Up da Oscar
13 mar 2010 Lascia un commento
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Ci siamo lasciati alle spalle la notte degli Oscar, che ha portato la sorpresa di una donna premiata per la prima volta come miglior regista, ma io sono qui per parlare di Up, vincitore come miglior film d’animazione.
Diciamo subito che la vittoria del film prodotto dalla Pixar era data da molti come scontata benché avesse nelle nomination avversari di tutto rispetto: il visionario Coraline e la porta magica (dal romanzo per ragazzi di Neil Gaiman), Fantastic Mr.Fox (dall’omonimo romanzo di Roald Dahl, doppiato da George Clooney e Meryl Streep), La Principessa e il Ranocchio (con la sua eroina afroamericana, icona dell’era Obama) e The Secret of Kells (una coproduzione franco-belga-irlandese non ancora arrivata sugli schermi italiani, che narra la storia della creazione del famosissimo Book of Kells, manoscritto miniato da monaci irlandesi del nono secolo e conservato nel Trinity College di Dublino.)
Al momento della presentazione a Cannes 2009 Up ha avuto l’onore di aprire la manifestazione ed è stato proiettato in 3D. In origine era nato come film bidimensionale, è stato adattato successivamente nella versione in tre dimensioni, lungo una pista oramai aperta dal successo di un film come Mostri contro Alieni.
Bisogna dire che in questo caso la visione in due o in tre dimensioni non togli e non aggiunge nulla al fascino di una storia solo in apparenza allegra e fanciullesca. Innanzitutto il protagonista è un uomo anziano, Carl Fredricksen, visto con tutti i problei e i difetti dei suoi settantotto anni. Carl è pieno di rughe, cammina con fatica appoggiandosi al bastone e ha un caratteraccio.
Quando facciamo la sua conoscenza abbiamo già scoperto tutto di lui nella commovente prima parte. Qui incontriamo Carl impacciato bambino con la passione per l’avventura, che presto trova l’anima gemella nella maschiaccia Ellie, la ragazzina di cui s’innamora e che dividerà con lui la vita e un sogno: costruire una casetta nel luogo mitico e incantato, Paradise Falls, in cui scomparve il loro idolo, l’esploratore Charles Muntz, sulle tracce di un animale misterioso.
Carl ed Ellie, accomunati dalla passione per le esplorazioni, crescono e si sposano, dividono la vita fatta di alti e bassi, di gioie e dolori, continuando a coltivare il sogno di Paradise Falls. Ma come spesso accade nella vita reale, Carl resta solo e chiuso in se stesso dopo la morte dell’adorata Ellie, pieno di rimpianto per non essere riuscito a realizzare con lei quel sogno infantile.
Ecco dunque il momento in cui facciamo la conoscenza con Carl come è adesso, vecchio e solo, in solitaria e inutile lotta contro gli speculatori che vogliono far abbattere la sua casa e confinarlo in un ospizio per poter completare il loro ambizioso progetto di riconversione commerciale e modernizzazione del quartiere.
Sembra che tutto sia finito, Carl appare stanco e sconfitto, ma nel momento in cui gli addetti della casa di riposo vengono a prelevarlo e cco che Carl (che gli autori hanno reso graficamente e caratterialmente un incrocio tra Spencer Tracy e Walter Matthau) ci riserva una sorpresa. Grazie al febbrile lavoro di una notte la piccola casa piena di ricordi si solleva dal suolo ancorata a migliaia di palloncini colorati. È il momento della riscossa, finalmente Carl compirà il mitici viaggio portando Ellie nel cuore fino alla destinazione tanto sognata.

Il guaio è che Carl non ha neppure il tempo per godersi l’incredibile effetto della sua trovata perché inaspettatamente qualcuno bussa alla sua porta. È il piccolo e imbranato boy scout Russel, che Carl ha già avuto modo di conoscere, pieno di buona volontà e ansioso di procurarsi il distintivo che gli manca, ma, ahimé, irrimediabilmente pasticcione e confusionario.
Non c’è nulla da fare, per quanto burbero e irritato, Carl non può abbandonare a chissà quale ingrato destino un bambino di otto anni e così l’improbabile duo arriva in sud America, tra gag da consolidata coppia comica.


Nel vasto continente americano sono molte le sorprese che li attendono: Kevi, un uccello mitico e in via di estinzione, goloso di cioccolata; Dug, il cane parlante tanto affettuso quanto confusionario e nientemeno che il redivivo Charles Muntz, invecchiato e incattivito dallo scherno dei colleghi che ritengono solo bufale le sue scoperte.

