidata", la trovano divertente, piacevole, utile. Può darsi che le sacrifichino qualche ora più del necessario, può darsi che si riducano talvolta in quello stato di semi incoscienza nel quale il telespettatore abituale bambino e adulto, casca dopo qualche tempo, e di cui è un sintomo la totale passività con cui accetta dal teleschermo senza scegliere e senza reagire qualsiasi programma. Questo non toglie che nel complesso i meriti educativi della TV superino i suoi demeriti. Il teleschermo arricchisce il punto di vista, nutre il vocabolario, mette in circolo una quantità inverosimile di informazioni, inserisce i nostri piccoli analfaberi in un circuito più vasto di quello familiare, che non sempre è vivificato dalle informazioni, dalla cultura, dalle idee. Si potrebbe dire quasi che la TV diminuisce le difficoltà della lettura. Intanto perché crea (sia pure a un livello discretamente basso) una specie d’unità nazionale della lingua e aiuta l’orecchio del bambino a superare l’ostacolo delle profonde differenze fra il dialetto nativo e materno e la lingua scolastica. Poi perché rende familiari, attraverso il suono e l’immagine, un certo numero di "parole difficili", di quelle davanti a cui i piccoli lettori incespicano inevitabilmente; e forse oggi incespicano meno di prima. Psicologicamente, poi, non mi pare che negare un divertimento, un’occupazione piacevole, (o sentita come tale, che è lo stesso) sia il modo ideale di farne amare un’altra: sarà piuttosto il modo di gettare su quest’altra un’ombra di fastidio e di castigo.

Queste e altre "espressioni particolari" sono ancora molto diffuse. Bambini e adolescenti se le sentono rivolgere quasi quotidianamente da genitori, insegnanti e nonni. La sua osservazione sul ridursi talvolta in uno stato di semi incoscienza è attualissima, connota ancora oggi, molto spesso, la nostra condizione di spettatori, grandi e piccoli. Però lo scrittore riconosce alla televisone di allora il merito di essere stata un mezzo di divulgazione della cultura. Negli anni ’60 l’analfabetismo era ancora un grosso problema, infatti ebbe grande successo Non è mai troppo tardi un programma di insegnamento elementare condotto da albertomanziun maestro,il famoso Alberto Manzi . Grazie a quella trasmissione moltissimi italiani, che non avevano più l’età per frequentare la scuola, impararono a leggere e a scrivere. Alla penna di Alberto Manzi dobbiamo il romanzo Orzowei , dal quale fu tratto un telefilm andato in onda negli anni ’70. Per i bambini c’era la tivù dei più piccini, annunciata da un’allegra musichetta, fatta di giochetti e telefilm, programmi semplici ma avvincenti per gli spettatori di allora. Alle diciassette del pomeriggio scoccava l’ora della tivù dei ragazzi: telefilm comeorzoweiVacanze all’Isola dei gabbiani  , e Pippi Calzelunghe, entrambe  storie pippinate dalla fantasia della grande scrittrice svedese Astrid Lindgren . Poi c’erano Il giornalino di Gian Burrasca , sceneggiato tratto dall’omonimo romanzo di Vamba  e giochi come gianburrascaChissà chi lo sa , condotto da Febo Conti, che più tardi sarebbe stato sostituito da Il Dirodorlando  presentato da Ettore Andenna. E chissachilosacome non ricordare il mitico Carosellocarosello che per anni segnò il momento della buonanotte per tanti bambini? Forse se i bambini e i ragazzi di oggi vedessero i programmi di cui ho parlato, li troverebbero ingenui e poco interessanti. Ma che cosa direbbe Rodari, se vedesse la tivù di oggi?
(continua)

I bambini imparano ciò che vivono

Questo brano è molto citato, ma mi piace e desidero riproporlo qui. Non sono riuscita a trovare notizie sull’autrice. E temo si riuscirà anche a trovar poche notizie sul fatto che si riesca a mettere in pratica questi consigli.

Se il bambino vive nella critica,impara a condannare.

Se vive nell’ostilità, impara ad aggredire.

Se vive nell’ironia, impara la timidezza.

Se vive nella vergogna, impara a sentirsi colpevole.

Se vive nella tolleranza, impara ad essere paziente.

Se vive nell’incoraggiamento, impara la fiducia.

Se vive nella lealtà, impara la giustizia.

Se vive nella disponibilità, impara ad avere fede.