Carl non si arrende, non è arrivato fin lì per rinunciare a un passo dal sogno, ma molte sorprese lo attendono.

Dopo una prima parte più intimista si passa così a una seconda parte tutta gag e azione, nella quale Carl e Russel impareranno a conoscersi e perfino a volersi bene, mentre il nostro ineffabile vecchietto capirà che la vita può ancora offrirgli molto e non è giusto affondare nei ricordi e nei rimpianti.

La Pixar è la divisone tecnologica più avanzata della Disney, oramai ci sta abituando a piccoli capolavori nei quali gli eroi possno essere tanto di carne e ossa quanto di qualsiasi altro materiale (vedi Wall-e o le automibili simopaticamente umanizzate di Cars); il denominatore comune,soprattuto nel caso di Up, è l’interesse che suscita nel pubblico di ogni età e qui, in particolare, i bambini apprezzeranno la figura di questo nonno un po’ sui generis, finalmente libero dallo stereotipo del vecchio inutile e solo, buono solo per l’ospizio.
Qui sotto il trailer italiano del film
Inkheart – La leggenda di Cuore d’inchiostro
01 mar 2009 6 commenti
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Se volete continuare a leggere, mi trovate qui.
Viaggio alla Luna
16 feb 2009 3 commenti
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Recentemente mi sono occupata del bel libro di Brian Selznick La straordinaria invenzione di Hugo Cabret e la lettura ha riacceso in me l’interesse per il cinema delle origini…
Se volete continuare a leggere, cliccate qui

Kung fu panda
03 nov 2008 4 commenti
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Po è un panda ciccione e ingordo, lavora svogliatamente nel ristorante gestito dal padre (un volatile, anatra cinese, per la precisione, il signor Ping, che cucina buonissimi noodles secondo un’antica ricetta segreta) e la sua passione è il kung fu.
Nutre, oltre che un grande appetito, un’autentica venerazione per i Furious Five, cinque eroici e famosi guerrieri allenati con sapienza dal saggio maestro Shifu.

Ed è proprio questa sua grande passione che gli fa accarezzare un sogno impossibile: diventare a propria volta un guerriero Shaolin.
Così combattuto tra il sogno irrealizzabile e la monotona vita nella pur felice Valle della Pace, Po si sforza di accontentare il padre, che desidera vederlo presto e felicemente sistemato nel ristorante di famiglia, finalmente padrone della ricetta segreta per i noodles che egli desidera tramandargli.
Po non fa fatica a conquistare la simpatia degli spettatori. Tutti, o più o meno, abbiamo sperimentato nella vita un frustrante senso di inadeguatezza e accarezzato sogni che ci sembravano impossibili.

Tanti bambini ameranno il candore e consapevolezza dei propri limiti che Po non si vergogna di esibire, pur continuando ad accarezzare il proprio, grande sogno.
Per buona parte del film soffriamo e ci agitiamo con Po, consapevoli di quanto sia assura l’impresa di trasformarlo in un agile guerriero, ma il saggio maestro Shifu non è mica un maestro saggio per niente!
Facendo leva proprio sull’ingordigia incoercibile del grasso panda riesce ad inventare uno speciale allenamento che aiuta Po a dare il meglio di sé.
Metteteci pure che la sacra e inarrivabile pergamena, quella che il perfido leopardo delle nevi Tai Lung, fuggito di prigione, vorrebbe avere, contiene il più semplice e in fondo perfetto dei segreti del successo. E non vi dico quale perché rovinerei la sopresa ai bambini di ogni età che ancora non avesseerro visto il film.
Sono davvero convinta che in momenti come i nostri, nei quali la prevaricazione sia vissuta come momento di esaltazione da emulare, una pellicola in cui il messaggio finale sia all’insegna della più totale positività è quanto ci piace vedere.
C’è un grande insegnamento nella consapevolezza di una forza che nasce dal proprio intimo, supportata da quegli stessi difetti che possono aiutarci a tirare fuori la parte migliore di noi.
Se ne renderano conto gli stessi Furious Five, inizialmente irritati per quella che sembra loro solo una sciocca e senile cantonata del maestro Oogway, il vecchissimo e saggio istruttore dello stesso Shifu.
Vediamo più da vicino i personaggi del film, tra parentesi le voci dei doppiatori, originali e italiane.
Po (Jack Black/Fabio Volo); se la fisicità e la mimica di Black sono parsi i più adatti al goffo panda, un po’ meno azzeccata mi è sembrata la scelta di Fabio Volo, per altro tanto reclamizzata. Un doppiaggio quasi monocorede e un’abbondanza di esclamazioni che alla fine stancavano un po’.


I Furious Five:
Tigre (Angelina Jolie/Francesca Fiorentini) flessuosa e coraggiosissima, apertamente ostile a Po fino a quando non riconosce la sua semplice superiorità di fronte alla vana crudeltà di Tai Lung.

Scimmia (Jackie Chan/Angelo Maggi), l’unico guerriero che combatta con un arma, un bastone. Agile e abbordabile presbite dorato.

Vipera (Lucy Liu/ Tiziana Avarista),sensuale e implacabile, guerriera affascinante.

Gru (David Cross/Danilo De Girolamo), la sua arma più efficace è una mente fredda e razionale.

Mantide (Seth Rogen/Simone Mori) piccola e instancabile mantide religiosa, il suo punto di forza è il senso dell’umorismo.

Tai Lung ( Ian McShane/Fabrizio Pucci) il leopardo delle nevi, l’orfanello cresciuto e allenato da Shifu, fino al momento in cui passa tra le forze del male.

Oogway (Randall Duk Kim/Dante Biagioni) la secolare tartaruga, maestro di Shifu, grande saggio al punto di vedere in Po l’eroe che sconfiggerà il male rappresentato da Tai Lung.

Da un punto di vista tecnico e puramente visivo la storia non colpisce particolarmente come altre pellicole, ma non è questa la cosa più importante, naturalmente.
Conta il forte messaggio posotivo di fiducia in se stessi che la trama e il personaggio di Po vogliono trasmettere. Riuscendoci.
Nel trailer che segue, una citazione: prima di accingersi al combattimento con Vipera, alla domanda dell’avversaria Sei pronto? Po risponde Sono nato pronto. È un omaggio al film di John Carpenter Grosso guaio a Chinatown; infatti la battuta appartiene al personaggio di Jack Burton, interpretato da Kurt Russel.
Andersen – Una vita senza amore
13 set 2008 10 commenti
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Mi sono occupata finora di film per ragazzi o nei quali i ragazzi fossero protagonisti, e questo Andersen- una vita senza amore fa eccezione.
Fa eccezione perché, pur essendo la biografia dell’amatissimo autore di favole che ha commosso e avvinto generazioni di giovani lettori, non è assolutamente un film adatto a un giovane pubblico per i contenuti e la maniera cruda in cui vengono proposti.
Stanislav Ryadinsky (Andersen giovane)Di fronte a questo film non si resta indifferenti: o lo si ama o lo si detesta, perché può risultare tanto attraente quanto fastidioso.
Sergei Migitsko (Andersen Adulto) e Yelena Babenko ( Henrietta Wulf)Due parole sul regista, prima di tutto: l’ottantenne Eldar Ryazanov in Russia è un’istituzione del cinema nazionale e si dice abbia lavorato a questo progetto per oltre vent’anni, regalandoci così un film il quale “…è un delirio immaginifico che mette insieme musical e melodramma, cinema russo per bambini anni ’50 e omaggi ad Eisenstein (ma anche al Michael Powell di ‘Scarpette rosse’), leggende nordiche e visionarietà sovietica per raccontare la storia dello scrittore di favole danese Hans Christian Andersen, trasformando San Pietroburgon in Copenhagen con uno sfoggio di scenografia, costumi e direzione fotografica eccezionali (ed eccezionalmente costosi). Sfiorando spesso il kitch ed il grottesco (come del resto fanno molte favole nordiche), diretto da un regista che ha spesso usato il tema della fiaba nel suo lavoro, ‘Andersen – Una vita senza amore’ lascia disorientati, repelle e incanta in misura quasi uguale.” (Paola Casella, Europa, 01/08/2008).
Stanislav Ryadinsky (Andersen giovane)
Ivan Kharatyan ( Andersen bambino)Da questo momento in poi si assiste ad uno strano biopic nel quale scene di vita infantile, adolescente e adulta del protagonista si alternano e si mescolano in una sciarada dai colori sontuosi e nitidi, da regno dei balocchi, in cui le famose favole di Andersen si manifestano come chiave di lettura di episodi della sua vita reale: bellissima in tal senso la ricostruzione della favola Il guardiano di porci nei cui protagonisti Andersen adombra se stesso e, in una sorta di metaforica punizione, la famosa cantente lirica svedese Jenny Lind che non seppe o non volle mai accettare il suo amore.