Se vive nell’approvazione, impara ad accettarsi.

Se vive nell’accettazione e nell’amicizia, impara a trovare l’amore nel mondo.

(Doretj Law Nolte)

Bambino

Flai

 Flai, vola da tuo padre, ti sta cercando per un lavoretto…”
“Lo farei volentieri, mamma, ma ho finito proprio adesso di pulirmi…”
“Flai, la spazzatura…”
“Oh, come mi dispiace! Mi sono appena asciugato dopo una bella doccia…”
“Flai, i tuoi fratelli ti aspettano per quella faccendaDoccia in cortile!”
“Me n’ero proprio dimenticato…a parte il fatto che mi sono appena sistemato ben benino…”
Ogni giorno la stessa storia. Flai metteva tutto l’impegno possibile nell’evitare ogni azione che potesse non dico insudiciarlo – che cosa orribile! – ma appena impolverarlo.
Se suo padre aveva pazientato tanto, era stato solo per un riguardo verso la moglie, che nutriva una vera predilezione per il loro ultimo nato, il più mingherlino e il più strambo della numerosa figliolanza. Aveva pazientato, dicevo, ma gli era sempre più difficile tenere a bada i fratelli e le sorelle di Flai, irritati per doversi occupare anche delle incombenze che sarebbero toccate a lui. Il guaio era che non si trovava una soluzione.
DiscaricaUn pomeriggio, nei paraggi della discarica comunale, gli cadde sotto gli occhi  un lembo di giornale con una notizia interessante: il professor Pinpric, illustre psicanalista, avrebbe tenuto un ciclo di conferenze in città. Il padre di Flai non perse tempo, ne parlò con moglie e figlio, convincendoli della necessità di quel tentativo, e ottenne un incontro con il professore, incuriosito dalla stranezza del caso.Si presentarono tutti e tre all’appuntamento, ma Flai entrò per primo, un pochino preoccupato; ben presto però si sentì a proprio agio in quello studio luminoso, pulito e ordinato.Psicanalista
“Il tuo caso mi ha colpito, Flai! – dichiarò il professore, cercando una posizione comoda – Erano anni che non me ne capitava uno tanto interessante…rilassati e rispondi senza timore alle mie domande. Qui non si tratta di dare risposte intelligenti per fare bella figura, devi solo essere te stesso. E’ chiaro?”
Flai annuì e fece un profondo respiro. La voce bassa e uniforme del professore gli dava un piacevole senso di sonnolenza.
“Bene, cominciamo…qual è la cosa che più ti piace fare?”
“Lavarmi…”
“E a parte il lavarti?”
“Spazzolarmi ben bene…”
“E a parte lavarti e spazzolarti ben bene?”
“Evitare di sporcarmi…”
“Capisco… – il professor Pinpric scribacchiò qualcosa su un taccuino – e qual è la cosa che più detesti?”
“Sporcarmi…soprattutto se mi sono appena pulito.”
“E la cosa che più ti fa schifo?”
“La spazzatura e ogni genere di sudiciume…”
“…e quella che ti fa più paura?”
“Prendermi una malattia a causa della sporcizia…”
“Eclatante! – bofonchiò il professore, senza smettere di prendere appunti – qual è il peggior incubo che hai avuto?”
“Sognare di vivere nella discarica, senza potermi mai lavare…”
Saponette“E il sogno più bello, invece?”
“Diventare un divo della tivvù, facendo pubblicità ad una profumatissima e morbidissima saponetta…”
Il professore chiuse il taccuino e si strinse nelle spalle.
Flai avrebbe voluto domandargli spiegazioni, ma non ebbe coraggio, così uscì e rimase ad origliare mentre il professore parlava con i suoi genitori. “Egregi signori, senza dubbio il caso di Flai è più raro di una mosca bianca; l’ho esaminato attentamente, ma per ora mi ritrovo con un pugno di mosche. Vi chiedo ancora un po’ di tempo per riflettere…”
Se i suoi genitori erano perplessi, Flai era proprio depresso.La seduta psicanalitica non era servita a nulla, forse perché non esisteva davvero una soluzione. Con le lacrime agli occhi si ripromise di diventare come i suoi fratelli, ma il solo pensiero del loro andirivieni tra i rifiuti lo fece quasi sentir male per lo schifo. Tornando a casa sconsolato, Flai passò vicino ad una finestra aperta e la sua attenzione fu attirata dalle grida provenienti dall’interno della stanza.Casetta con giardino
“Sono stufa di questa storia! Possibile che non t’importi nulla d’esser tanto sudicio? La sera non vuoi mai fare il bagno, non ti lavi le mani prima di mangiare, tocchi qualunque cosa tu veda e ovunque sia, non ti vuoi mai cambiare… non ne posso più! Darei non so che cosa pur di avere un figlio amante dell’ordine e della pulizia!”
MoscaA Flai non sembrò vero: aveva trovato la soluzione al problema di entrambi! In men che non si dica si mise d’accordo con Dirti, era questo il nome del ragazzino sporcaccione, e si scambiarono di posto. Dirti andò a vivere nei paraggi della discarica con lo sciame di mosche e Flai, la mosca igienista, si trasferì nella linda villetta dal bel giardino. Non so se Dirti si sia pentito della scelta fatta. Flai no davvero.