O la surreale sequenza in cui Andersen adulto inscena un balletto con la propria ombra, che ha le fattezze di Andersen adolescente e si è macchiato della colpa di sedurre la nobildonna russa alla quale presta il vostro sempre la bellissima Jenny Lind.
Stanislav Ryadinsky e Yevgeniya Kryukova (Jenny Lind)Tutto sommato la figura di Andersen non esce bene da questa prova: a sua discolpa si possono addurre senza dubbio le grandi difficoltà e i grandi patimenti sopportati,
ma ci viene mostrato come un povero lacché alla merce di uomini potenti e un individuo aggrappato al perbenismo al punto di abbandonare la madre alcolizzata e rinnegare la sorella che si è data alla prostituzione.
Galina Tyunina (Karen, sorella di Andersen)Eppure non si riesce a trovarlo odioso, si parteggia per lui e lo si capisce, forse anche per la crudezza di molte scene.
Una per tutte, quella dell’esibizione canora: la nonna conduce con sé il nipote adolescente nel tentativo di fargli avere un lavoro presso una manifattura di tabacco e qui vanta l’ugola d’oro e la voce da usignolo del ragazzo, il quale non esita ad esibirsi. In apparenza la scena si stempera nell’idillio, il pubblico abbrutito di uomini rozzi, ragazzetti volgari e donne sfatte sembra sciogliersi di commozione alla melodiosa esibizione del ragazzo, ma l’illusione dura poco. La crudeltà della vita quotidiana irrompe con brutalità nella selvaggia scena dell’aggressione al giovane Andersen, insultato come omosessuale e spogliato.
In tutto il film, come sottintende anche il titolo, vibra l’impossibilità di Andersen di avere rapporti con le donne, sia fisici (il fallito tentativo di seduzione da parte della moglie dell’odioso direttore della scuola e l’altrettanto fallimentare incontro con una prostituta) che spirituali (l’amore non corrisposto per Jenny Lind e l’incapacità di accettare quello appassionato e fedele negli anni di Henrietta Wulf).
Scorre così sullo schermo tutta la vita dello scrittore Christian Andersen, sicuramente non a tutti nota, una vita all’insegna della lotta di chi è diverso e vuole farsi essere accettato come tale. Dalle difficoltà di un’infanzia povera all’emarginazione della scuola in cui si trova già adolescente, alla mercè del perfido direttore e degli altrettanto perfidi scolari, lui che quasi non sa né leggere né scrivere, ma è conscio dell’immenso tesoro che possiede dentro di sé, sino al successo e ai fasti di corte, per arrivare alla sua morte, dopo i riconoscimenti e gli elogi che tutta Europa gli ha tributato. Bizzarra anche la sequenza del funerale, con il vecchio Andersen che si gode la scena della disperazione, o più o meno sincera, di chi partecipa alla celebrazione.
Yelena Babenko ( Henrietta Wulf)re Artù
08 set 2008 3 commenti
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E poi la versione animata con l’anime giapponese La spada di King Arthur, proposta dapprima negli anni ’80 e riproposta negli anni’90.
In entrambi i casi però si tratta delle avventure di Artù adulto.
Ma che cosa faceva, o avrebbe potuto fare da bambino?
Se Walt Disney ce lo ha raccontato qui, ci ha poi pensato Giuliano a spiegarcelo ancora meglio, qui e qui.
Buon divertimento a tutti!

Le location di Narnia
24 ago 2008 11 commenti
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È il caso della penisola di Coromandel, con i suoi oltre 400 chilometri di coste suggestive, e in particolare di Cathedral Cove, la bellissima spiaggia bianca con le rocce che compare all’inizio della seconda avventura dei fratelli Pevensie a Narnia, al loro ritorno nel mitico paese in cui l’età d’oro che avevano lasciato nella precedente avventura pare definitivamente tramontata sotto la tirannia della razza di origine umana dei Telmarini.

A nord ovest di Aukland i cupi alberi di Woodhill Forest sono diventati il temuto accampamento della Strega Bianca, colei che ha usurpato il potere di Aslan il leone e ha tenuto in scacco Narnia nella morsa di un gelido inverno senza fine nel primo episodio, Il leone, la strega e l’armadio.
Cave Stream Scenic Reserve vicino al fiume Brocken è un altro paesaggio abbondantemente usato per ricreare l’ambientazione di Narnia.

Elephant Rocks, vicino Oamaru nel distretto Waitaki del South Island si è trasformato nell’accampamento del leone Aslan.

Sulle rocce Purakaunui Bay l’ambientazione spettacolare nella quale è stato ricostruito con la computer graphic il favoloso castello di Cair paravel, in cui vivono durante la loro permanenza a Narnia i re e le regine.
Paradise (Glenorchy) vicino Queenstown è l’ambientazione di Narnia al ritorno della primavera.

Ma diverse parti dei film sono state girate anche in Europa.
Nella repubblica Ceca è stato utilizzato l’Ardspach National Park vicino Trutnov per altre scene che necessitavano di paesaggio innevato e di foreste.

Mentre il castello di Praga è stato il punto di partenza per la creazione del superbo maniero del tiranno Miraz.

Il Polonia, al confine con la Bielorussia, la splendida ambientazione della foresta di Bialowieza attraverso la quale fugge il principe Caspian.

In Inghilterra la Severn Valley Railway vicino Ludlow, nello Shropshire, è servita per ambientare il viaggio dei fratelli Pevensie in fuga da Londra bombardata verso la misteriosa dimora dello zio professore.

In Slovenia sono state girate le potenti immagini della battaglia sul fiume ambientandole in un bellissimo tratto dell’Isonzo (Soca, in sloveno), detto la bellezza di smeraldo per il colore acceso delle sue acque.
Così come già Il signore degli anelli, anche Le cronache di Narnia è un avvincente trasposizone visiva del mondo incantato che la fervida immaginazione di C.S.Lewis ha creato. Qui ci sono tantissime specie diverse di mitiche creature realizzate con perizia coniugando l’abilità manuale dell’uomo con la raffinatezza delle tecniche computerizzate.
Tanti lettori che hanno sognato sulle pagine il mondo di Narnia, ora lo possono vedere con i loro occhi. Dopo la Terra di Mezzo, Narnia è entrata far parte del nostro immaginario collettivo grazie ai sofisticati mezzi che oramai il cinema ha a disposizione, ma le bellezze della natura sono sempre una parte determinate nella spettacolare riuscita di colossali produzioni come queste.
Una curiosità. Sembra che il nome Narnia, Lewis lo abbia ricavato da un’antica carta geografica italiana sulla quale era riportato il nome latino della città umbra di Narni. Narnia, appunto.
L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza
27 lug 2008 7 commenti
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Il titolo è un eufemismo.Lo si capisce subito dal nervosismo con cui la giovane Bia passeggia tra le valige pronte e la finestra, fumando una sigaretta dopo l’altra. Il marito Daniel è in ritardo e ogni tanto Bia si volta a sollecitare il figlio dodicenne affinché metta via tutto ciò che ha sul tavolo e si tenga pronto. Il piccolo Mauro invece non sembra avere nessuna fretta, continua a sistemare con cura il pacchetto di sigarette che funge da portiere e si appresta a tirare la pedina in porta. Finalmente Daniel arriva, trafelato, e la famigliola è pronta per partire. Mauro ha appena il tempo di un ultimo tiro con il papà e poi di sistemare le porte e le pedine del sacchetto. Si parte. Bia e Daniel cercano di reprimere la tensione, ma lungo la strada che li porta da Belo Horizonte a San Paulo si vedono camion militari.
E sì, perchè siamo nel Brasile del 1970, il fatidico anno dei mondiali di calcio, e il paese è schiacciato dalla dittatura e pure se non viene detto esplicitamente, intuiamo che Bia e Daniel devono scappare per motivi politici, come tanti in quegli anni.
Ma questo Mauro non lo sa, la sua testolina di dodicenne è piena di entusiasmo per la formazione della nazionale di calcio e per la possibilità che conquisti il titolo mondiale per la terza volta.
Il viaggio della piccola famiglia si conclude nel colorito e rumoroso quartiere multietnico di Bom Retiro e i genitori lasciano il piccolo Mauro davanti al condominio in cui abita il nonno paterno Mòtel, al quale sarà affidato. La separazione è dura, Bia piange, non si decide a lasciare il figlio, Daniel la sollecita e continua a ripetere a Mauro di rispondere a chiunque glielo chieda che loro due sono andati in vacanza.
Mauro guarda la Volkswagen azzurra dei genitori allontanarsi e poi si decide a salire e a suonare alla porta del nonno. Ma il tempo passa e nessuno gli risponde. Il destino ha deciso diversamente. Mòtel è morto d’infarto quella mattina.
È l’anziano vicino di casa Shlomo, impiegato nella sinagoga, a trovare Mauro sul pianerottolo e ad occuparsi di lui nell’immediato. Difficile l’inizio della forzata convivenza tra un anziano scapolo, scrupoloso ebreo praticante, e il piccolo Mauro ammalato di nostalgia per i genitori. Oltretutto Shlomo scopre con orrore che il ragazzino, pur essendo figlio e nipote di ebreo, non è mai stato circonciso e il suo sconforto aumenta. Il rabbino e tutta la comunità lo esortano a rispondere alla chiamata divina e a continuare a prendersi cura del bambino, che viene ribattezzato Moishele. A questo proposito Mauro interroga una vicina di casa, la quale gli racconta la storia del piccolo Mosè salvato dallae acque dalla figlia del faraone, e da quel momento in poi non può fare a meno di sorridere ogni volta in cui guarda il vecchio e burbero Shlomo, assai improbabile in quel ruolo biblico.