Scuola d’altri tempi

Ho deciso di proporvi “grandi storie” nelle quali si parli di scuola e di ragazzi.
Comincio con alcuni brani tratti da “Il maestro di Vigevano” un romanzo di LucioLucio Mastronardi Mastronardi, scrittore di Vigevano nato nel 1930 e morto suicida nel 1979. Le sue opere nascono dal neorealismo, corrente letteraria i cui autori si propongono raccontate il vero, le cose di tutti i giorni, in  una prosa scarna. Questo romanzo è stato pubblicato nel 1962 e viene considerato il migliore di Mastronardi. L’ho scelto anche per  un omaggio all’autore,  che in vita non fu apprezzato dai concittadini. I Vigevanesi  si sentirono messi alla berlina dai suoi personaggi, senza capire il disegno più vasto che si nascondeva nell’opera: un impietoso esame della società che stava rapidamente cambiando. Anche io sono di Vigevano,  ma non mi ricordo di lui. Invece mio padre, come tanti vigevanesi, lo incontrava spesso in piazza Ducale, e ne parlava come di una persona strana, ma lo faceva con ammirazione e con rispetto  perché lo considerava un artista. Mio padre  che conosceva bene la realtà delle “fabbrichette” spuntate come funghi nei cortili delle case e, pur non avendo studiato, era un uomo pieno di intessi e di curiosità.

[…] – Silenzio! – urlai alla scolaresca. Piantai un paio di lorde (ceffoni)  al primo che mi è capitato e subito si stabilì un silenzio teso.
– Mani sul banco – urlai.
Controllai le unghie uno per uno. Uno scolaro puzzava di profumo; ma era il figlio di un industriale, quindi non potevo sfogarmi con lui. L’ultimo della classe aveva le mani sporche.
– Schifo! Schifo! -urlai. – Vediamo un po’ sotto! –
Il ragazzino si cavò la blusetta e comparve una maglia così sporca e rattoppata e puzzolente da far vomitare.
– Uh! Uh! -cominciarono a gridare i ragazzi.
– Ah! – dissi – bene! ma bene! – guardai gli occhi del ragazzino e rimasi senza fiato. Erano lucidi e intensi.
Volevo stare tranquillo e pensare a Rino.
– Quaderni a quadretti! Numerare per decimi da uno a mille! – ordinai.
Intanto che loro scrivevano, sbirciavo il ragazzino che avevo mortificato. Quello mi sorrideva con un’aria quasi di benevolo perdono.
– Chi umilia è un umiliato » pensai, pensando a casa… Due scolari urlarono. Uno aveva cacciato la penna dalla parte del pennino quasi nell’occhio all’altro. Squantato, (spaventato) picchiai un manrovescio in faccia a uno dei due. Colpii la vittima.
Passeggiai ancora una mezz’ora, quindi mi decisi ad andare dal direttore a chiedere un permesso di mezz’ora. Bussarono alla porta. Era il direttore.
– Che state facendo? – domandò agli scolari.
–  Numerando per decimi da uno a mille! – rispose il solito primo della classe.
– Ho il figlio malato, potrei andare a casa mezz’ora? – domandai.
Il direttore mi guardò scuotendo la testa.
– Le voglio raccontare un aneddoto, signor maestro Mombelli. Quando noi eravamo ancora maestro, capitò  che mio padre stava morendo. Noi andammo a scuola e ci dimenticammo che nostro padre stava morendo. Questo perché? Perché, signor maestro, le preoccupazioni personali non si devono mai portare nell’aula scolastica. Ma pensi, signor maestro Mombelli, ai missionari, pensi che la nostra è una missione. Mi faccia vedere il registro, signor maestro! –
Sfogliò il registro e si portò le mani ai capelli.
– Signor maestro, stia attento alle anellate! La elle deve toccare la riga superiore e quella inferiore, la di invece è l’unica anelata che che non deve toccare la riga superiore ma deve fermarsi poco sotto, all’altezza della ti…Ah! Non c’è un’anellata che sia ben anelata, signor maestro! Vede qui: la bi è più alta della elle; la gi è più bassa della effe. Ma, signor maestro, il registro è un documento ufficiale! –
[…] _- Chi mi sa dire il nome di un animale ibernante? – domandò poi.
– Il vostro maestro vi avrà spiegato chi sono gli animali ibernanti! –
Mi guardò: – Vero che l’ha spiegato? –
– Non sono ancora arrivato… Sono ancora al cane! – dissi.
– Signor maestro, aggiornarsi! – mi sussurrò. – Ben! Passiamo alla religione: tu, dimmi: quando avvenne il primo miracolo di Gesù? –
– Le nozze di Cana – rispose il ragazzino chiamato.
– No! – disse il direttore
Seguì un silenzio di curiosità. Gli scolari mi guardavano. Poi il primo della classe disse: – Ce l’ha detto il maestro!”
– Le nozze di Cana non furono un miracolo di Gesù – disse il direttore.
Parlò l’ultimo della classe. – Il primo miracolo di Gesù avvenne alle nozze di Cana! –
– Bravo – disse il direttore: – alle nozze di Cana, non le nozze! …E sentiamo un poco: l’italiano è una lingua monosillabica o polisillabica? –
– Monosillabica! – disse l’ultimo della classe, sparato.
Il direttore si compiacque. – Il padre di quel ragazzo non ha gettato via il suo seme. Quel seme che gli darà settanta volte sette! – disse.
Si fece dare i quaderni dall’ultimo, e alla terza pagina cambiò parere. – Santo cielo! Fa le anellate come il suo insegnante… Ma si può tollerare queste anellate?… E poi, non c’è una i col puntino… Signor maestro, pretenda i puntini… –
– Pretenderò i puntini sugli i – dissi.
– Sulle i, signor maestro. La i, le i! – mi corresse.
Quando se ne andò mancava un’ora alla fine. […]

La vicenda si svolge negli anni Cinquanta a Vigevano, la città natale dell’autore. Il protagonista è il maestro elementare Antonio Mombelli, che tira avanti faticosamente la piccola famiglia composta dalla moglie Ada e dal figlio Rino di dodici anni. È un momento di forte crescita economica, nascono un po’ dappertutto fabbriche di scarpe, e Ada cerca in tutti i modi di convincerlo a lasciarla andare a lavorare, come tante altre donne di Vigevano, ma lui resiste, si oppone. Il pensiero che lei, la moglie di un maestro, diventi un’operaia gli è intollerabile. Ada lo chiama smorbio e vanitoso. Dalle nostre parti “smorbio” è un aggettivo che si usa con molte sfumature. Mia madre mi chiamava smorbia quando non volevo  mangiare ciò che aveva cucinato o si riferiva a una persona incontentabile, di gusti difficili. Quando infine Ada comincia davvero a lavorare in  fabbrica il maestro Mombelli si sente umiliato dal fatto che guadagni più di lui e le raccomanda di non dirlo a nessuno. “Ada, la dignità è come una crosta di catrame che abbiamo addosso. Tu stai cercando di togliermene un po’, e la pelle viene via col catrame.”

La vita a scuola è difficile. Il  direttore è un individuo pedante, che non esita a farmastronardi_1 pesare sugli insegnanti la propria superiorità, atteggiandosi a grande pedagogista; i colleghi sono mortificati dal trattamento del direttore, ma lo subiscono in silenzio,  vivendo  in attesa  del disegno di legge che modifichi gli scatti  di coefficiente della carriera. A far le spese di questa situazione sono i bambini, a loro volta maltrattati e mortificati, a meno  che siano figli degli industrialotti locali. Lo stesso Mastronardi era un maestro elementare, come suo padre prima di lui. Io frequentavo la scuola elementare Regina Margherita sul finire degli anni Sessanta e non ho ricordi così brutti. La mia maestra è stata  una volitiva donna siciliana della quale conservo ancora un tenero ricordo e la direttrice una vivace toscana che non incuteva certo timore in noi nelle sue frequenti visite in classe. Però l’essere figli di operai, di artigiani, di industriali o di professionisti aveva ancora un po’ del suo negativo o positivo peso, eravamo noi stessi alunni a renderci conto delle differenze e a viverle con maggiore o minore fatica nei nostri rapporti di tutti i giorni.