Tra alti e bassi la vita di Mauro prosegue: ospitato a turno dalle famiglie del palazzo il piccolo fa la conoscenza del nutrito e varipinto mondo del quartiere in cui convivono pacificamente persone di varie nazionalità. Entrano così a far parte della sua vita la piccola Hanna, deliziosa coetanea ebrea con uno spiccato talento per gli affari che attua grazie al negozio di abbigliamento gestito dalla madre (ha praticato dei fori sulle pareti delle cabine di prova degli abiti e i suoi compagni pagano per guardarvi attraverso);
la splendida Irene di origine greca, sogno proibito degli adolescenti del quartiere, segretamente fidanzata con Edgar, un mulatto che è anche il portiere della squadra di calcio locale (immaginate la fila dei clienti di Hanna, quando si sa che Irene andrà a provare dei vestiti?);
lo studente universitario Italo, di origini italiane, coinvolto nei disordini all’università, il Rabbino e la comunità ebraica.

I mondiali cominciano e Mauro si attacca tenacemente al ricordo della promessa dei genitori di tornare in tempo per vederli insieme, ma naturalmente non è così. L’eco dei disordini e della repressione si fa sempre più forte, ma tutti sembrano volersi stordire nell’ebbrezza delle partite di calcio, seguendo il trascinante percorso della nazionale brasiliana fino alla partita finale contro l’Italia.
Mauro non compie solo il classico percorso di formazione, è il narratore in prima persona di vicende più grandi di lui delle quali ha solo una vaga e pallida idea, tutto preso com’è tra la spasmodica attesa dei genitori e gli stupori e le curiosità che gli derivano dal trovarsi improvvisamente immerso nella composita realtà di Bom Retiro.
Tutto il film ha l’andamento di una commedia dolce-amara nella quale spesso si sorride perché le vicende sono filtrate dallo sguardo stupito del piccolo protagonista e dei suoi amici, che in una fase delicata della loro vita quale il passaggio all’adolescenza si trovano di fronte a una dura realtà più grande di loro, ma nella quale riescono a vivere con il tipico e robusto spirito di adattamento dei ragazzini. Ed è proprio uno dei maggiori pregi del regista Cao Hamburger l’esser riuscito a non annacquare il film in stereotipi o inutili sdolcinatezze o in retoriche rappresentazioni dell’adolescenza. La naturalezza e l’umorismo sono i punti di forza della vicenda, che pure non dirada mai completamente, e non potrebbe, la nube oscura della realtà quotidiana costituita dall’inquietante presenza della dittatura.
I mondiali si concludono con la vittoria del Brasile sull’Italia e la conquista dell’ultima coppa Rimet della storia del calcio moderno e nell’eco dei festeggiamenti che si spengono Bia fa ritorno, sola. Mauro non ha bisogno di fare domande alla madre, e dietro la quieta affermazione che il papà è sempre il ritardo, come suo solito, c’è tutto un mondo di sentimenti e di sensazioni, di parole non dette.
Grazie a Solimano che ha voluto inserire il mio post nel suo ricco blog dedicato al cinema
Ortone e il mondo dei Chi
02 giu 2008 6 commenti
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Titolo: Ortone e i piccoli Chi!Autore: Dr.Seuss
Traduttore: Anna Sarfatti
Grafica: Simonetta Zuddas
Editore: Giunti Junior
Età di lettura: 6/8 anni
Prezzo: euro 6,90
Nata nel lontano 1954 con il titolo “Horton Hears a Who!”, la storia di Ortone dei suoi minuscoli amici approda sul grande schermo nella versione dei creatori de “L’era glaciale”.
Dilatato nella parte centrale dedicata alla conoscenza del favoloso mondo dei Chi, il film non è un’annacquamento della storia, ma un riuscito gioco di incastri che attira tanto il piccolo spettatore quanto l’adulto. Il livello immediato è quelo visivo, con la lussureggiante bellezza della giungla e i colori dei personaggi e della vegetazionelo, ma si intuisce subito che la comunità della giungla siamo noi, la nostra società nella quale spesso chi è dotato di fantasia e di sensibilità come Ortone viene guardato con sospetto e tenuto sotto controllo in quanto potenziale disturbo, proprio come fa la terribile Kangaroo, che non permette nemmeno al figlio Rudy di avventurarsi fuori dal marsupio.