[…] Il direttore seguitava a  venirmi  a far visita. – Perché non ha corretto gli elaborati della scolaresca? Perché il registro non lo scrive con scrittura anellata?  […]
– Veramente mi sembra che il registro l’abbia scritto in bella calligrafia! – borbottai.
– Bella calligrafia, ha detto? – disse il direttore saltando su una gamba e sull’altra come un diavoletto.
– Bella calligrafia! Ma bene, signor maestro: così ha imparato l’italiano ella. Mi domando che cosa insegni lei. Bella calligrafia! Non si accorge di aver detto una contraddizione in termini? Calligrafia, dal greco calé grafia, significa: calé: bella: grafia: scrittura. Quindi se ne deduce che: bella calligrafia, pardon!, che calligrafia significhi bella scrittura. Ora bella calligrafia significa: bella bella grafia! Contraddizione in termini!
[…] Oggi ho avuto un’altra visita del direttore. Stavo dettando un problema quando entrò. – Un chilogrammo di pomodori… — Signor maestro Mombelli, vuole ripetere… –
– Un chilogrammo… –
– Chilogrammo, ha detto, oppure noi non abbiamo sentito bene? –
– Ho detto chilogrammo! –
– Chilogrammo ha detto, eh? Ma, signor maestro, ella dice telegramma oppure dice telegrammo? –
– Telegramma! –
– Telegramma dice. E allora perché dice e insegna chilogrammo? Il chilogrammo non esiste, esite il chilogramma; dico: chilo-gramma; da gramma, cioè misura. – Fece il suo solito sorrisino e disse: – Lei non lo sapeva che gramma significa misura? –
– Veramente no! –
Di nuovo fece il suo sorrisino.
– E poi ha dettato pomodori! Signor maestro Mombelli, pomodoro è una parola composta da pomo e dalla parola d’oro, che unita, perde l’apostrofo. Ora, il plurale della parola pomodoro, non è pomodori, come dice il: papala! Il: papala può dire pomodori; che il: papala! è ignorante, noi dobbiamo dire italicamente POMIDORO. POMIDORO.  Faccia subito cancellare e riscrivere. –
Ricominciai a dettare: – Un chilogramma di pomidoro… –
Arrivati alla risoluzione il direttore mi disse:
– Ha insegnato lei che otto per sette è uguale a cinquantasei? … Sì… E lo dice anche! Signor maestro Mombelli, otto per sette non è uguale, perché uguale significa identità. E otto e sette non sono identici a cinquantasei così come cinquantasei non è identico né a otto né a sette! Cancellare subito! Niente uguale: sette per otto spazio cinquantasei. Via tutti gli uguali, via tutti gli uguali; perché uguale significa… che significa, signor maestro Mombelli, uguale? –
– Uguale significa… uguale insomma; che sono uguali! –
– Vede che non sta attento! E come posso darle l’ottimo di qualifica se non porge attenzione a chi è preposto  alla guida degli insegnanti? Uguale significa identità. Ripeta, signor maestro! –
– Uguale significa identità – dissi. […]

Poi viene il momento in cui il maestro Mombelli si arrende e cede alle insistenze della moglie e del cognato, accettando di dimettersi dal servizio e impiegando i soldi della liquidazione perché  possano aprire una fabbrichetta. Si adatta a lavorare per loro e vive nella speranza che il figlio Rino continui a studiare e diventi un impiegato di gruppo A, o meglio ancora un funzionario. Un giorno al bar comincia a vantarsi con gli ex colleghi degli affari della fabbrica per cercare di riaffermare la propria dignità, ma uno di loro fa la spia alla polizia Tributaria, che compie un sopralluogo e appioppa una multa salata al cognato e alla moglie. Da quel momento entrambi decidono di tenerlo alla larga dai loro affari e all’ex maestro Antonio Mombelli, nuovamente umiliato, resta solo una via d’uscita: rimettersi a studiare e partecipare al concorso magistrale. Lo supera e torna a scuola.