Eppure Ortone è amatissimo dai suoi allievi della giungla proprio per le sue doti di umanità e fantasia, eccessiva a volte e alla quale pone rimedio il topo Morton, suo migliore amico.
Stesse ripercussioni sociali anche nel piccolo mondo dei Chi, nel quale il Sinda-Chi è ritenuto un inetto dal Consiglio Comunale che lo sbeffeggia per la sua fissazione che la città di Chi-Non-So sia in pericolo. Il sindaco è alle prese con i problemi di tutti i giorni, come quello di una famiglia composta di 96 figlie più un figlio, il piccolo dark Jo-Jo che non pronuncia mai una sola parola, temendo di dire qualcosa che possa deludere il padre e fa pensare tanto ai personaggi di Tim Burton
In parallelo i due essseri tanto diversi, il gigantesco Ortone e il microbico Sinda-Chi, lottano e affrontano ostacoli perché sono corcordi nel ritenere che ogni creatura sia importante nel gioco complesso della vita. Ben caratterizzati tutti i personaggi, dall’aquila Vlad, improbabile accento transilvanico, che si spaccia per molto più abile e cattiva di quanto sia in realtà, allo scervellato scimmione Yummo, stolido scagnozzo di Kangaroo.
Per non parlare del mondo di Chi-Non-So, con la profonda scienza della dottoressa Mary Lou Larue e con il pragmatismo di Sally O’Malley, l’avveduta consorte del Sinda-Chi, con le sue strutture mirabolanti e il segreto dell’immenso Sinfonofono costruito da Jo-Jo neli locali abbandonati dell’Osservatorio del Brutto Tempo.
Ai minuscoli Chi appartiene anche un altro personaggio del dottor Seuss, quel Grinch verde che aveva in odio il Natale, reso famoso dal film di Ron Howard del 2000, interpretato da Jim Carrey che qui torna in veste di doppiatore e ispiratore, avendo dato voce e fattezze mimiche a Ortone.Nella versione italiana è Christian De Sica a dare voce a Ortone, scivolando di tantio in tanto nel romanesco, ma in un modo simpatico che non guasta.La storia molto breve e in rima è nata dalla penna del dr.Seuss, Theodor Seuss Geisel (1904-91), uno degli scrittori americani per l’infanzia più apprezzati. che scelse il proprio nome d’arte nella metà degli anni Venti, alludendo ironicamente alla vana speranza paterna di vederlo laureato a Oxford.
La sua fama è tuttora limitata ai paesi di lingua anglosassone e la maggior parte dei suoi libri sono scritti in rima e in versi, rispettando un metro particolare, il tetrametro anapestico. Infatti uno dei suoi scopi era trasmettere ai piccoli lettori l’amore per il linguaggio appunto attraverso l’uso dei versi e della rima.
Il messaggio di questo libro è stato interpretato in chaive antiabortista, ma la vedova del dr.Seuss non ha esitato un momento a controbatterla, affermandone piuttosto l’universalità che non doveva essere soggetta a strumentalizzazioni di parte.
Spiderwick – Le cronache
03 mag 2008 9 commenti
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Se sua madre (Mary Louise Parker, assai credibile) è nevrotica e stressata perché sta divorziando e il nuovo lavoro l’assorbe completamente, se sua sorella Mallory (l’energica Sarah Bolger) è una quindicenne tanto abile con le parole quanto con il fioretto, se il suo gemello Simon è un tipo che non vuole complicazioni e pensa solo ai propri animali, che altro può capitare al tredicenne Jared Grace ?(Freddie Highmore, che interpreta con bravura anche il gemello Simon)
I fratelli Grace
Di essere obbligato a lasciare la vita di New York per finire in una tetra casa nel New England, ereditata dalla prozia Lucinda, finita in manicomio.

Una casa non proprio attraente
Cupa e piuttosto fatiscente, la casa sperduta nella natura non sembra proprio il punto di partenza ideale per ricostruire insieme un’esistenza più tranquilla, soprattutto a causa della costante tensione che c’è tra Jared e la madre, alla quale egli attribuisce la colpa della separazione dall’amato padre, inseguito per telefono con la speranza di un incontro che si rivelerà sempre più improbabile.

Interno di famiglia con problemi
E proprio a causa del suo atteggiamento di totale ribellione Jared viene accusato delle stranezze che accadono in casa, interpretate come sue vendette.
Jared non conosce altra difesa che la solitudine e la soffitta di casa Spiderwick è un posto troppo invitante.

Guida Pratica di Arthur Spiderwick al Mondo Fantastico che Vi Circonda
Da qui partono le avventure che coinvolgono a uno a uno tutti membri della famiglia. A incominciare da Jared che rinviene, accuratamente nascosto in una cassa, uno strano libro dal titolo “Guida Pratica di Arthur Spiderwick al Mondo Fantastico che Vi Circonda”. Quelle pagine fitte di scrittura e di disegni sono il risultato di anni e anni di lavoro del prozio Arthur Spiederwick (David Strathaim che mi è sembrato un po’ spaesato), padre di Lucinda (la sempre brava Joan Plowright), alla cui realizzazione egli ha sacrificato tutto, dalla propria vita all’amore per la figlia. È un ricchissimo manuale che insegna a mettersi in contatto con le fantastiche creature che vivono nei dintorni: folletti, fate, troll, silfidi, grifoni alati, goblin.
Un tale, ricco manuale è troppo prezioso, Arthur lo sapeva bene, ed è stato necessario proteggerlo dalle mire del perfido e mostruoso orco Mulgarath (un perfido e subdolo Nick Nolte) , il cui scopo sarebbe, una volta divenuto padrone del libro, dominare tutte le creature fantastiche e gli uomini.

Mulgarath
Con l’aiuto del buffo Thimbletack, un brownie ghiotto di miele (che, quando si arrabbia, diventa un bogarth verde come l’incredibile Hulk),
dell’esilarante Maistrillo e del grifone
alato (che ricorda un po’ il Drago della Fortuna Fuchur dell’indimenticabile “La storia infinita”), Jared ingaggia una lotta sempre più serrata contro il male rappresentato da Mulgarath e avrà bisogno di tutta la sua famiglia per portare a termine la missione, che culminerà in una lotta all’ultimo vasetto di salsa di pomodoro nella cucina della casa.
Thimbletack
Il film è tratto dai libri che compongono la serie delle Cronache di Spiderwick, opera di due autori, la scrittrice Holly Black e l’illustratore Tony Di Terlizzi. I cinque titoli sono:
· l libro dei segreti
· La pietra magica
· Il segreto di Lucinda
· L’albero d’argento
· L’ira di Mulgarath
La regia è di Mark Waters e l’inizio del film può far pensare alle atmosfere un po’ cupe di Tim Burton, la casa ne è senza dubbio un ottimo esempio. La sceneggiatura è un concentrato dei testi che compongono la saga, la scenografia è accattivante e il resto dell’opera lo fanno gli effetti digitali targati Industrial Light & Magic di George Lucas, che io non ho trovato poi così debordanti, come qualcuno ha ritenuto, ma adatti a sostenere la fantasia dello spettatore nell’universo fantastico che si cela dietro il manuale di Arthur Spiderwick.
È una storia assai movimentata, che fa pensare più a “Un ponte per Terabithia” che a “Le cronache di Narnia: Il leone, la strega e l’armadio”, per la sua ambientazione nella realtà, a tratti pecca di eccessiva confusione nel senso di esagitazione e di fracassone ria, ma che pure sa trattare la crisi familiare dei giovani Grace senza scivolare nel patetico e rende credibilmente la ritrovata unità familiare di fronte al pericolo, fino al chiarimento finale di madre e figlio tra mezze verità e mezze bugie nascoste e dette a fin di bene.
LucindaMolti e godibili i momenti quasi horror, ma di quello che spaventa senza sconvolgere.

Arthur Spiderwick
Nel febbraio di quest’anno è uscito l’immancabile videogioco ispirato al film



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