[…] Sta per cominciare il nuovo anno scolastico. Sarebbe il mio ventesimo anno di scuola, ma in effetti è come se fosse il mio primo anno!
Stamattina sono andato a scuola: vi era la divisione degli alunni. A me sarebbe toccato, fra gli altri, un figlio di industriale.
– Ci stai a cambiarlo con tre figli di artigiani? – mi domandò Amiconi.
– Cosa? –
– Tu passi a me il figlio dell’industriale, io ti passo tre figli di artigiani –
– Non ci sto – dissi.
Quindi mi venne incontro il collega Cipollone: – Il tuo figlio di industriale in cambio di due figli di piccoli padroni e del figlio di una… buona donna! –
– Il figlio dell’industriale me lo tengo – dissi.
Arrivò in quella la collega Rapiani: – A me tutta la feccia – urlò – Non è giusto che Mombelli abbia tutti figli di ricchi e io tutta la feccia! –
– Io non ho figli di ricchi – dissi.
– Quanti ne hai di bastardi dell’Istituto derelitti? –
– Due. –
– Io ne ho trentadue! – gridò quella.
– Si arrangi! –
-Lei ci ha però quindici figli di artigiani, un figlio di industriale, tre figli di commercianti; non è giusto, facciamo metà e metà. –
– I miei scolari me li tengo. – dissi. […]
Mi ero preparato una bella scuola di piccola, media e alta borghesia. Stavo contemplando il registro, allo schema – professione del padre –  arrivò il direttore. – Signor maestro, ella cederà la sua scolaresca alla mia signora. Ella sarà a disposizione della direzione. –
– Va bene, signor direttore – dissi.
– Sono stato nominato ispettore! –
L’ispettore guardò il mio registro e scosse la testa: – Con le anellate non ci siamo ancora! – sospirò. […]

Non è cambiato niente. La scuola è rimasta tale e quale come l’ha lasciata e per lui ilIl maestro di Vigevano_libro ritorno è ancora più penoso, ridotto a disposizione della direzione. La vita del maestro Mombelli riprende a scorre piatta, finché sua moglie muore all’improvviso e Rino finisce in una casa di correzione.

[…] Ogni giorno succedono fatterelli, sempre nuovi fatterelli, e questi distingueranno un giorno dall’altro; riempirò il tempo di fatterelli oltre a pagare quotidianamente la tassa alla vita. […] Ho cercato di eliminare tutto di Ada e di Rino; […] Domani verrà la Drivaudi a prendere la risposta definitiva per Rosa. Due stipendi del coefficiente 202 fanno uno stipendio di gruppo A […] Mentre mi addormento  penso che finirò per sposarmi!

In questo romanzo Mastronardi ha voluto rappresentare il contrasto tra il benessere economico e i valori della vita, creando un personaggio come il maestro Mombelli, vittima di questo contrasto dal quale non sa e in fondo non vuole uscire.

Il maestro di Vigevano_filmNel 1963 il regista Elio Petri ha tratto dal romanzo un film diventato strafamoso, interpretato da Alberto Sordi.mastronardi e alunni

La Biblioteca Civica di Vigevano è intitolata a Lucio Mastronardi e nel 2004 stato bandito il premio letterario Città di Vigevano in sua memoria. Non so se per ricordarlo a Vigevano sia stato fatto qualcos’altro. Manco da troppi anni e nessuno me ne ha dato mai notizia.

Uniti per i bambini. Uniti contro l’AIDS

Continua la campagna di sostegno dell’UNICEF in favore dei bambini.
Dal sito UNICEF:

I bambini sono il volto invisibile dell’AIDS: questo è il messaggio che l’UNICEF lancia attraverso la Campagna Globale “Uniti per i bambini, Uniti contro l’AIDS”.

L’HIV/AIDS è al centro dell’attenzione internazionale da più di venti anni ma l’impatto che ha sulla vita dei bambini non è stato ancora preso nella dovuta considerazione.

Ormai sotto controllo nei paesi ad alto reddito, pur con tutti i rischi di una recrudescenza, la pandemia dell’HIV/AIDS continua a espandersi di anno in anno, soprattutto nell’Africa Sub-sahariana, in Asia meridionale, nei Caraibi e nell’Europa dell’Est.

Giovani e bambini, epicentro della pandemia

 Ogni minuto un bambino muore per cause collegate all’AIDS.
Ogni anno 600.000 bambini contraggono il virus e 380.000 muoiono a causa a causa dell’HIV/AIDS.

Tuttavia, nella maggior parte dei paesi colpiti dalla malattia, meno di un bambino su dieci rimasto orfano a causa dell’HIV/AIDS riceve assistenza pubblica, meno di una donna incinta sieropositiva su dieci ha accesso ai servizi sanitari necessari a prevenire la trasmissione dell’HIV al nascituro e nemmeno un bambino sieropositivo su venti ha accesso alle cure pediatriche.

Nel mondo sono più di 2 milioni i bambini sieropositivi e 15, 2 milioni gli orfani di uno o entrambi i genitori a causa dell’HIV/AIDS.

Qui tutte le informazioni utili per conoscere e sostenere la campagna.
Ci sono anche  banner da scaricare e inserire nel proprio sito web.

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E a questo punto?

A questo punto siete quasi pronti per tentare il passo che è lo scopo di ogni autore: far pubblicare il proprio lavoro.

Innanzitutto curatene scrupolosamente l’aspetto.

Stampate la versione definitiva del vostro lavoro e dotatela di una bella copertina di cartoncino sulla quale scrivere il titolo e l’autore.

Predisponete più copie, vi serviranno per presentarlo all’attenzione delle case editrici.

Cercate la casa editrice giusta.

Ogni casa editrice, anche piccola, ha un proprio sito web. Visitatelo e accertatevi quale sia la produzione che la caratterizza. Eviterete così di mandare un romanzo d’amore ad una casa editrice specializzata in horror o un giallo a una che privilegia la narrativa per bambini.

Nella sezione dedicata alle informazioni e ai contatti molte case editrici specificano se accettano in visione opere di esordienti e indicano anche le modalità d’invio; se non trovate nessuna indicazione precisa, chiedete voi  informazioni.

Di solito le case editrici hanno un indirizzo e-mail. Questo tipo di comunicazione è diventato d’uso quotidiano e ha il vantaggio di essere molto più veloce di una comune lettera. In brevissimo tempo vi arriverà una risposta nella casella di posta elettronica; se ciò non dovesse accadere, non perdetevi d’animo e tentate con altre case editrici.

 Un’altra possibilità: i concorsi.

Se fate una veloce ricerca su Internet, scoprirete che in Italia vengono banditi ogni anno centinaia e centinaia di premi di narrativa e di poesia. Le proposte più interessati sono quelle che offrono ai vincitori la pubblicazione delle loro opere, è il caso di quelli banditi da case editrici molto note ed affermate.

Alcuni editori chiedono il pagamento per la pubblicazione dei libri, ovviamente non è mai il caso di accettare, investendo una somma spesso considerevole per veder pubblicato il vostro testo, pur sapendo che autori poi divenuti famosi, come Tolstoj, Kipling, Proust, Moravia, Pasolini, Svevo e Gadda, agli esordi lo hanno fatto.

Il guadagno per un vero editore viene dal numero di libri venduti, non si basa sul pagamento che effettua l’autore per coprire le spese di stampa!

 Nel sito wuz (ex librialice) nella sezione “siti per aspiranti scrittori” troverete altri suggerimenti riguardo case editrici e siti web, perché oggi sono sempre più diffusi i siti Internet nei quali è possibile far inserire un proprio racconto o una propria poesia. Possono essere utili per farvi conoscere da un buon numero di persone, ma non hanno ovviamente niente che vedere con la pubblicazione vera e propria.

E a questo punto, buona fortuna!

 Scala di libri

 

Voci precedenti più vecchie

Letterelettriche Edizioni

Casa Editrice digitale - E-books store

The Victorianist: BAVS Postgraduates

British Association for Victorian Studies Postgraduate Pages, hosted by Danielle Dove (University of Surrey) and Heather Hind (University of Exeter)

Mammaoca

Fiabe integrali e poco altro. Si fa tutto per i bambini

La Fattoria dei Libri

di Flavio Troisi, scrittore e ghostwriter

strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Il cavaliere della rosa

Un blog orgogliosamente di nicchia: opera, ricordi e piccole manie di un improvvisato collezionista

Butac - Bufale Un Tanto Al Chilo

Bufale Un Tanto Al Chilo

Romanticism and Victorianism on the Net

Open access Journal devoted to British Nineteenth-Century Literature since 1996

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